Club dei 100 - Igor Protti, Re di Livorno e Zar di Bari. Che sbagliò il trenino

03.03.2020 12:00 di Sebastian Donzella Twitter:    Vedi letture
© foto di Federico De Luca
Club dei 100 - Igor Protti, Re di Livorno e Zar di Bari. Che sbagliò il trenino

È stato Zar ma non in Russia. È stato Re nella città in cui nacque il comunismo italiano. È stato l’unico capocannoniere della Serie A retrocesso. Ha inventato una delle esultanze più iconiche di sempre per errore. Un controsenso vivente, se non fosse che stiamo parlando di Sua Maestà Igor Protti. Uno spot per il calcio e per la Serie C, vista la sua scintillante carriera. Se non fosse che gli spot sono finti. Mentre lo Zar di Bari, il Re di Livorno, il bomber più prolifico a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, è incredibilmente vero.

E pensare che, a segnare il primo gol tra i professionisti ci ha messo la bellezza di 525 giorni. Dal debutto in Serie C con la maglia del Rimini, il 27 maggio del 1984, alla rete messa a segno col Livorno, sempre in terza serie, il 3 novembre dell’anno dopo. A onore del vero, stava per riuscirci alla prima occasione utile: “Avevo 16 anni e mezzo, in un attimo ero passato dagli spalti al terreno di gioco. Tremendamente emozionante, quel giorno il Romeo Neri era più bello che mai. Presi il posto di Cinquetti: da centrocampista faceva il capocannoniere e aveva giocato anche in Serie A. Un mito per chi, come me, tifava Rimini. E per poco non divenne un esordio straordinario: riuscii ad arrivare al tiro nei pochi minuti passati sul terreno di gioco ma la mia conclusione venne salvata sulla linea di porta. Curioso: ricorderò per sempre quel momento ma non ricordo il cognome del difensore della SPAL che tolse quella palla mentre stava per entrare. Se si ricorda l’episodio si faccia vivo (ride NdR)”. Rimane la volta in cui Protti è andato più vicino al gol con la maglia della squadra della sua città. Perché uno dei bomber più prolifici d’Italia, col Rimini, non ha mai segnato.

La stagione successiva, sempre in C, i biancorossi decidono di scommettere su quel ragazzo che, fino a un paio d’anni prima, giocava ancora da centrocampista nelle giovanili romagnole. Peccato che, a 24 ore dal via al campionato, arrivi la doccia gelata: costola rotta, stagione tutta in salita. Cinque presenze, zero reti. Protti ancora non lo sa: segnerà ovunque, tranne a casa sua. Nemo propheta in patria, insomma.

La voglia di lasciare il segno in C è tanta. E allora niente Milan, che lo vorrebbe per rinforzare la sua Primavera. Si va a Livorno. Dall’Adriatico al mar Ligure, anche se siamo in Toscana: il mare diventerà una costante nella carriera di Protti. Ma non andiamo troppo al largo, torniamo sulla terraferma, dove c’è un attaccante che deve ancora sbloccarsi. Tre novembre 1985, Livorno-Sorrento. I campani hanno appena siglato il gol del momentaneo 1-1. Non l’avessero mai fatto. L’appena 18enne Igor parte a centrocampo palla al piede. Lascia il primo avversario sul posto ma si allunga troppo la palla. Sembra un’azione finita già sul nascere ma in equilibrio precario riesce ad anticipare il secondo in velocità. In un attimo è di nuovo in piedi. Finta di gambe e il terzo va giù. Il quarto non riesce nemmeno ad avvicinarsi perché arriva il tiro: “La metto all’angolino. Palo interno e gol, cose che non si dimenticano”. Da lì, per altri 7140 giorni, continuerà a segnare. Per vent’anni, fino all’ultimo sigillo contro la Juventus, con la maglia di quel Livorno riportato a suon di gol in Serie A.

