ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente: Mario Russo
Nel mondo del calcio, quelli che ci lavorano si potrebbero catalogare in due categorie: una parte di loro vive grazie a questo sport e poi ci sono quelli che lasciano un segno ovunque vanno. Oddio, ce ne sarebbe una terza, un po' come quella pubblicità degli anni '80 di quel noto spumante: per molti, ma non per tutti. Questi sono personaggi che in Serie C prima e in Lega Pro poi, non potranno mai stare con gli altri, proprio per non perdere quello status che si sono conquistati sul campo e non sulle prime pagine dei giornali.
Mario Russo da Lecce ad esempio è uno di questi. Molti di voi non lo conoscono, ma quando si parla di personaggi più in voga nella ex Serie C degli anni '80 e '90, lui rientra in questo novero. Allenatore di stoffa pregiata, capace di regalare alla sua terra, la Puglia, enormi soddisfazioni dal punto di vista sportivo. L'apice l'ha raggiunto ad Andria, quando nel campionato 1992/93 riuscì nell'impresa di portare la Fidelis Andria (allora si chiamava così) per la prima volta in Serie B.
Non sempre in questo spazio di "Mi ritorni in mente" abbiamo trattato con particolare attenzione cos'era la Serie C in quegli anni. La maggior parte dei nostri ospiti ha solo lambito quegli anni, avendo vissuto ben altri palcoscenici. Solo una volta ci è capitato di parlarne, ma per sommi capi con Giovanni Pisano ex bomber della Salernitana, che ci spiegò cosa ci voleva per poter scendere in campo in tornei così strutturati che erano quasi dei gironi danteschi con trasferte infuocate e pubblico che ti veniva quasi addosso e la maglia te la sudavi, volenti o nolenti. Quella era una Serie C dove dovevi dimostrare qualcosa, al di fuori della mediocrità attuale del calcio in Italia. Un calciatore di adesso in quel contesto farebbe la tribuna, perché non potrebbe neanche sedere in panchina. Per allenare la cosa non era poi così diversa: dovevi essere uno che conosceva a menadito ogni angolo degli stadi della terza serie e vivere ventiquattro ore su ventiquattro a contatto con questo ambiente, affascinante come pochi.
Mario Russo era un maestro di calcio, fine conoscitore di tutto ciò che riguardava la tattica. Alcuni suoi ex giocatori ci hanno evidenziato questo particolare: sapeva leggere le partite come pochi ed era uno che nello spogliatoio sapeva farsi rispettare. Sovente le mura tremavano davanti alla sua ira per un pallone perso e per una prestazione al di sotto delle aspettative. Altri l'hanno paragonato ad un Ezio Capuano di quel calcio in Serie C.
Sicuramente quel Mario Russo, per chi come noi l'ha vissuto, è rimasto indelebile nella nostra mente. Le partite contro le sue squadre erano battaglie epiche, vissute fino al novantesimo e quando riuscivi nell'impresa di batterlo, sapevi che non era un successo qualsiasi, ma ottenuto contro un uomo di calcio. Lui non allenava, lui insegnava calcio.
Sarà lui il protagonista di questo 25° appuntamento con "Mi ritorni in mente" questa volta versione Andria. La nostra chiacchierata - come di consueto in questo spazio targato TuttoLegaPro.com - parte da molto lontano: dall'infanzia fino alla sua attuale esperienza nel Monopoli (attualmente si chiamava Monospolis) in Serie D. Ma non da allenatore, ma da Direttore generale. La panchina non fa più per lui. Come si dice in gergo: ha già dato.
Mister, per partire in questo lungo viaggio c'è bisogno di tornare un attimo indietro. Abbiamo letto bene, lei non allena più?
"Si, ho abbandonato esattamente cinque anni fa. Mi sono lasciato coinvolgere dal progetto Monopoli (aveva già allenato questa squadra dal 1983 al 1985) e mi trovo a fare il Direttore generale in questa realtà: ti assicuro che è davvero difficile".
Quali sono le differenze tra la panchina e la poltrona di dirigente?
