Siamo al punto di non ritorno, ora ripartiamo da zero. Se il re abdica, una proposta: Gravina il nome giusto per il dopo Tavecchio. Perché tutto cambi e nulla resti com’è

Nasce a Bari il 23.02.1988 e di lì in poi vaga. Laurea in giurisprudenza, titolo di avvocato e dottorato di ricerca: tutto nel cassetto, per scrivere di calcio. Su TuttoMercatoWeb.com
 di Ivan Cardia  articolo letto 1034 volte

Siamo al punto di non ritorno. Ma chi segue le vicende di Serie C, o Lega Pro che dir si voglia, almeno ha un vantaggio: lo sa già da qualche anno. La mancata qualificazione a Russia 2018 è il punto più basso nella storia del calcio italiano, senza troppi giri di parole. Può servire? Possiamo tirarne fuori del buono, anche se al momento la delusione è tanta che fatico a crederci. Possiamo ripartire, azzerare. A prescindere dalle colpe specifiche, l'attuale apparato federale ha fallito il proprio obiettivo più basilare. Tavecchio e il suo entourage non avranno responsabilità precise sulle singole partite, ma quando succede una cosa del genere non si può che fare tabula rasa. Siamo in mezzo al tunnel, dobbiamo uscire a rivedere la luce, per quanto faticoso possa essere. È una questione di immagine, anzitutto: anche nel Paese del gattopardismo, dove tutto cambia perché tutto resti uguale, chi sbaglia dovrebbe prendersi le sue responsabilità, fosse anche soltanto per dare un segnale.

È un discorso, però, anche di opportunità. La crescita di alcuni club di vertice, Juventus su tutti, ha nascosto tanta polvere sotto il tappeto. I bianconeri vivono su un altro pianeta, ma anche il Napoli primo in classifica, la Roma competitiva in Europa, l'Inter ritrovato e il Milan chissà ci hanno fatto pensare che le cose stessero cambiando. Forse ai massimi livelli è così, ma in basso la musica è diversa. Abbiamo un campionato di Serie A che con buone probabilità stabilirà un nuovo record negativo per la quota salvezza; un campionato di Serie B totalmente livellato al ribasso, in cui chiunque può lottare per la promozione, ma solo perché nessuno riesce davvero spiccare nella mediocrità. Un campionato di Serie C, infine, che da troppo tempo annaspa fra irregolarità varie e composizione variabile. E allora la nottataccia di San Siro, quella che non si riesce ancora a credere reale, può almeno dare una qualche speranza: che da domani si riparta da zero. Volti nuovi, regole nuove: il tetto è crollato, ma le fondamenta sono traballanti. 

Cosa succederà in mattinata, nella annunciata riunione federale, nessuno lo sa con certezza. Lo scenario più probabile? Nessuna dimissione da parte di Tavecchio, tante chiacchiere su una riforma da fare, peccato che poi la dovrebbero portare avanti gli stessi che ci hanno portato fuori da Russia 2018. Ancora, è una questione di immagine, ma non solo. Perché alla base c'è tutto un sistema da riformare, a partire dalle regole per decidere chi comanda davvero in FIGC. A oggi, la Lega Dilettanti detta legge, col suo 34% di voti. Negli ultimi consigli federali, l'ago della bilancia sono stati di volta in volta l'assoallenatori e l'assocalciatori; non siamo arrivati agli arbitri solo per decenza. Ricapitolando: decide chi, economicamente ma non solo, conta o dovrebbe contare meno. E con tutto il rispetto per la LND, sembra francamente un paradosso. La stessa vicenda Lippi-Ventura, di per sé, è un pastrocchio partorito da chi prima scrive delle norme, poi se le dimentica e infine propone addirittura di cancellarle. È per questo che sarebbe opportuno cambiare, non solo e neanche soprattutto perché l'Italia non parteciperà al prossimo mondiale: senza ipocrisia, sarebbe ridicolo chiedere di cambiare le regole a chi su quelle regole ha costruito il proprio sistema di potere. 

Se per accidente, per rivolta contro Tomasi di Lampedusa, per un motivo qualsiasi che spinga i vertici federali (non tutti, il lavoro di Uva per esempio resta in buona parte più che apprezzabile) a fare un passo indietro, potrebbe tornare di moda una vecchia idea già circolata tra le leghe qualche tempo fa. Un nome giusto per la FIGC potrebbe essere quello di Gabriele Gravina, che chi legge tuttoc.com ha imparato a conoscere. Chiariamoci: non è una notizia, ma una proposta. E non arriva dall'alto: non ho potuto chiedere allo stesso Gravina cosa ne pensasse. Per quel che ne so, ora come ora, potrebbe anche non gradire il suo nome accostato alla federcalcio. Sarebbe però una candidatura di rottura, senza scadere in improbabili dilettantismi: non sarà un uomo nuovo del nostro calcio, ma è anche uno dei pochi che si è schierato contro l'attuale sistema. Qualcuno dirà che poteva fare di più, leggi caso Modena e non solo, ma non poteva fare miracoli, e chi lo ha preceduto ha fatto autentici disastri. La Lega Pro, oggi come oggi, è ingestibile e lo sarebbe per chiunque, però riesce a tenere botta nonostante tutto. E l'attuale governance ha anche proposto un modello concretamente diverso, quel famoso progetto rating per ora finito nei cassetti della FIGC. 

Che la riforma parta dal basso o dall'alto, è comunque dalla base che bisogna rilanciare il calcio italiano: in alto siamo alle prese con la delusione per il disastro Ventura, ma in basso la sofferenza è autentica e rischiosa per il futuro del nostro pallone. Che sia Gravina oppure no, servono novità, serve aprirsi, serve confrontarsi senza pensare in primo luogo al proprio tornaconto. Senza, per chiudere con la polemica più idiota degli ultimi tempi, scadere in banalità. I guai del nostro calcio sono le 20 squadre in Serie A, i diritti tv che crollano, gli stadi fatiscenti e spesso mezzi vuoti. Ma non gli stranieri, lo testimonia proprio la base. Gli stranieri, quelli che ci piace immaginare come i problemi del nostro calcio, non intasano le nostre categorie, specie se guardiamo verso il basso. In Serie B sono solo il 23,5% del totale dei calciatori, in Serie C si va dal 10% del Girone A fino al 16,6% del Girone C. Sono numeri tra i più bassi in Europa. Nello specifico, i più bassi delle prime tradizionali cinque nazioni europee. L'Inghilterra, per esempio, dovrebbe essere messa veramente male: in Championship il 50% dei calciatori è straniero, in League One (la "loro" Serie C) il 35%. E numeri più alti rispetto all'Italia si trovano anche nelle e terze serie di Francia, Germania e Spagna. Gli stranieri non ingolfano il nostro calcio, non nascondono i nostri talenti: siamo noi a non coltivarli nel modo più corretto, stranieri o meno. E abbiamo bisogno di soluzioni efficaci, non di populismi stupidi.