INTERVISTA TC - De Marco: "A Caserta epilogo amaro. Colpa di tutti".

02.08.2019 07:30 di Redazione TC Twitter:    Vedi letture
Fonte: Stefano Sica
© foto di Giuseppe Scialla
INTERVISTA TC - De Marco: "A Caserta epilogo amaro. Colpa di tutti".

Terra di Lavoro ma anche di tante emozioni umane e personali che lasciano il segno. E’ qui che Simone De Marco è diventato uomo prima che calciatore. Doveva essere una parentesi fugace, poi la Casertana lo ha accompagnato per un viaggio che avrebbe segnato un’epoca per la sua carriera, nonostante la giovane età (25 anni compiuti lo scorso gennaio). Finisce l’amore ma resta il ricordo di quel 24 novembre del 2013 quando, neanche ventenne, fece il suo esordio in maglia rossoblù contro il Messina. In campo l’ultima mezzora al posto di Caturano, il Pinto il palcoscenico adatto per un battesimo di questo tipo. La paura sarebbe durata un attimo per fare spazio ad una favola meravigliosa. Anche se è mancato il lieto fine. “Sei stagioni sono tante, non si dimenticano così facilmente - ci dice -. Il dispiacere c’è, a Caserta mi sentivo a casa e questa maglia era per me una seconda pelle. Magari per una serie di fattori era arrivato per entrambi il momento di staccare questo cordone ombelicale. Forse anche per me, napoletano doc, era giunta l’occasione per affrancarmi dal mio territorio per provare nuove esperienze e viverle pienamente. Il club poi non ha fatto grandi sforzi per trattenermi, evidentemente non c’era l’intenzione profonda di farlo. Un colloquio c’è stato, ma non c’erano le condizioni per restare ancora insieme”.

Cosa non ha funzionato a Caserta? E’ stata indubbiamente una stagione negativa per tutti. 
“C’è stata una serie di eventi a catena. Ognuno di questi finiva per peggiorare il quadro generale. All’inizio si respirava un entusiasmo forse spropositato, che tuttavia coinvolgeva tutti: società, ambiente, tifosi, noi calciatori. C’erano delle aspettative colossali, ma tanti piccoli episodi hanno contribuito man mano a ridimensionare queste ambizioni. Basta soffermarsi su alcuni aspetti iniziali da cui è scaturito il resto: c’era chi non aveva fatto il ritiro e chi faceva fatica a calarsi nell’ambiente perché, nonostante qualche promessa che poi non si è realizzata nell’immediato, sussistevano ancora delle difficoltà inerenti alle strutture e ai campi da allenamento. Alla fine non si è mai creata quell’amalgama di gruppo che sta sempre alla base delle vittorie. In alcune partite si intravedeva, ma erano episodi. Manuel Pascali lo fece presente dopo Pagani, quando parlò di bagno di umiltà da fare al più presto e di gruppo che non stava facendo quello che era nelle sue corde. Lui, per esempio, è una persona che ha leadership e carisma da vendere. Ecco, creare un gruppo significa lavorare per un obiettivo comune, non limitarsi ad una scalata personale. Da qui nascono le fortune di una squadra, perché il lato tecnico viene da sé. E figuriamoci se in rosa non avevamo grandi valori sotto questo aspetto. Quando perdi una gara, si crea un circolo vizioso da cui poi è difficile uscire: i tifosi sono scontenti, la società chiede spiegazioni. Solo un gruppo vero può affrontare queste difficoltà”.

Si è favoleggiato molto sul ruolo di Fontana e sul suo rapporto con lo spogliatoio. La società poi lo aveva scaricato da tempo.
“Il mister aveva lo spogliatoio completamente dalla sua parte. Quell’abbraccio al termine della partita con la Paganese fu fatto volutamente davanti al pubblico per testimoniare questo. Fu simbolico. Lo stesso Martone era con noi e col mister, tanto da rendersi indisponibile per un po’ dopo l‘esonero. Fontana non era da allontanare, anche se ormai la tifoseria lo aveva elevato a capro espiatorio del nostro cattivo andamento. Invece è stata un’annata storta dove non ha funzionato nulla”.

Ma tu, se dovessi tornare indietro, cosa non rifaresti?
“Io credo che tutti avremmo dovuto dare qualcosa in più, non lasciandoci andare in alcune situazioni che richiedevano determinazione mentale e forza d’animo. Io metto in gioco anche me stesso: magari, da veterano della squadra, avrei dovuto dare esempi maggiori. Anche se mi ritengo uno di poche parole, che pensa soprattutto al lavoro del campo come mezzo per dare un esempio virtuoso ad un compagno”.

Sei una mezzala poliedrica, ma puoi giocare anche in un centrocampo a due per le tue caratteristiche. 
“Proprio la corsa è il mio pregio principale. La mediana a due l’ho già sperimentata nel 4-4-2 di Gregucci. Ma a Caserta ho svolto un po’ tutti i ruoli: largo a destra, sia avanzato sia da terzino, e quinto a sinistra. Mi è mancato solo di fare l’attaccante… “.

Da ex della Juve Stabia, ti saresti aspettato che vincessero il campionato con una concorrenza così agguerrita?
“Assolutamente no. Sapevo che c’era un progetto importante con un direttore molto bravo come Polito. Anche qualche amico che ho in squadra mi parlava molto bene del club, del tecnico Caserta e dei programmi che erano stati tracciati. Ma vincere subito credo che nessuno se lo aspettasse. Il cammino della Juve Stabia è stato impressionante e alla fine l’approdo in B è stato strameritato”.

Parentesi Roma: hai dei rimpianti?
“Ero molto giovane e forse mi sono cullato troppo sugli allori. Evidentemente mi aveva appagato vestire quella maglia spalla a spalla con tanti compagni che poi sarebbero arrivati a livelli altissimi. Penso a Caprari, Politano, Romagnoli, Verre o Viviani. Ma questo non poteva bastare. Mi è mancata la personalità giusta per affermarmi, poi l’ho acquisita col tempo. Io ho ricominciato tutto daccapo ma nella vita non bisogna mai mollare. Anzi, gli anni che passano ti fanno capire i tuoi limiti, gli aspetti in cui devi cambiare, sia privati sia professionali. Quella di Roma è stata comunque una esperienza formativa. Ecco, a Roma e Caserta ho vissuto due pagine emozionanti del mio romanzo calcistico. Mi dispiace solo di un epilogo amaro in tutti e due i casi: sono state entrambe belle esperienze che si sono chiuse non come avrei voluto. Questo ha generato in me una grande desiderio di riscatto e una voglia matta di vivermi questa stagione che verrà come se dovesse essere decisiva. Vedremo quale sarà la mia destinazione”.

Cosa si sta muovendo per te?
“Qualcosa c’è. Fino al 15 avevo l’impegno con la Casertana di ridiscutere un eventuale rinnovo e non ascoltare altre proposte. Da allora alcuni sondaggi sono arrivati e li sto valutando”.

Prima volta anche per te con gli svincolati dell’AIC Equipe Campania a Mugnano.
“Dall’esterno ne ho sempre apprezzato l’organizzazione, il progetto e la qualità degli atleti che proponeva. Qui ritrovo tanti giocatori che conoscevo: Tony Letizia, Antonio Romano, Ciro Foggia e Pasquale Iadaresta col quale ho condiviso alcuni momenti di una vacanza”.