Dopo il primo ne arriva un altro, poi un altro ancora nella stagione successiva e, finalmente, nove reti tutte insieme. Non più teenager ma ventenne, Protti inizia a esultare con costanza. Ma il gol non era l’unica cosa che conta: “In quegli anni si segnava decisamente meno. Sia perché lottavamo per salvarci sia perché era meno facile tirare in porta. L’ostruzionismo degli avversari era sempre ai massimi livelli, poi al Sud il tutto era condito dalla passione focosa della gente. La C1 aveva due gironi e ci capitava di giocare nel meridione spesso e volentieri. Con la maglia amaranto ricordo tante di quelle guerre… Su alcuni campi il calcio centrava poco, eravamo più dei gladiatori. Passavamo con i borsoni in mezzo ai tifosi avversari, giocavamo su campi in terra con gli ultras di casa a due passi da noi. E poi il gioco duro, perché nessuno ti regalava niente. Affrontare quelle sfide da giovane mi ha aiutato a maturare molto. Anche perché ogni gol, su quei campi, era veramente una conquista eccezionale”.

Annate che forgiano il carattere, ma che portano Protti lontano dalla “sua” Livorno. E anche lontano dal mare. Direzione Bergamo, contratto con la Virescit, all’epoca ricchissima seconda squadra della città. Ma il trasferimento, attenzione, non ha lo scopo di gonfiare il suo portafogli: “Stavo benissimo a Livorno, non me ne sarei mai andato. Però la società non navigava in buone acque e aveva bisogno di soldi. E anche grazie alla mia cessione riuscì a iscriversi al campionato successivo. A quel tempo non decidevano i calciatori ma il club. Lì in Lombardia vissi un’annata molto particolare: passai dalle migliaia e migliaia di tifosi che domenica riempivano il Picchi alle partite di sabato con 400 persone. Era strano, tutto più ovattato”. Un anno solo con i bergamaschi ma molto importante: il primo in doppia cifra. Il biglietto, in pratica, per la serie B. Nella sua prima esperienza al Sud, con un pubblico 50 volte più numeroso di quello nordico e con un nuovo mare di fronte, il Tirreno, da aggiungere alla collezione: “Al Celeste di Messina la terra sotto i piedi tremava ogni volta che i tifosi urlavano il nome del team. Era una roba incredibile, lo stadio era pieno in ogni ordine di posto e in tantissimi seguivano la partita dal terrazzo. Lì scoprii che potevo segnare con regolarità anche in cadetteria. Riuscivo ad andare in doppia cifra senza battere rigori, mica male per quegli anni”.

Mai, però, da capocannoniere. Per diventarlo dovrà aspettare, addirittura, la Serie A. In un altro porto, Bari. Il resto è storia: “Fu incredibile. In Serie B non ero riuscito a ripetere i numeri fatti a Messina. Ma riuscii lo stesso ad aiutare la squadra a conquistare la promozione in Serie A. Nel mio primo anno tra i grandi non andai affatto male, sette gol per un esordiente sono tanti. Ma forse ci si aspettava qualcosa di più da me. Anche se andò tutto molto bene, fu l’anno del famoso trenino, con Guerrero venuto dalla Colombia a spiegarci come muoverci in mezzo al campo a quattro zampe e noi che capimmo male”. In che senso? “Il famoso trenino, nacque da un errore di interpretazione. In Sudamerica si esultava senza rimanere uniti, bisognava solo girare attorno alla bandierina. Ma noi non capivamo benissimo Guerrero, non parlava italiano e quindi inventammo, inconsapevolmente, una nuova esultanza che coinvolse prima tutta Bari e poi tutta la città”.