"Sono tante, te lo assicuro. Metti che ti trovi in una situazione economica dove di soldi ne girano già pochi, così devi fare i salti mortali per riuscire a costruire un gruppo solido e che allo stesso tempo ti dia soddisfazione in termini di risultati. Per fare questa operazione, devi coniugare il meglio con il costo minore possibile. Ora come ora, per vincere un campionato devi avere mezzi economici importanti, altrimenti devi assemblare una squadra che dia spettacolo e riempia gli spalti e sostenerti anche grazie a questo introito".
Mario Russo non le manda a dire. Vorresti usare la diplomazia, ma lui è il classico uomo pane al pane e questo rende la nostra conversazione ancora più intrigante. Adesso però si torna ancora più indietro, cercando di ripercorrere il tragitto di una carriera, la sua, che non passa di certo inosservata.
Mister, che ricordo ha della sua infanzia?
"Erano i primi anni dopo la seconda guerra mondiale e le condizioni di ogni famiglia non erano particolarmente piacevoli e non si navigava nell'oro, però posso dire che i miei genitori non ci hanno mai fatto mancare niente, per fortuna, e mio padre, pensi un po', giocava nel Lecce (città dov'è nato nel 1948). Famosa la coppia di mediani Russo-Natale".
Il calcio nella sua vita, con un padre calciatore...
"Non poteva essere altrimenti! Nel settore giovanile avevo un allenatore come Attilio Adamo che mi ha insegnato tantissimo".
Il suo esordio in prima squadra quando è stato?
"Fu un evento particolare perché feci la mia prima presenza in modo anomalo. Era il 1964, quindi stiamo parlando di quasi cinquanta anni fa. C'era un sciopero dei giocatori della prima squadra. Motivo? Non prendevano i soldi. A Reggio Calabria contro la Reggina perdemmo 2-1 e io segnai su rigore la rete che ci consentì di accorciare le distanze. Con me esordirono Franco Causio e Aldo Sensibile (padre di Pasquale, ex Ds della Sampdoria, ndr)".
Giovani di belle speranze...
"Eh si, possiamo dire così. Tanto che vincemmo anche il titolo di campioni d'Europa Under 18 e avevo come compagni Nevio Scala (ex allenatore del Parma) e Alberto Bigon (uno scudetto vinto con il Napoli nel 1989/90). Noi giovani del vivaio giallorosso, avevamo molte richieste e infatti Franco (Causio) andò alla Juventus e Sensibile andò alla Roma. Anche io avevo le mie richieste ma dovevo diplomarmi e mi trasferii alla Roma un anno dopo di loro".
Però nella capitale non giocò mai.
"A quei tempi i giovani era difficile che giocassero, però ho un ricordo indelebile di quella esperienza. In panchina con la Roma c'era nonno Oronzo Pugliese e mi fece giocare un amichevole all'Olimpico contro il Santos di un certo Edson Arantes do Nascimento...".
Pelè!
"Esatto! Ancora oggi non potrò dimenticare quella partita. Non vidi mai la palla, ma vidi l'incontro da una posizione privilegiata: in mezzo al campo. Era qualcosa di inarrivabile uno come lui".
Vicenza e Internapoli le due società dove è poi andato...
"Sì, anche in Veneto non giocai molto, tanto da collezionare una sola presenza, ma c'erano tanti tornei dove potevi giocare, anche se erano amichevoli. Mentre l'inizio di una carriera da protagonista l'ho avuto all'Internapoli (dal 1968 al '70), era la Serie C, ma quella tosta. Pensa che si giocava in un campo dove c'erano ogni domenica qualcosa come dieci, dodicimila spettatori. Era una bolgia dantesca! Con me c'erano Giorgio Chinaglia (scudetto vinto con la Lazio nel 1973/74), Wilson e Fotia".
La Ternana e la prima storica promozione in A nel 1971/72...
"Quella fu una esperienza splendida che ancora oggi conservo con particolare affetto, perché non solo arrivammo per la prima volta in A come hai detto bene, ma eravamo i precursori di un calcio diverso. In panchina c'era Viciani e noi iniziavamo a proporre il gioco corto, qualche anno prima che il grande Ajax di Cruijff".
Nella sua carriera di giocatore ha avuto molti allenatori da cui ha poi imparato molto.
