TuttoLegaPro.com ... in rosa: Rita Marras (segretaria sportiva Torres)
In questo articolo la mancanza di foto dell'intervistata non è casuale. E', semplicemente, il suo modo di essere. Tanta riservatezza in un mare di competenza. Rita Marras, segretaria della gloriosa Torres (111 anni di storia non sono uno scherzo...) ha comunque concesso a TuttoLegaPro.com l'onore di raccontarsi in prima persona nella consueta rubrica domenicale dedicata al gentil sesso.
Niente foto, alla fine hai vinto tu (ridiamo NdR)...
"Non ho mai amato farle, al punto che riesco a saltare anche quelle di rito. Anche in famiglia non riescono a fotografarmi (ride NdR)"
Raccontaci il tuo percorso nel mondo del calcio.
"La mia prima esperienza risale alla stagione 1999/2000: ho iniziato allora a collaborare con la Torres, poi nel 2008 - anno in cui i torresini non si sono iscritti al campionato - sono stata chiamata dall'Alghero, neopromosso in Serie C2. Dopo questa esperienza mi sono presa una sosta dal mondo del calcio, visto che anche l'Alghero era scomparso dal mondo professionistico. Poi, per fortuna, ho ripreso a collaborare con la Torres.
All'inizio del mio percorso ero segretaria amministrativa, ma con l'avvento di De Nicola in qualità di direttore sportivo mi è stato messo davanti il libro delle NOIF - e allora non era digitale, ma cartaceo - e mi è stato detto che da quel momento in poi quella sarebbe stata la mia Bibbia o il mio Vangelo. De Nicola mi disse di tenerlo sul comodino e io l'ho preso alla lettera (ride, ndr). Però non ho mai frequentato corsi specifici: sono autodidatta".
Ma com'è nata in te la passione per questo sport?
"Sin da piccolina mi piacevano gli sport in generale. Mio padre mi ha cresciuto a pane e sport, non solo calcio. Lui li segue tutti e io ho sempre avuto lo sport nel sangue. Il cuore poi è sempre stato torresino e quando - per caso - mi è stata data la possibilità di vedermi aperte le porte della Torres, per me è stato come entrare in Paradiso. Purtroppo mi è sempre piaciuto questo mondo".
Perché usi il termine "purtroppo"?
"Perché per una donna è molto impegnativo. Ho una famiglia: un marito e tre figli e non ne sono così contenti. Spesso il fine settimana è necessariamente dedicato al lavoro, anche se seguo la società solo in casa e non in trasferta. E' pesante, ma so destreggiarmi.
Mio marito è completamente al di fuori di questo mondo e non tifa granché, mentre tra i figli ho la seconda di 16 anni che è diventata una torresina sfegatata, in quanto io ho iniziato a lavorare proprio quando lei aveva un anno. E' persino più tifosa del maschio primogenito. Infine ho una bimba di 10 anni. Comunque la domenica mi seguono da spettatori".
Hai parlato delle difficoltà a conciliare vita privata e professionale: quanto di queste difficoltà dipende dal fatto che sei una donna in un mondo prettamente maschile?
"Sì, è complicato essere donna in un mondo così maschile. Infatti io qualche volta mi sono permessa di dire che una donna che lavora nel mondo del calcio deve essere asessuata. Capita infatti che su trentacinque persone si è giusto due donne. Qui alla Torres ho una collega (l'addetta stampa Valentina Sanna, ndr) che proviene dal mondo del basket e Barbara Ravotti con cui collaboro quotidianamente, mentre ad Alghero eravamo molte di più: al di fuori della squadra eravamo tutte donne, persino il collegio sindacale era a maggioranza femminile".
E' un concetto forte quello della "donna asessuata".
"Quando ti ritrovi alle cene sociali, sei l'unica donna in mezzo a tanti uomini ed è facile si crei una sorta di imbarazzo. Però di sicuro è un concetto che non lego al fatto che questo mio lavoro possa entrare in contrasto con la mia vita privata: non ho mai avuto problemi da quel punto di vista.
D'altronde non ho mai neppure vissuto discriminazioni di sorta: certo, forse all'inizio ero vista con diffidenza dai colleghi di uomini, ma nel momento in cui hanno iniziato a conoscermi e a capire come lavoravo è tutto finito lì".
La diffidenza può essere un aspetto anche positivo, perché aiuta a dare ancora di più per dimostrare all'altro che è mal riposta?
"Sì, però è già un aspetto del mio carattere quello di voler dare sempre il massimo e non farsi mai trovare impreparata per essere alla pari degli uomini. Però non la vedo una cosa negativa ed imposta socialmente, ma più un aspetto legato al carattere della persona.
