ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente : Giuseppe Zandonà
Il calcio visto con gli occhi di un bambino. Sarebbe un'ottima idea chiedere ad un bambino (possibilmente senza il genitore accanto) cosa prova quando entra in un campo di calcio. Il fatto di essere stati tutti bambini una volta nella vita non può che far bene in particolar modo ad un sistema calcio che ha bisogno di ritrovare quel senso di appartenenza che negli ultimi anni si è un (bel) po' perso per correre dietro ad aspetti che non fanno altro che allontanare il grande pubblico da questo sport.
Si potrà obiettare che il calcio è ancora lo sport numero uno in Italia. Noi ribattiamo dicendo che non è la quantità che conta, ma è la qualità. Gli occhi di un bambino sono quella qualità che manca per ridare credibilità al pallone.
Giuseppe Zandonà, ex libero tra gli altri dell'Arezzo dal 1980 al 1984, oltre ad essere l'ospite numero 96 di "Mi ritorni in mente", la rubrica che da ormai quattro anni va alla ricerca dei protagonisti del passato che hanno lasciato più di un'impronta nei club che ora militano in Lega Pro, attualmente è vicepresidente di una società - la Juvenilia - dilettantistica, prettamente oratoriale, che ha tra i suoi obiettivi, la crescita dei bambini, non tanto da un punto di vista atletico, ma umano.
Da qualche settimana questa piccola entità del vasto ambito dilettantistico (la prima squadra disputa il campionato di Seconda Categoria, ndr) ha trovato un accordo con il Monza (attualmente in D) per la cura e la crescita dei ragazzi del vivaio biancorosso. Un impegno importante per una realtà che fa del divertimento uno degli scopi del proprio insegnamento. Dal divertimento al diventare uomini c'è un solco enorme. Ma come base è quella giusta.
La sua carriera, le sue vittorie e le tante sconfitte, condensate in questa intervista esclusiva per TuttoLegaPro.com, con uno sguardo in particolare ai quattro anni di Arezzo, protagonista di quell'undici che nel 1983 arrivò quinto in classifica nel campionato di serie B, piazzamento che ancora oggi è il migliore nella storia del club amaranto.
Giuseppe Zandonà, benvenuto all'appuntamento numero 96 di "Mi ritorni in mente".
"Ringrazio voi per l'ospitalità".
Sa di cosa parleremo?
"Di calcio immagino".
Ma non solo.
"Sono pronto".
Lei, tra le squadre dove ha militato, ha lasciato un ottimo ricordo ad Arezzo. Come avvenne il suo passaggio dalla Salernitana al club toscano?
"Ci svincolammo dalla Salernitana perché all'epoca la società aveva dei problemi. Mi guardai in giro, c'erano vari club che mi avevano cercato, tra cui appunto l'Arezzo. La loro proposta mi intrigò particolarmente ed accettai di buon grado".
In cosa consisteva quella proposta?
"Quando arrivai all'Arezzo la società era in C e c'era il progetto di vivere dei campionati importanti. Non certamente da comprimari".
Ad Arezzo nel 1981/82 avete vinto anche una Coppa Italia di serie C.
"L'anno successivo abbiamo dominato il campionato di serie C. In B abbiamo fatto benissimo, arrivando quinti: un piazzamento che rimane ancora adesso il migliore della storia dell'Arezzo. Il merito di quegli anni credo che non fosse tanto il nostro, ma quello di avere un grande allenatore, Angelillo".
Un ricordo particolare della sua esperienza ad Arezzo?
"Tanti e tutti. Difficile dirne uno in particolare. Eravamo un gruppo granitico, quello lo ricordo benissimo. Ad Arezzo abbiamo fatto delle annate stupende. Eravamo come fratelli".
Può farci qualche nome?
"Ricordo Domenico Neri, detto "menchino", è stato un giocatore che ancora oggi mi fa chiedere come non abbia fatto ad arrivare in A. Come ho detto, eravamo come fratelli, una grande famiglia: dal massaggiatore Giovanni Rocchini, che ci teneva su il morale. Eravamo una squadra fatta su misura, da battaglia".
Un gruppo come si crea?