"Più che imparare da loro, era un insegnamento che ricevevo. Ho avuto allenatori come Pugliese, Helenio ed Eriberto Herrera. Gente con le palle, scusami il termine!".
Poi iniziò la sua stagione da allenatore a partire dal 1979 con lo Squinzano...
"Mi sono tolto parecchie soddisfazioni in questo ruolo e di ogni esperienza conservo un bel ricordo".
Fermiamoci un attimo, altrimenti rischiamo di perdere il profumo delle sue parole. Soffermiamoci sul sacrificio nel calcio. Esiste secondo lei?
"Non ho mai visto questo lavoro come un sacrificio. Quando giocavo al mio tempo, era una fortuna essere un calciatore perché ti divertivi e venivi pagato per fare ciò che ti piaceva. Mica è una cosa da poco. Poi c'era il problema che dovevi riuscire, ma per farlo dovevi saper fare qualcosa e c'era l'impegno, questo sì, ma il sacrificio mai. Sono ben altre le persone che fanno sacrifici, non i calciatori".
Stiamo per arrivare all'Andria e quella esperienza unica, ma prima le vogliamo chiedere: come si vince un campionato?
"Bella domanda! Vedi, il nostro non è un ruolo semplice e le vittorie arrivano con l'unità di intenti di tutti, ma se prima non c'è un allenatore capace di tirare il gruppo, c'è poco da fare".
Si spieghi meglio.
"Voglio dire che un successo si può festeggiare al massimo due minuti, non di più. Un attimo dopo bisogna pensare già alla prossima partita, stare sempre sul pezzo e mai uscire fuori dal seminato. Mai!".
Per chi non la conosce: che allenatore era?
"Un promulgatore di aggressività. Il mio motto era: agli avversari bisogna mostrare gli occhi della tigre. Devi avere fame nel calcio, sennò non vai da nessuna parte".
Spesso sentiamo parlare di allenatori vecchio stampo, ma cosa vuol dire in parole povere?
"Anche io avevo questa nomea. Ho sempre messo le regole davanti a tutto. Poche ma buone. Ero, e sono ancora oggi nonostante non alleni più, uno stakanovista dell'educazione. Non mi piacevano i maleducati e con me avevano trovato pane per i loro denti. Esigevo il rispetto e le distanze tra società, giocatori e allenatore. Onguno doveva stare al suo posto".
Un allenatore per essere all'altezza da cosa si nota?
"Penso che un segreto di questo mestiere sia quello di essere convincenti e saper attirare l'attenzione di chi ti ascolta. Non devi fare un comizio, ma se riesci a destare l'interesse del gruppo anche per soli dieci minuti e sai coinvolgerlo in ciò che dici, hai già costruito qualcosa di molto importante, conquistando la loro fiducia. Il resto viene da sé".
Perdonava qualche errore ai suoi giocatori?
"Certo come no! Se una cosa non sapevi farla, non potevo donartela io. Se non c'è, non c'è, hai poco da lavorarci sopra. Però non accettavo il comportamento lascivo in mezzo al campo e le gambe mosce. Io volevo giocatori che sapessero cosa fare, dando sempre il massimo che avevano dentro. Questo già mi bastava".
Dicono che lei fosse un personaggio fumantino.
"Ma no! Ma chi lo dice?!"
Si dice il peccato, non il peccatore...
"Scherzi a parte! Diciamo che ci mettevo passione, questo sì. Senza questa dove vuoi andare?! Il nostro, se proprio dobbiamo chiamarlo in un modo e dargli un'etichetta, era un sano e intelligente agonismo".
Grande personaggio Mario Russo. Così dopo questa sua battuta in cui il suo sorriso riempie l'ambiente intorno a noi, passiamo alla prima storica promozione con l'Andria.
"Quella vittoria ha un principio che parte dall'anno prima. Firmai con la Casertana (1990/91), ma dopo due giornate ruppi con il presidente dei falchetti e rimasi senza squadra, fermo fino a fine stagione. Quella era una squadra da urlo: Rovani, Esposito, Campilongo e dietro avevamo Marco Serra che veniva dal Taranto. Fatto sta che durante quei mesi, mi girai tutti i campi della serie C e nel frattempo con il presidente dell'Andria Giuseppe Fuzio, trovammo l'accordo per costruire un gruppo vincente".