In ogni caso a me questo lavoro piace moltissimo: nonostante ne abbia fatti anche degli altri, quando sono stata lontana da questo mondo per due anni il mio pensiero correva sempre lì, lo desideravo molto".
Con la squadra che è retrocessa sul campo, è il ripescaggio a tenere banco in queste ore. Per le prossime settimane il tuo lavoro verterà in primis su questo punto?
"E' vero. Molti si stupiscono che in una società calcistica - soprattutto per quanto riguarda la segreteria sportiva - si lavori di più proprio in estate. Molti sono convinti che finito il campionato si possa tranquillamente andare in vacanza, mentre è ora che arriva il bello.
E' dal giorno in cui abbiamo perso col Forlì e quindi siamo retrocessi che non mi sono fermata un attimo. Stiamo cercando di capire quanti ripescaggi ci saranno, quali saranno le modalità e quindi mi auguro di poter lavorare duramente fino alla prima quindicina di luglio e poi spero anche la seconda".
Com'è cambiata la percezione femminile nel corso del tempo? La Lega Pro di quest'anno punta molto sul contributo delle donne nei ruoli chiave societari...
"E' cambiata sotto certi aspetti, ma allo stesso tempo posso dire non in modo così forte. Mi spiego: dal 1999, quando ho iniziato, fino al 2008 in Lega ci relazionavamo con la dottoressa Marinella Conigliaro. Quindi c'era già questa attenzione nei confronti del mondo femminile. Allora però la differenza sostanziale è che non ci conoscevamo tra di noi: capitava ci vedessimo alle riunioni, ma ti trovavi immersa in un ambiente fatto di 30/40 uomini e solo due o tre colleghe e avevi persino il terrore di avvicinarle perché non le conoscevi, anche se a volte ci parlavi per telefono. Sotto il piano comunicativo ci sono stati grossi passi avanti".
Che tipo di rapporto ha instaurato con i calciatori?
"In linea generale è sempre stato un bel rapporto, anche se non nascondo che c'è stato anche qualche momento sopra le righe, ad esempio a fine stagione quando dovevano firmare le liberatorie. Con qualcuno è capitato di andare oltre e persino litigare a causa di problematiche economiche. Tutto questo non era certo legato al mio essere donna, ma al fatto che io dovevo impegnarmi nel fare gli interessi della società, mentre loro cercavano viceversa di fare i propri. Ma sono sempre state discussioni civili.
Ho lavorato bene con tutti: in fin dei conti li ho sempre visti come dei ragazzini, come fossero i miei figli insomma. Quando vanno via mi dispiace, come mi dispiace se capita di dover esonerare un allenatore: al mio primo esonero, quello di Bebo Leonardi, mi sono persino messa a piangere. Avevamo instaurato un bel rapporto e allora fui più dispiaciuta io di lui. Il mister è una persona molto scaramantica e alla domenica mattina prima della partita non ci dovevamo mai salutare: lui non ti guardava neppure in faccia. All'inizio è stato anche difficile capire questo suo carattere: ci è voluto del tempo".
C'è qualche giocatore con cui hai mantenuto rapporti al di fuori della militanza con la Torres?
"Sì, con tanti sono rimasta in contatto. Al di là di quelli sardi, come Alessandro Frau, Stefano Udassi che ora fa l'allenatore o Sebastiano Pinna, che vivendo qui nei paraggi facilita la possibilità di incontro. E poi ci sono quelli che hanno messo su famiglia proprio qua e anche quando ci si incontra da avversari spesso molti tornano a salutare".
Quale altro ruolo del mondo del calcio ti piacerebbe ricoprire?
"Mi piace questo, ma non nego che non sarebbe male poter fare il direttore sportivo: tra di loro ho conosciuto Lorenza Visentini, ds del Delta Porto Tolle. Ma sto così bene tranquilla dietro la mia scrivania: è meno pericoloso (ride, ndr)".
E al di fuori del calcio?
"Nel 2008 avevo creato un progetto di imprenditoria femminile, grazie ai finanziamenti regionali: si trattava di una società di servizi per il calcio e lo sport in generale. La mia intenzione era quella di creare una società che potesse fare consulenza. Ma poi mi chiamò l'Alghero... E' oramai un progetto che ho messo nel cassetto e non ci ho più pensato: la mia speranza è quella di poter continuare il mio lavoro alla Torres".
Oramai insomma è stato sfatato il mito che la donna sia estranea al mondo del calcio: anzi, quando una donna entra a farne parte, non vuole più uscirne...
"Esatto. Io non mi sono mai sentita pesce fuor d'acqua, a parte un po' di timidezza iniziale. D'altronde il calcio crea dipendenza (ride, ndr)".
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