Milanese: "La Serie C è professionistica solo di statuto. Non ha i ritorni di A e B"
L'esperto dirigente Mauro Milanese è intervenuto all'interno di 'A Tutta C', su TMW Radio, per fare il punto della situazione sul momento attuale del calcio italiano.
Le dimissioni di Gravina erano un atto dovuto?
"Le vogliono tutti quando non si raggiungono i risultati. Lo aveva fatto Tavecchio e adesso l'ha fatto anche Gravina: dispiace perché vorremmo vedere l'Italia protagonista. Se per cento anni l'Italia era considerata tra le prime quattro favorite per vincere il Mondiale e adesso sono dodici anni che non ci andiamo, significa che evidentemente è cambiato qualcosa in negativo".
Le società penalizzate o che falliscono sono dei campanelli d'allarme?
"La Serie C è professionistica solo di statuto. Non ha i ritorni di Serie A e B nei diritti d'immagine: una delle riforme da fare già da tempo era considerarla semi-professionistica. I 1.500 milioni sono distribuiti in 1.400 alla Serie A e 100 alla Serie B, quindi cinque milioni a testa per venti squadre. La C non è sostenibile se si deve sopravvivere pagando soltanto dagli incassi e dagli introiti dagli sponsor: c'è chi ha grandi ingaggi, mentre le società piccole fanno 200 spettatori. L'avevo fatto subito presente alla Triestina, ho cercato di sottolineare questo problema che sta alla base di tanti fallimenti: i costi superano le entrate. Se non c'è la volontà politica, una riforma non si fa: i presidenti di A e B hanno un peso politico tale da influenzare il Consiglio Federale, non danno i soldi alla C. Il presidente federale non farà mai una riforma per mettersi contro i grandi imprenditori della Serie B, è come un cane che si morde la coda: una riforma potrebbe dar fastidio".
Che profilo serve per rifondare il calcio italiano?
"Serve partire dai giovani, dalle scuole calcio e dai settori giovanili. Da quando Guardiola costruisce dal basso, vogliono farlo tutti. Noi non siamo brasiliani o spagnoli, non abbiamo la tecnica sufficiente e per me non abbiamo neanche mai vinto un Mondiale con tecnica o possesso palla: bisogna trovare l'identità, un sistema e un gioco italiano. In questo Mondiale non si sapeva a chi dare la maglia numero 10, ma se la sono contesa giocatori come Totti, Del Piero, Zola, Mancini e Baggio. Bisogna tornare alla tecnica e all'identità, c'è da imparare a verticalizzare e chiudere gli spazi, pressare alto e anche chiudersi con tutti o giocare in contropiede, come giocavamo contro squadre che oggi sono quasi tutte più forti di noi, a maggior ragione se siamo una 'piccola'. Sette gol presi con la Norvegia, tre in trasferta e quattro a Milano, ci devono far riflettere: a partire dai settori giovanili, dobbiamo tornare alla tecnica individuale e lasciare che i giocatori facciano più tocchi, puntino l'uomo e imparino a giocare in verticale e lanciare sulle fasce o calciare le punizioni".
Come si spiega questa situazione?
"Penso che tutti stiano copiando Guardiola, ma lui ha allenato Manchester City e Barcellona. Se vogliamo fare così anche tra i dilettanti o nel settore giovanile... Devono esserci degli allenamenti individuali: tutti sanno giocare a calcio, ma non per questo dobbiamo giocare come Spagna, Brasile o Argentina. Non dobbiamo giocare come gli altri, bisogna ripartire dal settore giovanile. Bisogna cercare di tirare su qualche talento che calci bene le punizioni, i calci d'angolo e dribbli l'avversario: oggi non abbiamo nessuno che salta l'uomo e facciamo fatica".
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