Latina, tredici anni dopo: il filo della storia riporta i nerazzurri in finale di Coppa Italia
Tredici anni dopo, la storia ha bussato di nuovo alla porta del Latina Calcio. E questa volta non lo ha fatto in punta di piedi, ma attraverso un percorso coerente, sofferto, costruito con metodo e identità, che ha riportato i nerazzurri in finale di Coppa Italia Lega Pro. Un cammino che merita di essere raccontato non come una sequenza di risultati, ma come la fotografia di una squadra che ha imparato a stare dentro le partite, dentro le difficoltà, dentro il proprio destino.
Il viaggio comincia ad agosto, in un Francioni ancora estivo e curioso, con l’1-0 al Gubbio che segna il primo mattone. Non è un successo appariscente, ma è una vittoria che dice molto: solidità, attenzione, capacità di colpire senza concedere. È già un Latina riconoscibile, fedele al mobile 3-4-2-1 e a un’idea precisa di calcio. Da lì in avanti il livello cresce, così come il grado di complessità delle sfide.
A Perugia, nel secondo turno, arriva la prima vera prova di maturità. Novanta minuti non bastano, i rigori diventano un banco di esame emotivo. Il 6-5 dal dischetto non è soltanto un passaggio del turno: è la certificazione di una squadra che non si sfalda quando il margine si assottiglia, che regge la pressione, che sa affidarsi ai propri nervi saldi. Non è un dettaglio, in una competizione come questa.
La tappa di Arezzo conferma la sensazione. Ancora rigori, ancora equilibrio, ancora una partita in cui il Latina dimostra di saper soffrire lontano da casa. Il 5-6 finale dagli undici metri è una dichiarazione di affidabilità mentale. In quel momento il percorso smette di essere episodico e inizia ad assumere una fisionomia chiara: il Latina non vince per caso, ma perché resta dentro la partita fino all’ultimo respiro.
Il passaggio a Vercelli, nel pieno del nuovo corso con mister Volpe, nei quarti, rappresenta la sliding Door più bella con il gol di Ekuban al Piola che segna il passaggio in semifinale.
Ed è su queste basi che si costruisce la doppia semifinale contro il Renate. L’1-1 dell’andata tiene tutto in equilibrio, rimanda ogni discorso al ritorno e prepara il terreno a una serata che entra di diritto nella memoria collettiva nerazzurra. Al Francioni, il Latina gioca una partita che è insieme tecnica, fisica ed emotiva. Passa subito, subisce il ritorno avversario, non perde la testa. Resta fedele a sé stesso.
Nel momento in cui il peso della storia potrebbe farsi opprimente, la squadra sceglie la via più difficile: continuare a giocare. Il gol decisivo non arriva per caso, ma come sintesi di un’azione pulita, lucida, figlia di letture corrette e di una fiducia che non vacilla. Il 2-1 finale non è un’esplosione incontrollata, ma una liberazione composta, adulta.
Guardando il percorso nel suo insieme, colpisce la continuità delle scelte: sistemi di gioco adattati senza tradire l’identità, interpreti messi nelle condizioni di rendere, una gestione delle partite che privilegia equilibrio e pragmatismo. Il Latina non ha mai cercato scorciatoie. Ha attraversato la Coppa costruendo ogni turno come fosse una partita di campionato, con la stessa serietà, la stessa disciplina.
È per questo che il ritorno in finale, dopo tredici anni, ha un valore che va oltre la singola serata. Racconta di un club che ha ritrovato una linea, di una squadra che sa aspettare il momento giusto, di una piazza che può riconoscersi in un gruppo capace di rappresentarla. La Coppa, ora, è l’atto conclusivo. Ma il viaggio, quello vero, è già una vittoria.
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