VIETATO CALPESTARE I SOGNI. SONO L'ESSENZA DEL CALCIO

28.05.2019 00:00 di Gianluca Savoldi   Vedi letture
VIETATO CALPESTARE I SOGNI. SONO L'ESSENZA DEL CALCIO

Di solito scrivo il mio editoriale del martedì con calma, la sera prima, aspettando un po’ di silenzio dopo che i miei bimbi sono andati a letto. Quasi sempre manca una partita all’appello, il classico posticipo. Non è il caso di ieri per ovvie ragioni. Più o meno al solito orario stavo per cominciare a scrivere ma proprio non riuscivo a concentrarmi, ancora euforico per la grande impresa della mia squadra del cuore, l’Atalanta, che il prossimo anno parteciperà alla Champions League. Allora ho deciso di parlarvi di lei, o meglio, di come sono diventato tifoso della squadra terza classificata del campionato italiano di calcio. 
Da piccolo passavo tanto tempo dai miei zii (gli zii di mia mamma per la precisione), che abitavano nello stesso quartiere dove frequentavo le scuole elementari e la mia prima squadra “a 7”. 
La Dea militava in serie C e mio cugino mi raccontava ogni partita, ogni trasferta e, guardando le foto di quella stagione, di quella promozione in serie B, sognavo di poter andare anche io un giorno allo Stadio Comunale. 
A quella maglia mi hanno avvicinato la mia città, i miei amici, la mia terra, le mie origini. Non di certo Van Basten, Maradona o Platini, come potete immaginare. 
Però c’erano Bortolo Mutti e Giovanni Vavassori (che poi divennero miei allenatori); Armando Madonna (attuale mister della Primavera dell’Inter) e con 3 presenze emergeva un giovane Roberto Donadoni che mi donò la sua maglia, la mia prima maglia dell’Atalanta. C’erano club come Triestina, Monza, Fano, Parma, Empoli, Modena, Alessandria, Padova, Vicenza, Mantova, ma anche Sant’Angelo Lodigiano e Rhodense. Non biasimo chi sceglie la propria squadra del cuore in base ad altri criteri, ma capite bene che quando parlo di territorialità, di appartenenza, di formazione, ne so qualcosa. 
E sono tanti che come me possono capire come le emozioni, le soddisfazioni non abbiano per forza a che vedere con i trofei. 
E quando vedo la mia amata Dea arrivare in finale di Coppa Italia oppure conquistare una qualificazione in Europa non solo mi sento ripagato di tanto amore trasmesso, ma soprattutto mi concilio con il calcio, quello delle gente; il calcio degli stadi, delle trasferte, delle feste. Non quello dei diritti tv per pochi e delle teste di serie. 
Forse anche per questo quando vedo il Cittadella ad un passo dalla serie A oppure Feralpisalò e Imolese giocarsi la B, voglio pensare che non tutto è perduto.