TMW RADIO - Pres. Albinoleffe: "La Serie C non deve ripartire"

21.05.2020 22:45 di Marco Pieracci   Vedi letture
Gianfranco Andreoletti
© foto di Michele Maraviglia/UC AlbinoLeffe
Gianfranco Andreoletti

Gianfranco Andreoletti, presidente dell'AlbinoLeffe, è intervenuto in diretta nel corso della trasmissione Stadio Aperto, in onda su TMW Radio: "Mi sembra che la Federazione voglia verificare se si può riprendere a giocare, mentre noi pensiamo che sia scontato non sia possibile. Lo verificheremo strada facendo, io, nella mia zona, non ho dubbi. Chi verrebbe a giocare a Bergamo in questo momento, con ancora tanti contagiati in essere e potenziale? Per me non è immaginabile qui un certo tipo di ripresa, capisco che a livello di FIGC si voglia temporeggiare, ma non c'è una contrapposizione, bensì la volontà di rimandare una scelta".

Ma la possibilità di sviare ai ricorsi con un playoff-playout a quattro squadre?
"Capisco lo spirito dell'iniziativa ma occorre domandarsi se si può riprendere o meno a giocare. Se non è fattibile, va trovata un'altra soluzione. Si potesse giocare, allora non c'è motivo di sospendere il campionato: gli argomenti sono collegati. Si parla di merito sportivo, ma questo è ciò che esprime il campo al termine del campionato. Due anni fa c'era una squadra che aveva 10 punti di vantaggio a dieci partite dalla fine e poi è salita la quinta. Qualcuno di scontento ci sarà sempre, credo che servirà un buonsenso tale per cui quando non si gioca c'è qualcuno che dovrà rassegnarsi. Gli investimenti d'altronde li facciamo tutti, poi chi vorrà ricorrere lo farà".

C'è un problema nell'applicare il protocollo?
"Chiaro che questo viene un minuto dopo la decisione di giocare. Perché ad oggi non è disponibile un protocollo che governi questa eventuale fase di ripresa, a meno che non sia stato pubblicato adesso. Dire che la C deve giocare in quanto entità professionistica è un modo sbagliato di dare risposte. I professionisti vanno dalla A alla C, ma tra B e C in termini di contribuzione c'è uno zero di differenze. Con ciò che viene distribuito alle sessanta società di Serie C non ci sono gli strumenti per attuare il protocollo. Mi risulta poi che i medici della Serie C oggi abbiano dichiarato l'impossibilità di dare il via al campionato, anche perché c'è da considerare che loro sono dei medici del club a tempo perso. Siamo sì professionisti, ma la realtà è differente, non si tiene in considerazione il nostro contesto. Oggi portiamo a casa 5-600mila euro di contribuzione, spendendo almeno un paio di milioni. Nella nostra realtà non ci sono centri sportivi come quelli della Serie A, sono tante le situazioni che ostacolano la ripresa, ma si è deciso di voler vedere se le condizioni ci sono. Io sono scettico, magari però sono influenzato dal mio contesto, a pochi chilometri da Alzano e Nembro".

Ieri, guardando Ghirelli uscire dal Consiglio Federale, sembrava amareggiato. Che pensa del suo operato?
"Credo lo si debba ringraziare, ha fatto un lavoro di estrema importanza. Si pensi alla questione del contributo di Cassa integrazione o al concetto dell'abbattimento dell'IRAP e di tutto ciò che sta portando avanti. Il lavoro è di squadra, coinvolge lui e la Federazione, ma lo vedo impegnato. Capisco la sua delusione, era portatore della nostra proposta, sapevamo comunque tutti di dover aspettare la decisione del Consiglio Federale. E non l'hanno bocciato, hanno solo detto: vediamo cosa succede nelle prossime settimane. La Serie C deve darsi un percorso di sostenibilità che oggi non ha. Già prima del virus si soffriva di una perdita di sistema di 100-120 milioni di euro: questo la dice lunga sul problema che dovevamo affrontare. C'è una società che su questo tema sta facendo elaborazione, sono state affinate delle proposte e le porteremo in assemblea. Serve un'applicazione immediata: oggi il mondo della Serie C sta in piedi non grazie alle risorse che dà il sistema, i 27 milioni di euro non sono sufficienti a pareggiare i costi, ne servono altri 100 e i presidenti devono trovarli in qualche modo. C'è chi lo fa grazie alla generosità dei propri soci, chi in altro modo. Ma non sono solo 100 milioni, bensì quelli più la cifra che i presidenti adesso non potranno più dedicare allo sport perché concentrati sulle proprie aziende. Ci sarà grande difficoltà, serve un'autoregolamentazione nostra per ridurre i costi, tramite creazione di obblighi. Nel calcio, a differenza dell'economia aziendale, i principi trainanti sono altri: a volte i presidenti, influenzati da piazza o giornalisti, vanno al di là delle proprie possibilità ma tanti oggi avranno molta disponibilità in meno. Serve una migliore distribuzione delle risorse, la Legge Melandri ci riconosce una percentuale molto bassa, e la politica dovrà affrontare questo tema".

Qual è il suo ricordo di questa esperienza con il virus?
"Mi si accappona la pelle perché penso al genitore di un ragazzo del nostro settore giovanile che è morto. Questa è la risposta, ci siamo trovati nella situazione in cui il quotidiano locale ha triplicato le pagine per il necrologio, e abbiamo perso una generazione d'esperienza, c'è stata una moria incredibile dai 60 in su e abbiamo perso la memoria del paese. Io che ho quell'età osservavo tutto con attenzione".