IL DECRETO “CURA ITALIA” FA TREMARE I CLUB. UN ARTICOLO RENDE LE SOCIETÀ "COLPEVOLI" DI CORONAVIRUS. E IN MOLTI SPINGONO CONTRO LA RIPRESA

17.04.2020 00:00 di Luca Bargellini Twitter:    Vedi letture
IL DECRETO “CURA ITALIA” FA TREMARE I CLUB. UN ARTICOLO RENDE LE SOCIETÀ "COLPEVOLI" DI CORONAVIRUS. E IN MOLTI SPINGONO CONTRO LA RIPRESA

Non c’è niente da fare, il detto “il diavolo sta nei dettagli” è uno dei più veritieri fra quelli in circolazione. Mentre gran parte del mondo del pallone s’interroga sulla possibilità e le modalità di un riavvio dei campionati professionistici, c’è una fetta, tutt’altro che trascurabile, di club che invece punta a non tornare in campo. Una frangia che assume ancor più importanza in Serie C. Fra i motivi che spingono queste società a dire no alla ripresa delle competizioni c’è sicuramente quello economico. Con un occhio di riguardo per i mancati incassi dal botteghino che in Lega Pro hanno un peso di rilievo sui bilanci. Ma c’è anche un altro aspetto, sempre legato al fronte economico, che preoccupa. Annodato a doppio filo con i rischi derivanti dall’epidemia.

Spulciando un po’ le carte dei provvedimenti emanati dal Governo mi sono, infatti, imbattuto (più per fortuna che altro) nell’articolo 42, comma 2, del decreto “Cura Italia” che prevede la registrazione dei casi di lavoratori (in questo caso calciatori) contagiati dal Coronavirus come infortuni sul lavoro.

Un rischio notevole per le società di calcio soprattutto perché ad oggi è praticamente impossibile determinare con certezza se un lavoratore sia stato contagiato sul luogo di lavoro o con una interazione al di fuori di esso. Una responsabilità che i datori di lavoro (nel nostro caso le proprietà dei club) non possono evitare neanche adottando tutti gli standard previsti per il contenimento dell’epidemia e che, in aggiunta, rimane come un marchio sul “curriculum” aziendale. In sintesi: se un dipendente di un club dovesse malauguratamente contrarre il Coronavirus sarebbe responsabilità della società stessa a prescindere dalla reale situazione.

Ecco dunque perché in sede federale si sta lavorando all’idea di mettere le squadre in ritiro permanente, con controlli ripetuti e ravvicinati nel tempo, e con interazioni con l’esterno ridotte al minimo. Purtroppo, però, si sa come basti un solo contatto per essere in pericolo. Basta una stretta di mano con un inserviente della struttura dove risiede la squadra, il passaggio di un oggetto con un addetto alla ristorazione e così via per vedere impennarsi la curva del rischio.

Tutto questo si può trasformare in un boomerang micidiale per società di calcio che, oltre ad essere private di introiti economici, rischiano di essere ritenute colpevoli e quindi obbligate a sostenere situazioni che potrebbero essere tranquillamente nate al di fuori delle proprie competenze.

Chi di voi si prenderebbe un fardello del genere?