Era uno squadrone quell'Andria...
"Lo puoi dire forte! In quegli anni ancora non c'era il predominio dei procuratori, quindi le squadre potevi costruirle da te. Modestia a parte, qualcosa di calcio lo capisco, così andai a prendere l'attaccante Insaguine che a Taranto era stato messo da parte, Quaranta a centrocampo, Mastini, Tavolieri, Roberto Cappellacci. Ricordo come se fosse ora: nessuno ci dava credito! Io avevo una rabbia enorme addosso che derivava dall'anno perso con la Casertana e quel sentimento ci contraddistinse per tutta la stagione. Fantastico, semplicemente fantastico quel campionato".
Però fu una sofferenza immane perché all'ultima giornata...
"E se non si soffre che piacere c'è! Fu una vittoria racchiusa in 9 chilometri. Tanto dista Andria da Barletta. Eravamo arrivati all'ultima giornata e la corsa era a due: noi e il Perugia. Loro giocavano a Barletta, mentre noi contro il Chieti. Il nostro dovere lo facemmo vincendo 1-0".
Fermiamo qui il racconto per un attimo, perché quello che leggerete tra qualche istante ha del leggendario e chi ha conosciuto il calcio prima dell'avvento delle pay tv, sentirà un magone in gola.
"Finita la partita, tutti eravamo in trepida attesa di notizie dal "Puttilli" (stadio del Barletta). Di Gennaro aveva pareggiato il gol del vantaggio umbro ad opera di Dossena. C'era una tensione incredibile (anche la sua voce mentre parla si fa più concitata, neanche lo stesso vivendo una seconda volta). C'è da dire che la zona degli spogliatoi ad Andria è un corridoio stretto. Ad un certo punto con tutta la gente e il sudore che c'era, neanche si respirava bene. La radio che raccontava gli ultimi minuti della partita di Barletta, la tensione e l'arbitro che non fischiava la fine. Il Perugia premeva, ma il Barletta reggeva bene. Era un'angoscia, talmente forte che ad un certo punto volevamo spegnere la radio. Ma anche se lo avessimo fatto, l'eco della voce del cronista sarebbe arrivata lo stesso. Alla fine non sentimmo nemmeno la fine della parola: è finita! Che noi già eravamo in tripudio. Finimmo in campo, letteralmente sollevati dalla gente, con alcuni addirittura mezzi nudi. Qualche lacrima, non lo nego, c'è stata, ma la tensione accumulata era talmente tanta, che fu uno sfogo naturale".
Torniamo un attimo alle basi di questo sport. Quanto è importante la gavetta?
"E' fondamentale direi! Senza quella fai poca strada. Prendi un allenatore che vuol scimmiottare il lavoro degli altri, può fare un po' di strada, ma alla fine rimarrà ciò che era: nessuno. Ci vuole umiltà nella vita, senza quella sei come una barca in balia delle onde".
Un'ultima domanda: quali sono le differenze tra allenare un giocatore ed educare un figlio.
"Credo che ci siano delle differenze fondamentali, seppure non si notano subito. Un figlio ad esempio va condotto su un sentiero di valori importanti e condivisi, come l'onestà e l'integrità, non solo morale. Va costruito come uomo e messo di fronte alle difficoltà che la vita ti mette davanti. Mentre con un giocatore diventi un professore, perché gli devi insegnare i trucchi del mestiere e la correttezza, la lealtà e lo spirito dell'atleta che scende in campo. Va fatto un lavoro completo cercando di migliorare le sue manchevolezze, laddove la cosa sia possibile. Ma, cosa che ritengo importantissima: deve comprendere che questo è un lavoro, dove oggi sei un campione e un fenomeno e domani non sei più nessuno. Accettare la sconfitta per mostrarsi maturi, prima come uomini poi come calciatori".
Prossimo appuntamento con "Mi ritorni in mente", per domenica 3 marzo.
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 7/2017 del 29/11/2017
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