Dopo la prima annata in Serie A, i biancorossi lo lascerebbero andare. Ma Protti non va. La voglia è quella di giocare al San Nicola e poi ci sono i parametri, chi lo prende dovrà prima pagare al Bari una cifra stabilita dalle tabelle allora in vigore in FIGC. Tutta l’estate a casa, insomma, a soffrire. Prima di quella chiamata, uno spiraglio che, per il nostro protagonista, sembra un portone: “Il Bari mi chiede di andare in ritiro senza contratto. Dovevano ancora fare l’attaccante e si tenevano aperte tutte le porte. Dopo una settimana la dirigenza mi chiede di firmare. Ma in bianco. A scegliere la cifra era il presidente. E capii che non sarebbe stata alta come quella di tre anni prima. Intendiamoci, non parliamo dei contratti ricchissimi dei calciatori di adesso, quindi l’eventuale taglio avrebbe potuto pesare e non poco. Anche perché il Bari avrebbe anche potuto selezionare il minimo di contratto. Ma non mi interessava. Volevo tornare a giocare, firmai. Per fortuna non inserirono il minimo di contratto ma qualcosa di più (ride NdR)”. È l’estate del 1995. Un anno dopo, nel 1996, è cambiato tutto. Nel mezzo c’è un’annata irripetibile: Protti segna 24 gol in Serie A, come Signori e più di Batistuta, vince la classifica marcatori, per strada si ritrova un cartellone che recita “Igor, Bari ti ama”. Al gol numero 18, d’altra parte, gliel’hanno già detto con uno striscione: “Bandiera di una curva orgoglio di una città”, per festeggiare il record di un calciatore barese nella massima serie. “Quanta roba, tutta insieme. Potrei andare avanti a raccontare per ore”. Eppure, a fine anno, per il Bari arriva la Serie B: Protti diventa il primo (e finora l’unico) capocannoniere retrocesso.

Da lì la Lazio, con il gol nel derby che gli permette di essere parte della storia biancoceleste. E poi il Napoli ma la magia di Bari non si ripete. E allora, senza troppi fronzoli, tanti saluti alla Serie A. A sorpresa Protti sceglie la Reggiana ma non ci rimane molto: “Son nato sul mare, avrei avuto difficoltà a vivere dove non c’era. Ho giocato anche a Bergamo e Reggio Emilia: ho dei bei ricordi e ci torno sempre volentieri, anche se l’esser rimasto poco in quei due club, lontano dal mare, non credo che sia un caso. Chi è cresciuto a due passi dall’acqua sa”.

Sceglie ancora il mare. Di nuovo Livorno, in C1, per la disperazione del suo procuratore che lo ricoprirebbe di banconote all’estero. Ma per Protti non è ancora tempo di svernare, anzi. C’è da aiutare il club che lo ha fatto diventare uomo: “Il chiodo fisso di riportare il Livorno in cadetteria ce l’avevo da tempo. E quindi di giocare in C1 a due anni esatti di distanza dalla A non mi importava. Ma come sempre capita in terza serie, per arrivare in B devi inghiottire una marea di rospi. Il più grande è quello spareggio di Como in finale playoff: dopo 120 minuti ci fanno gol. Anzi, ce lo facciamo noi: autorete. Volevo scomparire. Non riuscivo a smettere di piangere nello spogliatoio. Dover ricominciare da zero quando eri a un passo dal traguardo. Ma è la crudele bellezza della Serie C. Avevo segnato 24 gol a Bari ma non era servito per mantenere la A, ne avevo segnati 22 a Livorno ma non era arrivata la promozione in B. Fu un momento molto difficile ma fu lì che il Livorno rinacque veramente”.

Il ‘cattivo’ di quell’anno, nella favola amaranto, è lo Spezia. Che vince quando il Livorno vince e, ad aprile, mette ko i toscani portandosi a un solo punto dalla vetta. Eppure è una favola e quindi a trionfare devono essere per forza i protagonisti: “Quell’anno dovevamo vincere, ce lo dicevano in continuazione gli animali di Gianpiero Piovani”. Ogni volta che il Livorno va in trasferta, la squadra passa davanti a un bosco: “A inizio campionato vide un cerbiatto e urlò: ‘Si vince 4-0’. Non proprio, ma vincemmo. Un paio di settimane dopo la stessa storia, questa volta con un cinghiale. Nel girone d’andata vincemmo segnando tre reti a Lecco e Lumezzane, quattro al Brescello e cinque a Reggiana e Arezzo. Non era precisissimo ma almeno sulla vittoria ci prendeva. E nelle battute finali del campionato, quando la situazione era tutt’altro che semplice, continuava a cercare cerbiatti e cinghiali e a urlare ‘si vince 4-0 anche domani’. Sembrano stupidaggini, e magari lo sono, ma la B arrivò anche grazie a episodi del genere”.

