AlbinoLeffe, l'esonero più difficile. Alvini saluta da vincitore

27.11.2018 14:50 di Francesco Moscatelli   vedi letture
Una scelta traumatica
TMW/TuttoC.com
Una scelta traumatica

"Gonzi!!! Goooooonzi!!!!". Lui i giocatori li chiama così, spesso per cognome. E nel vuoto dell'"Atleti Azzurri d'Italia", le sue urla rimbombano distintamente, soprattutto quando si tratta di ri-chiamare al vademecum i giocatori che trottano nella corsia più lontana, quella di Ubi Banca. Sempre ad arare con i passi i confini della zona di competenza, sovente con la camicia bianca e il gilet scuro. Poi a sparire nell'ombra della panchina, condividendo un'impressione con i suoi. Tempo dieci secondi, e rispunta di nuovo, a passi svelti: le braccia rimangono conserte assai poco. La giacca, poi, quella via. La forma è importante, la sostanza pure: eleganti perché si va in scena, sanguigni perché la partita è una battaglia da vincere. E poi perché si è toscani, che domande! E ti credo che arriva in sala stampa sempre con un filo di voce. Massimiliano Alvini, la sedia ergonomica che ha sostituito nel tempo le vecchie panchine, non l'ha mai voluta. Probabilmente non si è mai seduto. Sempre in piedi, sempre a dare indicazioni per tenere alta la tensione, pure (ultimamente una circostanza verificatasi assai di rado) per conservare un doppio vantaggio. 

Massimiliano Alvini, classe '70, di Fucecchio, artefice della favola Tuttocuoio, saluta il mondo AlbinoLeffe dopo due stagioni e mezza. Una storia iniziata l'11 agosto del 2016, accettando una scommessa rischiosa nel cuore di un ripescaggio in extremis. Due anni e mezzo, nel calcio odierno, sono un bel traguardo. L'analisi dei numeri portano alle decisioni, giuste o sbagliate che siano. Sarà il tempo a distribuire ragioni e torti. Solo il tempo. Maturate le decisioni, spazio alle considerazioni a tutto tondo. Due, in particolare.

Mister Alvini esce a testa altissima. Esce "solo" dalla quotidianità del lavoro settimanale, ma entra nel pantheon dei tecnici che più hanno caratterizzato una specifica epoca bluceleste. Per i risultati, almeno per i primi due anni. Per un gioco fresco e gradevole, almeno nella prima e in buona parte della seconda stagione. Ma soprattutto per un aspetto: aver fatto propri i valori della realtà seriana, aver incarnato la filosofia di una società coscientemente atipica, aver messo la faccia anche per considerazioni che andassero oltre il rettangolo verde. Non dire nulla, stai nel tuo, non ti impelagare nella "politica" così lasci aperte tutte le porte che non si sa mai: sembra questo il mantra dell'allenatore moderno e vincente. Un decalogo che Alvini non ha mai voluto, fieramente, seguire. Non ha mai lesinato complimenti alle avversarie che uscivano vittoriose da Bergamo, quello certamente, come, per amor di verità, vorrebbe anche buona consuetudine sportiva. Ma non ha avuto remore nell'esporsi anche in problemi più spinosi: questione-stadio, tratta dei giovani talenti da parte della concorrenza estera, regolamenti più o meno rispettati nel variegato (a volte avariato) mondo della Terza serie. Sempre da uomo-azienda, sempre con il bene della "Celeste" quale unica griglia valoriale a supporto del proprio pensiero. Il mondo bluceleste, guarda caso oggetto della sua personale dedica ("dai magazzinieri ai ragazzi del settore giovanile") dell'ultima (e unica) vittoria colta nove giorni fa contro il Renate. All'indomani del saluto ad Alvini, i (pochi) punti raccolti in questa stagione non significano tutto. Alvini lascia Zanica, non la Storia che è passata da Zanica.

Le ore post-Ravenna rimarranno nelle segrete carte di un ambiente già proverbialmente riservato di suo. Una cosa, però, è certa. Non è stato un esonero "facile", non è stato un allontanamento a favor di piazza, non è stato un saluto a cuor leggero. Non sarà stato semplice per la società esprimere quei ringraziamenti quasi certamente sinceri ma che nella forma inevitabilmente standard appaiono antipaticamente così di rito. Già, non è facile dire addio, nemmeno ad un allenatore. Magari un passo inevitabile -visti i risultati- ma sicuramente doloroso. Doloroso non solo per aver dovuto allontanare un gruppo di persone (oltre al mister, saluta anche l'intero staff) che era esso stesso società, ma anche perché ora cadono le maschere. Devono cadere, le maschere. Cade la maschera di un mercato forse non totalmente sbagliato ma sicuramente incompleto. In entrata (attacco in primis) ma anche in uscita, perché a volte è quest'ultimo a fare le fortune o le sfortune di una società. Ma cade soprattutto la maschera -come sempre avviene in questi casi- proprio dei giocatori (molti dei quali il 100%, Renate a parte, non hanno offerto), che vedono l'allenatore pagare per tutti. Quello stesso mister che, in sala stampa, ha incoraggiato, ha difeso nei limiti del possibile, ha spostato l'attenzione -nel bene e nel male- dal singolo al collettivo. Anche quando, allo stilar delle pagelle, sono emersi sempre i soliti noti, almeno quanto a forza di volontà e intensità nel corso della gara: Giorgione, Agnello, Coser, Gavazzi e rare, saltuarie, eccezioni. Ora, arrivati all'extrema ratio, cade la maschera anche di quei giovani (alcuni nemmeno di primissimo pelo...) che un colpo ora lo devono battere e non limitarsi al solito compitino. Perché non tutti i giovani hanno la fortuna sfacciata di stare in una società che ti offre una seconda, una terza, una quarta possibilità. In altre piazze sbagli due partite e guardi i compagni a bordocampo per il resto della stagione. A Zanica, fortunatamente, non è così. Ma il diritto (di sbagliare e imparare) è tale solo se viene accompagnato dal dovere. Altrimenti è solo un privilegio. Altrimenti è solo l'illusione di diventare, un giorno, un campione vero. Ma la Storia (a proposito: Renato Montagnolo, ormai ex-allenatore in seconda, è laureato proprio in Storia moderna e contemporanea) non sarà mai in grado di dire bugie.