ESCLUSIVA TLP - Lei non sa chi sono io : Paolo De Carli (UNION Ripa La Fenadora)
C'è chi ha bisogno dei riflettori e delle grandi sfide per dare il meglio di sé e chi come Paolo De Carli, a cui bastano i guantoni alle mani e una porta da proteggere per toccare il cielo con un dito. Questione di prospettiva, non c'è dubbio. Ma il fascino del calcio risiede nella passione che si può cercare anche su un campo di periferia, in una domenica di campionato di Prima Categoria veneta. Ad esempio.
Paolo De Carli, portiere dell'UNION Ripa La Fenadora (girone C - Serie D) è il protagonista di questo nuovo appuntamento con "Lei non sa chi sono io", ha vissuto l'emozione di giocare esclusivamente per divertimento su campi di fortuna con la sua squadra, raggiungendo un traguardo importante: duecento partite. Nel prepartita contro la Clodiense di due settimane fa, la società l'ha premiato con una targa ricordo: "Il presidente in settimana si era lasciato scappare qualcosa, ma è stato bello lo stesso ricevere quel premio".
Paolo, sei arrivato ai trent'anni e hai giocato prevalentemente nei dilettanti. Pensi ancora ad un possibile approdo nei Pro?
"Sarebbe bello arrivarci con l'Union Ripa in Lega Pro. E' un mio desiderio. Se non si avvera, non importa. Non muoio dalla voglia di andare nei Pro perchè ho un bar qui in città e le esigenze lavorative non mi permetterebbero di andare molto lontano".
Proposte non ne hai mai ricevute dal piano superiore?
"No, devo esser sincero no".
Una vita nei dilettanti. Quale la molla che ti spinge ancora oggi ad allenarti?
"Il divertimento in primis, c'è poi la passione che è ancora quella di bambino: ricordo le scarpette da calcio e i primi giorni nella scuola calcio. Ti sentivi un fenomeno con quel pallone tra i piedi e sognavi spalti gremiti. Adesso è un po' diversa la cosa, anche se non ho cinquant'anni. Ora vedo che c'è meno passione rispetto ad una volta".
Da cosa te ne accorgi?
"C'è una catena di montaggio, chiamiamola così, che porta i più giovani a non guadagnarsi lo spazio in squadra per bravura, ma solo per una regola e questo tende a far scemare il sacrificio e la conquista. Se sei giovane, non importa quanto bravo sei, giochi lo stesso. Mentre ricordo che quando ho iniziato, facevo sette allenamenti la settimana: con le giovanili e la prima squadra. Si vedeva un obiettivo e sentivi che il tuo sforzo poteva essere ripagato".
Ti senti un po' il simbolo di un calcio fatto per divertimento?
"Ti sembrerà strano, ma sento ancora l'attaccamento alla maglia come avveniva un tempo. Quando ho fatto la scelta di andare in Prima Categoria con questa società, ho sempre sentito la fiducia nei miei confronti e questo vuol essere da parte mia un modo per ringraziarli. Ho a che fare con persone di sani princìpi, che sanno gestire questo club con minuziosa attenzione, evitando di andare gambe all'aria. Lavorano per passione: durante la settimana al campo, la domenica mattina i bambini e il pomeriggio la prima squadra. Queste cose mi piacciono da matti e io gioco per ricompensarli".
Sei l'ultimo dei romantici.
"Mi sento ancora giovane e questa atmosfera di amicizia che si respira in questa società mi fa star bene".
Da bambino come portiere promettevi bene?
"Mica tanto. Ricordo che mio padre si arrabbiava con me perchè con le rimesse dal fondo non riuscivo mai a mandare la palla oltre il centrocampo e mi portava al campo a provarle fino a quando non ho imparato".
Portiere per necessità o per passione?
"Ti dirò: fino a sedici anni non volevano neanche mettermi in porta, ma tenermi fuori".
Addirittura.
"Si, dicevano che ero basso e come portiere non andavo bene. A me però il ruolo di portiere piaceva per il fatto di essere diverso dagli altri in mezzo al campo: quei guantoni e quella sensazione particolare che solo chi ha fatto il portiere può capire. Da piccolo facevo l'attaccante ma non mi divertivo come mi diverto a stare tra i pali".
Un sogno che avresti voluto realizzare e che ancora pensi di riuscire a raggiungere, qual è?
"Calcisticamente parlando per un giocatore fare il professionista è il massimo. E' ovvio che ognuno vuole arrivare a fare la Champions League, ma non è possibile. Il mio sogno sarebbe fare un anno nei professionisti con questa società".
Ritornando a quello che dicevamo prima: nei dilettanti, trovare uno come te che gioca duecento partite di seguito con la stessa squadra è raro. A tal punto che la società ti ha premiato, prima della partita contro la Clodiense, con una targa.
"In settimana il presidente si era lasciato scappare qualche battuta su un ipotetico premio. La domenica però l'emozione c'è stata lo stesso quando mi hanno regalato questa targa ricordo e hanno fatto un poster che hanno messo nella sede della società con la mia gigantografia".
Paolo De Carli, dopo la partita del pomeriggio, la sera torna in famiglia o guarda il posticipo della serie A.