"La parte preponderante l'ha fatta il risultato. L'altro aspetto fondamentale è stato l'allenatore. Angelillo partiva da un concetto base: era il gruppo che faceva il risultato e non viceversa. Ha cercato di mettere le persone in condizione di fare il massimo, trovando tra l'altro un ambiente tranquillo dove non c'erano teste matte. Piano piano la società in accordo con l'allenatore cambiava due-tre uomini l'anno. In questo modo l'ossatura era quella: Pellicanò in porta, io in difesa e Neri in avanti. Tutte le persone che arrivavano da altre società, anche nomi di un certo peso, rimbalzavano in questo gruppo, proprio in virtù del fatto che c'era una base solida che sapeva come comportarsi con persone che non riuscivano ad integrarsi nel nostro gruppo".
C'è un aspetto che vogliamo approfondire: difficile oggi, in particolar modo in Lega Pro, creare un'ossatura di squadra, quando il progetto è studiato per una, massimo due stagioni. In questo modo un gruppo come il vostro è difficile crearlo, ma soprattutto è difficile anche per il tifoso affezionarsi.
"Le squadre che sono costruite su giocatori di un certo livello, in particolar modo di carattere, comunque i loro risultati li ottengono. Quello che non si capisce è proprio questo: per vincere un campionato di serie C, non ci vogliono giocatori di serie A, ma buoni giocatori di serie C, perché conoscono la categoria. Messi insieme, con un po' di meccanismi adeguati, con le persone giuste, puoi anche fare buoni campionati di serie B. Prendiamo l'esempio del Carpi o dello stesso Frosinone: l'ossatura di queste squadre è in alcuni elementi quella della Lega Pro. Alla lunga, il gruppo prevale e di conseguenza arrivano anche i risultati".
Il calcio di un tempo era diverso: la domenica si andava a vedere la partita. Ci si divertiva. Quella poesia che oggi non c'è più. Lei sente questa differenza tra allora ed oggi?
"Questo è uno dei motivi per cui non riesco più ad entrare in uno stadio a vedere una partita di calcio. Non mi piacciono tante cose. Secondo me uno dei problemi maggiori dell'allontanamento delle persone dallo stadio sono anche questi scontri, queste scazzottate. C'è gente che va al campo solo per insultare l'arbitro, per dirne una tra le tante. Ultimamente sto gestendo una società a livello dilettantistico - la Juvenilia - dove abbiamo circa 400 bambini: vorrei che fossero tutti orfani. I genitori sono il vero problema nella crescita dei propri figli. Vedo cose assurde: mamme che insultano gli altri bambini, padri che minacciano. Cose veramente brutte. I bambini, fin dalla più tenera età, sono fomentati ad un clima che non fa loro bene. Il calcio, è un gioco, per questo si chiama "il gioco del calcio": per saperci giocare devi essere libero mentalmente. Questo avviene quando al bambino insegni il divertimento. Ho visto una volta un allenatore che faceva fare ai propri ragazzi - parlo di 10-11 anni di età - gli scatti, gli allunghi. Roba da manicomio".
Si è perso l'aspetto ludico del calcio.
"Fosse solo quello. Si è persa anche la tecnica: oggi sono dei grandi atleti. Adesso la tecnica esiste poco. I vari Baggio, Del Piero non esistono più. Una volta per arrivare in A dovevi avere qualcosa in più degli altri. Oggi devi essere un atleta che sa fare i cento metri in meno di undici secondi. Questo va a discapito dello spettacolo, ed è uno dei motivi per cui c'è disaffezione".
Rimanendo nell'ambito: avrà seguito la vicenda Sperotto-Capuano. Al vostro tempo potevano accadere cose simili?
"A parte che non c'erano i telefonini e i registratori. Detto questo, penso che questo derivasse anche dal fatto di avere un grande rispetto per la figura dell'allenatore. Ricordo che quando l'allenatore ci guardava, incuteva timore. Non servivano tante parole, ma la loro figura era vista come quella di un maestro di vita".
A voi è capitato che qualche ragazzo uscisse fuori dagli schemi.
"C'erano dei ragazzi che uscivano fuori dagli schemi, ma avevamo dei metodi per rimetterli in riga. Ricordo un episodio ad Avellino: avevamo perso, il clima non era particolarmente divertito. Lui entra nello spogliatoio e ricordo che Roberto Amodio aveva l'armadietto numero cinque, io il sei e Angelo Alessio (attuale assistente tecnico in Nazionale, ndr) il sette. Questi entra senza salutare nessuno. Lo guardo e gli dico: ma non si saluta, non si bussa? Lui ha una reazione di stizza e lo facciamo uscire, ordinandogli di bussare prima di entrare. Ha bussato e gli abbiamo aperto. Se non facevi così, tutto diventava difficile".
Lo spirito formativo del calcio viene a mancare.
