BENVENUTI A SACCHITELLO SUD. DOVE IL CALCIO ITALIANO SI PRENDE UN CAMOGLI. AKRAGAS, SI RISCHIA UN ALTRO CASO MODENA

Nasce a Bari il 23.02.1988 e di lì in poi vaga. Laurea in giurisprudenza, titolo di avvocato e dottorato di ricerca: tutto nel cassetto, per scrivere di calcio. Su TuttoMercatoWeb.com
 di Ivan Cardia  articolo letto 2693 volte
BENVENUTI A SACCHITELLO SUD. DOVE IL CALCIO ITALIANO SI PRENDE UN CAMOGLI. AKRAGAS, SI RISCHIA UN ALTRO CASO MODENA

Non conoscevo Sacchitello Sud, e penso che buona parte di voi lettori non la conoscano tuttora. Ho scoperto oggi che è un’area di servizio in provincia di Enna, sull’autostrada che collega Palermo e Catania. Il gran capo Estiqaatsi ne sarà molto contento, direte voi. E invece no, perché l’area di servizio di Sacchitello Sud ha una sua rilevanza anche per il nostro calcio. Perché è dove, diretti a Catania per affrontare una delle squadre più blasonate della regione, i giocatori dell’Akragas si sono fermati a pranzare (il club ha parlato di “merenda” in una nota ufficiale: credo che francamente cambi poco). Col Camogli e la Rustichella, come Fantozzi o uno qualsiasi di noi che si metta in viaggio per la montagna o il mare.

Ora, venti ragazzi che mangiano un panino con la cotoletta non sono un grande problema. Se però giocano per una società professionistica, e il panino lo mangiano a proprie spese, allora un problema c’è. Poi in campo ci hanno messo il cuore ed evidentemente avevano digerito (o la dieta all’Autogrill va consigliata anche in Serie A), perché hanno vinto la partita. Però una squadra professionistica (tenderò a ripetere questo termine, perché credo abbia un suo peso in tutta la questione) non dovrebbe fermarsi a comprare una rustichella prima di una partita. Non siamo ancora ai calciatori del Modena che vanno via dallo stadio con gli scarpini nelle buste della spesa, ma poco ci manca. 

Dell’Akragas, lo ripeto senza alcuna offesa nei confronti dell’Agrigento, si parla poco. Meno che di altri casi. Perché viene dal nostro disgraziato sud, perché non ha il richiamo mediatico di altre piazze. Perché non importa davvero a nessuno. Io però credo che l’Akragas sia importante, alla pari di qualsiasi altra società del nostro calcio. E credo che un faro sulla vicenda vada tenuto acceso. L’Akragas è a rischio. Ormai è praticamente un dato di fatto. La proprietà che l’ha tenuto a galla negli ultimi tre anni non riesce a portare avanti la società, anche per la scarsa risposta del tessuto sociale. Il dottor Nuccilli è sparito nelle ombre del calcio italiano, come gli è capitato in più occasioni. Ora tocca a Roberto Nava, che nei prossimi giorni è chiamato a dare risposte definitive. Ripeto: non lo conosco, non posso né voglio dare giudizi affrettati e sommari. Certo, cercare di ingraziarsi i tifosi agrigentini al canto di “chi non salta è di Licata” (città di origine dell’attuale socio di maggioranza Giavarini) non mi sembra il modo più corretto di portare avanti una trattativa. Però ognuno si comporta come vuole e non c’è nulla di illecito in un comportamento discutibile. L’importante, se ha i soldi e le intenzioni, è che li trasformi in fatti, per poi essere giudicato in base a ciò che farà o non farà.

In alternativa, i rischi sono grossi. Il problema non è la rustichella, tra serio e faceto, ma la scadenza degli emolumenti ai tesserati. Entro il 16 dicembre, per evitare penalizzazioni, il club deve versare circa 170mila euro fra stipendi e contributi. Se non succederà, inizierà il vortice di penalizzazioni che molto spesso trascina le società verso il basso. Il rischio di un nuovo caso Modena è concreto. C’è ancora tempo per evitarlo, ma se succedesse sarebbe clamoroso. E le responsabilità sarebbero da ascrivere a tanti. La proprietà poteva fare di più? Forse, ma anche la città di Agrigento non ha dato quanto poteva. E l’Esseneto, da potenziale forza trainante, si è trasformato in un macigno.

La questione dell’Akragas è importante. Nel senso che a me importa, e che penso dovrebbe importare a tutti, tifosi o meno dei Giganti. Anche e soprattutto, perché è la fotografia del nostro calcio. Stiamo parlando di una società che costa, in termini di stipendi netti, 30 mila euro al mese. Non ho i dati di tutti i 56 club di Serie C, ma penso che sia uno dei tetti salariali più bassi, se non il più basso in assoluto. Se anche una spesa del genere diventa insostenibile, vuol dire che il problema non è la squadra, o la società di per sé. È il sistema, a essere diventato tale. Non più sostenibile. Negli ultimi tempi si è parlato di un possibile anno zero del nostro calcio: ci credo poco, ma ci spero. E uno dei punti fondanti da cui partire è riformare l’organizzazione dei campionati. Può essere duro da digerire. Può essere complicato spiegare ai tifosi che alcune realtà semplicemente non sono in grado di reggere il professionismo. Capisco le difficoltà di raccontare a una piazza che deve tornare nel dilettantismo. Ma è un passo necessario: assistiamo a tante favole o presunte tali, ma che si esauriscono troppo presto. Dobbiamo riformare tutto, e penso che cancellare la Serie C2, ai suoi tempi, sia stato un errore. L’ho detto più volte e in altre sedi: 102 squadre professionistiche sono troppe. Non esiste un numero del genere in nessun altro Paese europeo. Siamo i primi, ma solo per il numero, non per la qualità. La soluzione? Tagliare 20 squadre all’improvviso è difficile, da fare e da spiegare. La soluzione può essere il semi-professionismo: un gradino intermedio, fra i dilettanti e i professionisti veri. Altrimenti ci troveremo con società che professionistiche lo sono in teoria, ma non possono esserlo di fatto. Bisogna cambiare. Per evitare altri casi Modena, e anche altri casi Akragas. Perché prendere coscienza dei propri limiti non è un errore. L’errore è ignorarli.