"Solitamente sto con la squadra. Siamo tutti giovani e ci vogliam bene. Nello spirito dilettantistico di cui ti parlavo prima, la domenica sera ci incontriamo in una pizzeria e si sta insieme con le famiglie e le fidanzate. Se vinciamo, si festeggia ancora di più".
Un portiere a cui ti ispiri?
"A molti non piaceva, però Van Der Saar era un idolo per me".
L'Union Ripa la Fenadora dove può arrivare quest'anno?
"Noi siamo una squadra che tutto sommato non è cambiata molto. Dipende da noi: possiamo vincere tutte le partite se vogliamo. L'obiettivo minimo per quest'anno sono i play off".
Negli ultimi anni con la regola dei quattro under obbligatori in campo, le società puntavano a far giocare uno dei quattro tra i pali, per far si che si liberasse un posto in campo per un over. La cosa negli ultimi tempi sta cambiando e si punta ad un portiere esperto.
"L'esperienza alla lunga serve e in particolar modo in un campionato difficile come questo. La tendenza come dici bene tu è questa. Non voglio prendere le difese di nessuno, ma credo che sia una scelta saggia".
E parliamo di questa regola: tu ne pensi tutto il male possibile immagino.
"Non si tratta di pensar bene o male, però fa riflettere la cosa. Come dicevo prima: tutti i sacrifici che ho fatto io, solo per fare un allenamento con la prima squadra. E vedi giocatori anche bravi che stanno fuori perchè bisogna far giocare i più giovani".
Non allontaniamoci troppo, rimanendo su questo filone: la prima volta che sei arrivato in prima squadra. Quale ricordo hai di quel giorno?
"Ero con la Feltrese, l'allenatore era Borgato. Mi ricordo che il venerdì avrei fatto allenamento con la prima squadra. Non solo: la domenica sarei andato in panchina perchè il secondo portiere si era fatto male. Non ti dico la mia emozione quel giorno: entrare nello spogliatoio, sentire i discorsi dei vecchi che ti squadravano dalla testa ai piedi, faceva un certo effetto".
Tu dici: "Sentire i discorsi dei più vecchi dello spogliatoio faceva un certo effetto". Oggi i più giovani entrano in uno spogliatoio con un atteggiamento diverso rispetto al passato.
"Le cose sono cambiate negli anni e si cerca di dare dei consigli ai più giovani".
Ad esempio?
"Portare il materiale, raccogliere le casacche. Sono cose che loro vedono come inutili perchè a casa non sono abituati a farle, avendo tutto sotto la bocca senza muovere un dito. E' il discorso dei sacrifici che gira e rigira è fondamentale per crescere".
Un consiglio che dai ai portieri più giovani che si allenano con te?
"Penso sia banale, ma non smettere mai di credere in se stessi. Sono dell'idea che fare il portiere necessiti di una passione diversa da chi gioca a calcio in mezzo al campo".
Ti è venuta meno qualche volta la passione?
"No, quello mai per fortuna. Mi è capitato di allenarmi con temperature anche di meno dieci, quindici, però il sacrificio valeva come soddisfazione personale".
Un portiere che ti senti di consigliare, chi è?
"C'è quello della Sacilese, Alessandro Favaro. Mi ha fatto una buona impressione come presenza tra i pali".
Un consiglio che ti è stato dato quando eri più ragazzo, qual è?
"Quello che il portiere non ha mai colpe".
Secondo te è così?
"Diciamo che si cerca di trovare un alibi all'errore e alla responsabilità".
E l'errore che fanno maggiormente i portieri attualmente?
"Parlo del campionato dove gioco: credo che sia quel timore di fare il passettino in più sui calci da fermo. Oppure altro problema che noto è l'uscita. Molti pensano: non esco. Però prendi gol. Sono tutte cose che si migliorano allenandosi giorno dopo giorno".
Con la cancellazione della Seconda Divisione, pensi che il campionato di Serie D sia migliorato come livello?
"Il pensiero che il livello sia migliorato, almeno da come ne parlo con i miei compagni, c'è. Però siamo pur sempre alle prime giornate di campionato e i valori ancora devono assestarsi: molte squadre ancora devono smaltire la preparazione e le gambe non rispondono come si vorrebbe".
Per concludere diamo uno sguardo al vostro girone: ti aspettavi l'Este al primo posto?
"Non mi meraviglia più di tanto la squadra giallorossa. Hanno fatto un ottimo campionato la scorsa stagione. Quest'anno si stanno comportando bene e possono fare qualcosa di importante".
Le favorite quali sono?
"Biancoscudati Padova, Sacilese, Alto Vicentino, Belluno. E ci metto anche l'Union Ripa. Magari non per vincere il campionato, ma per toglierci qualche bella soddisfazione".
La parata più bella è sempre la prossima?
"Sicuramente".
E' più bella una parata o un gol?
"Sfondi una porta aperta: una parata può ripagare il lavoro di un anno intero. Noi siamo sempre isolati e un momento simile ti fa sentire invincibile".
Prossima intervista per "Lei non sa chi sono io": giovedì 9 ottobre.
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