"Non vorrei che si vedesse la cosa come una forma di nonnismo, però un calciatore con più esperienza aveva la sua parola. Ed andava rispettata. Noi aiutavamo i giovani, preparandoli a crescere come uomini per far sì che un domani loro sapessero come comportarsi con i futuri giovani".
Lei ha accennato agli attaccanti. Che attaccanti c'erano in quegli anni?
"Ho affrontato un mare di attaccanti: giocando libero ero un centrale difensivo di oggi e li ho visti tutti i più forti. Da Maradona, a Platini, lo stesso Zico, Socrates. Ricordo Giuliano Fiorini a Bologna. Noi ad Arezzo avevamo Macina. C'erano De Ponti, Guidolin che in B erano davvero di un'altra categoria".
Parliamo di voi difensori: quando giocava lei il difendente guardava l'avversario, oggi si guarda il pallone.
"Giocando quasi tutte le squadre a zona, viene naturale guardare dove va il pallone, in quale zona del campo e muoversi di conseguenza. La differenza è proprio questa: giocando a uomo, guardi prima l'avversario e poi il pallone. Una volta avevamo una scuola di difensori tra i più forti del mondo. Una volta si giocava per la maglia: non c'erano procuratori che ti facevano da cuscinetto nel rapporto con la società. Si giocava come se fosse una missione e dovevi guadagnarti la riconferma. Rischiavi di andare in rotta con il presidente per la ridiscussione del contratto, ma era un rischio che faceva parte del tuo ruolo. Dovevi andarci con le credenziali giuste. Se avevi fatto una stagione sotto tono, era dura presentarsi davanti al presidente e dire: voglio questa cifra".
Adesso è diverso.
"Sì. Oggi al primo dolorino un giocatore sta fuori. Io mi sono fatto cucire una ferita tra primo e secondo tempo. Mi è capitato poche volte di restare fuori e quando avveniva mi sentivo cadere il mondo addosso. Non vedevo l'ora di allenarmi ancora con più foga e tenacia per riconquistarmi quello che avevo perso. Era un modo di giocare e pensare diverso. Ricordo che quando arrivavano i primi caldi con la primavera alle porte, si era portati a farsi le punture ricostituenti e c'era un massaggiatore che ci consigliava di mangiare una bella bistecca al sangue ed un buon bicchiere di vino".
Era molto più umano quel calcio.
"Assolutamente sì".
Lei è vicepresidente di una piccola realtà oratoriale, la Juvenilia.
"Abbiamo rilevato questa società insieme ad un amico, con circa 400 bambini. Abbiamo anche preso la Fiammamonza femminile che ora gioca in C. E' stato fatto un accordo con il Monza, per la cura dei bambini del proprio settore giovanile. Stiamo facendo delle cose molto importanti, rimanendo appunto nell'ambito dei settori giovanili".
Lavorare con i bambini sarebbe facile, se non ci fossero i genitori.
"Per i vari impegni che ho, seguo poco, però le posso dire che il vero problema non sono i bambini, ma i genitori. Anche le mamme, che alle volte mi fanno vergognare".
L'aspettativa diventa anche un blocco per il bambino.
"Il bambino per certi genitori deve essere tarato per vincere e basta. In questo modo l'aspetto ludico di cui abbiamo parlato poc'anzi si perde. Se un bambino non si diverte, diventa pesante. Ho letto "Open" di Andre Agassi, quando lui parlava di odiare il tennis perché il padre l'aveva portato ad un livello di esasperazione tale che ormai non viveva più il tennis come un divertimento".
Lei ha mai odiato il calcio?
"No assolutamente. Mai! La cosa più bella della mia vita".
Molti ex calciatori difficilmente abbandonano il calcio dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Come mai secondo lei?
"Ho smesso di giocare, chiudendo con il calcio, a parte questa esperienza con la Juvenilia, perché non mi divertivo più. Vedere una squadra dentro uno spogliatoio è una cosa, vederla da dirigente quasi non credi a ciò che vedi. Credo che non si smetta mai di essere calciatori: non giocando più a calcio, non sono più personaggi privilegiati come un tempo".
Quando si perde la poesia del calcio, cosa rimane?
"Non rimane niente. Il vuoto assoluto".
Prossima intervista per "Mi ritorni in mente": domenica 22 novembre 2015.
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 7/2017 del 29/11/2017
Partita IVA 01488100510 - Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore Responsabile: Ivan Cardia
© 2026 tuttoc.com - Tutti i diritti riservati