A 35 anni, Igor Protti, al nono campionato di C, vince la classifica marcatori. 27 gol in 31 partite, il più importante a Treviso perché vale la promozione: “Mancavano tre minuti alla fine, ero stremato fisicamente e mentalmente. Loro lottavano per salvarsi, io vedevo gli spettri di Como. Arriva un lancio dalla linea difensiva, la punta fa sponda, dal limite me la porto avanti e calcio con le ultime forze rimaste. Fu una gioia immensa, spezzammo la maledizione”.

E, particolare non trascurabile, Protti per il secondo anno di fila supera quota 20. In Serie B non si ferma: 23 nella prima stagione cadetta, con il titolo di capocannoniere in tasca. Il secondo consecutivo. Insieme a Hubner, diventa l’unico calciatore capace di vincere la classifica marcatori in tutte e tre le serie professionistiche. Ma non è ancora finita qui: un anno dopo, nella stagione della B a 24 squadre, ne fa altrettanti. Vola nuovamente in Serie A con un certo Cristiano Lucarelli al suo fianco.
Si sono ritrovati di recente, nel Tuttocuoio. Protti dirigente, Lucarelli allenatore: “Cristiano è un grande combattente, tira fuori il meglio di sé nelle situazioni peggiori. Lo faceva da calciatore, lo sta facendo da allenatore (oggi guida il Catania NdR). Diventerà un grande perché ha il cuore per riuscirci”. Torniamo indietro, sono anni magici per il Livorno e per Protti che, sempre più grande, continua a segnare e a far segnare: oltre a Lucarelli, Margiotta, Tovalieri, Kenneth Anderson, Lorenzini, Altieri, Brandolini. Più o meno conosciuti ma accomunati da una particolarità: “Con me accanto hanno realizzato il loro record stagionale di gol. Tengo moltissimo a questa cosa perché significa che non ero il classico attaccante egoista. Poi è ovvio che segnare mi ha sempre fatto piacere e che un gol come quello col Treviso rimarrà per sempre nel mio cuore. Così come i 24 di Bari ma anche quello col Modena. Nessuno se lo ricorda ma è il più bello di tutti: rovesciata dal limite dell’area, prendendo il tempo a un compagno e a un avversario che provarono a prenderla di testa. Invece la presi io, di collo pieno. La palla entrò a mezz’altezza”.

Eppure, dopo un decennio vissuto in Serie C, è impossibile non chiedere a Protti un paragone col passato: “Qualche anno fa la situazione era notevolmente peggiorata sotto tutti i punti di vista. Penalità, squadre fatte con le calcolatrici, non mi riconoscevo in quel calcio. Io sono per la meritocrazia. I bravi giocano, i giovani magari meno perché si fanno le ossa. Accadeva così ai miei tempi non capivo perché non potesse più succedere. Ma con Gravina e Ghirelli è stato fatto un grande lavoro: il campionato ha ritrovato credibilità e, pian piano, sta ritrovando il suo fascino. Aiutato dalla presenza di squadre come il Bari, ovviamente, che seguo da vicino ogni volta che posso. La sfida a distanza con la Reggina sta aiutando molto la Serie C ma anche negli altri gironi in quanto a blasone non scherzano. Ci sono tantissime squadre che ho affrontato ai tempi della A ma anche della B”.

E poi c’è il Rimini: “Rimpiango ancora quel gol non fatto con la maglia della mia città. Me ne andai quando non ero ancora maggiorenne ma non sono stato dimenticato. Anzi, Rimini mi ha premiato con il Sigismondo d’oro, riconoscimento per i cittadini che tengono alto il nome della città. E penso che possa valere come un gol in biancorosso”.