Il fatto della settimana - Una Folgore senza il suo stadio in una C di "sfollate"
La Serie C può crescere in tanti modi. Con i giovani, con gli investimenti, con personaggi capaci di accendere i riflettori su problemi reali. Ma c'è una cosa senza la quale tutto il resto rischia di perdere significato: il pubblico. Perché il calcio professionistico vive dentro gli stadi, non soltanto dentro comunicati, conferenze e social. E proprio gli stadi continuano a essere uno dei grandi problemi irrisolti della terza serie. Non un dettaglio tecnico da manuale delle licenze, ma la premessa di tutto il resto.
Prendiamo la Folgore Caratese. Una neopromossa che torna nel professionismo dopo settantotto anni, una comunità che si affaccia per la prima volta a questo livello e avrebbe il diritto di festeggiare il proprio esordio dentro casa. Invece no. L'esordio di lunedì 24 agosto contro la Dolomiti Bellunesi si gioca all'AlbinoLeffe Stadium di Zanica, in provincia di Bergamo, a circa 55 chilometri da Carate Brianza. Il club ha messo a disposizione i pulmini gratuiti e fissato il biglietto a un euro simbolico, ma resta un dato che pesa più di qualsiasi gesto di buona volontà: alla Sportitalia Arena ci sarebbero state ottocento persone, a Zanica ne sono attese un centinaio.
Il paradosso è che i lavori di adeguamento erano già stati completati. Il presidente Michele Criscitiello rivendica un investimento privato da 3,4 milioni di euro su stadio e centro sportivo - manto erboso, spogliatoi, illuminazione, videosorveglianza, vie di fuga - a fronte di un contributo comunale pari a zero. A mancare, alla fine, era un nulla osta legato alla viabilità esterna, competenza incrociata tra Carate e Verano Brianza. Due firme, secondo la ricostruzione del presidente. Da lì la conferenza stampa del 18 agosto, l'accusa agli uffici comunali "in ferie", lo striscione degli ultras appeso al municipio, la replica del sindaco Luca Veggian - che rivendica di aver sollecitato da oltre un anno gli elaborati tecnici e nega qualsiasi chiusura estiva - e infine il salto di categoria peggiore: quello giudiziario. Il Comune ha dato mandato ai legali per una querela per diffamazione aggravata, il club ha annunciato un esposto alla Procura di Monza. Nel frattempo, ironia della sorte, il parere favorevole dei Vigili del Fuoco è arrivato: troppo tardi per la prima, forse in tempo per la seconda.
Al di là di chi abbia ragione - e su questo decideranno altri - resta la domanda che vale per tutti: quanto può essere veloce un sistema chiamato a sostenere chi nel professionismo ci è appena arrivato? Perché se la burocrazia rallenta proprio le realtà più fragili, il rischio è che siano sempre le piccole a pagare il conto. E che a pagarlo davvero siano i tifosi, le famiglie, gli ottocento bambini del vivaio che quella prima partita non la vedranno.
E il problema non riguarda soltanto la Brianza. Da nord a sud, gli esempi non mancano. Il Bari ha iniziato il proprio campionato con un 3-0 roboante sulla Cavese, ma la festa del San Nicola è stata vissuta da 2.864 spettatori: in uno stadio da 58.270 posti significa poco più del cinque per cento della capienza. Peggio ancora, sono 733 in meno rispetto al debutto in Coppa Italia contro il Casarano, quando ne erano entrati 3.597 di cui oltre settecento ospiti salentini. Per trovare un dato inferiore bisogna tornare al 21 agosto 2021. Bari-Fidelis Andria, 2.407 presenti, in piena era di restrizioni sanitarie - o addirittura al settembre 2018, la stagione della ripartenza dai dilettanti dopo il fallimento.
Qui, però, il vuoto non è burocratico: è politico. La campagna abbonamenti non è mai partita, cosa mai successa se non durante la pandemia. La Curva Sud non è nemmeno stata messa in vendita. La tifoseria organizzata ha scelto di restare fuori, cantando all'esterno dell'impianto, e ha posto una condizione sola per rientrare: la cessione del club da parte della famiglia De Laurentiis. Sullo sfondo, anche a Bari, la questione della concessione: l'astronave di Renzo Piano è stata affidata alla società con un comodato oneroso temporaneo di tre mesi, in attesa della gara quinquennale a cui ha partecipato un solo soggetto. Uno stadio da quasi sessantamila posti, usato da meno di tremila persone, in prestito trimestrale. Difficile trovare un'immagine più efficace del problema.
A Latina, invece, il paradosso è di segno opposto: entusiasmo, mercato, una finale di Coppa Italia di Serie C giocata al Francioni ad aprile, una piazza che sembra voler tornare a respirare calcio. Ma manca la cosa più semplice e più importante: la certezza della casa. Il Francioni non è più una certezza per il Latina perché la gestione dell'impianto - e del campo Bondioli, sede degli allenamenti - è finita dentro un doppio percorso amministrativo: un bando europeo ventennale, ancora in attesa della nomina della commissione, e una concessione "ponte" per la sola stagione 2026-27, al momento aggiudicata in via provvisoria all'Atletico Pontinia, con le verifiche di legge tuttora in corso.
La famiglia Terracciano ha investito, costruito una squadra e alimentato aspettative, e nelle scorse settimane ha risposto inviando una diffida al Comune. L'amministrazione ha replicato ricordando i tre nulla osta firmati dal sindaco Matilde Celentano, validi per l'intera stagione e sufficienti per l'iscrizione in Lega Pro, e sostenendo che sia il bando ventennale sia l'avviso ponte impongono al futuro concessionario di garantire l'impianto alla prima squadra cittadina. L'assessore allo Sport Andrea Chiarato ha difeso anche i canoni, mettendoli a confronto con quelli di altre piazze: 416mila euro l'anno per l'Euganeo di Padova, oltre 352mila come base d'asta a Palermo, circa 255mila per la ponte di Foggia, 181mila a Brescia, 171mila a Pescara, 168mila ad Avellino, 158mila a Trieste. Numeri che raccontano un mercato, non un capriccio locale. E che spiegano perché un anno fa il Latina avesse rinunciato a partecipare al bando da 46mila euro per sei mesi, preferendo pagare mille euro a partita: una tariffa ferma al 2010, quando allestire una gara di Lega Pro costava una frazione di oggi.
Tre piazze diverse, tre versioni dello stesso problema: c'è chi lo stadio non può utilizzarlo, chi lo utilizza senza riuscire a riempirlo e chi non sa fino a quando lo avrà. Ma l'elenco è molto più lungo, e questo è il punto. Il Vado, promosso dopo settantotto anni e primo vincitore della Coppa Italia nel 1922, ha scoperto che il Chittolina non è omologabile per la Lega Pro: servivano circa 800mila euro di lavori. Per settimane si è parlato del "Piola" di Novara, 165 chilometri di distanza; alla fine i rossoblù hanno trovato ospitalità al "Sivori" di Sestri Levante, un centinaio di chilometri da casa, versando 1.800 euro più IVA a partita al Comune levantino. Dopo l'Albisola, è la seconda società savonese costretta a emigrare: un'intera provincia senza un impianto adatto alla terza serie.
Nel girone C la mappa è quasi un censimento. Il Cosenza, con il San Vito-Marulla indisponibile, gioca allo Scida di Crotone. Il Monopoli, per il restyling del Veneziani, si trasferisce proprio a Bari. Il Savoia è ospite del De Cristofaro di Giugliano, la Scafatese del Guariglia di Agropoli, il Sorrento resta a Picerno in attesa del suo stadio Italia. Sono sei, sette, otto club che iniziano la stagione da ospiti: non per una giornata, ma per mesi. Con tutto quello che comporta in termini di incassi, di abbonamenti, di identità, di sicurezza e di logistica. Il campionato è regolare sulla carta, ma è un campionato di sfollati.
E allora vale la pena guardare anche all'unico controesempio, perché dimostra che non è una maledizione. L'Ostiamare di Daniele De Rossi, promossa dopo trentacinque anni, rischiava la stagione itinerante: a Roma, fuori dall'Olimpico, non esisteva un impianto omologato per il professionismo. In poche settimane la giunta capitolina ha avviato l'iter per adeguare lo storico "Stella Polare", il Giannattasio: nuovo manto erboso, tribuna ospiti da almeno 500 posti, capienza portata a 1.500, illuminazione potenziata, infrastrutture per le riprese televisive, accessi separati. Lo stesso assessore che ci ha lavorato ha ammesso che, con quei tempi, sarebbe stato un mezzo miracolo. Ma si è fatto. Nessuna scorciatoia, nessun favore: semplicemente club e istituzione che remano nella stessa direzione, con un obiettivo dichiarato e una data.
È questo il paradosso più difficile da ignorare, proprio mentre la Serie C ha iniziato a regalare quello che le riesce meglio: calcio. Partite combattute, giovani subito protagonisti, storie da raccontare, campionati che promettono equilibrio. Il salary cap entrato finalmente a regime, dopo un anno di sperimentazione, per provare a mettere ordine nei conti. Sul campo c'è tutto quello che serve per costruire il futuro del movimento. Sugli spalti, invece, restano troppe porte chiuse e in qualche caso troppi chilometri.
E allora forse la prossima partita della Serie C non si gioca soltanto tra due squadre. Si gioca anche fuori dal campo, negli uffici, nei comuni, nei bandi, nelle autorizzazioni, nelle PEC aperte o lasciate lì. Perché le sessanta società del campionato hanno bisogno di giocare, ma hanno soprattutto bisogno che qualcuno permetta ai loro tifosi di esserci. Uno stadio non è soltanto un impianto: è il luogo in cui una squadra diventa davvero di una città. E se la Serie C vuole crescere, prima o poi dovrà smettere di considerare questa una questione secondaria.
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