INTERVISTA TC - Menichini: "La mia Reggiana era una banda"
Una buona esperienza da calciatore, poi la carriera da allenatore iniziata come vice di Carletto Mazzone: Leonardo Menichini ne ha vissute tante nel mondo nel pallone. Una delle ultime esperienze del toscano, attualmente alla guida della Primavera della Lazio, è quella alla Reggiana. Un percorso fatto di soddisfazioni e di una cavalcata playoff fermatasi alla final four di Firenze della stagione 2016/17. Di questo e altro ha parlato il tecnico ai microfoni di TuttoC.com.
100 anni dalla fondazione della Reggio Audace. Lei ha contribuito a scrivere alcune delle pagine recenti della storia di questo club.
“Sono orgoglioso di aver allenato una società prestigiosa come la Reggiana e di aver ottenuto quei risultati. Abbiamo portato tre mila tifosi ad assistere alla gara contro l'Alessandria al 'Franchi' di Firenze arrivando vicinissimi al sogno della finale playoff. E' stata una cavalcata stupenda, abbiamo trascinato una città e una tifoseria interna”.
La società ha saputo ripartire alla grande dopo il fallimento e adesso, visto l'ottimo inizio di campionato, l'entusiasmo dei tifosi è alle stelle.
“Mi fa molto piacere, è uno dei posti in cui sono stato bene. Il secondo anno non sono stato trattato benissimo, dopo quello che avevo fatto meritavo un po' di pazienza in più. La squadra non era stata rinforzata e tutti sappiamo com'è andata a finire, ma essere esonerati dopo cinque partite non è rispettoso nei miei confronti. Nella mia carriera ho vinto tre campionati e una Coppa Italia, la loro non è stata una bella azione. Conservo comunque un buon ricordo del pubblico e degli addetti ai lavori che hanno collaborato in quella società e questo, insieme ai risultati raggiunti, non potranno togliermelo”.
Esonerati dopo poche giornate lo sono stati anche Cornacchini e Pavanel, rispettivamente da Bari e Triestina. L'allenatore continua ad essere l'anello debole nel mondo del calcio?
“Purtroppo questo è un dato di fatto, società e presidenti non hanno pazienza. Quando non arrivano risultati le colpe vanno subito all'allenatore. Ci sono tante dinamiche e serve del tempo, così come in tutti gli altri lavori. Questo è un malcostume non solo italiano. Tutti vogliono subito vincere, questa pressione pesa come una zavorra sulla schiena della squadra”.
Nel Girone A il Siena ha collezionato tre vittorie in trasferta e altrettante sconfitte in casa in questo inizio di stagione. Come si spiega questa situazione?
“Al 'Franchi' c'è più pressione, mentre fuori giocano più liberi mentalmente. In casa tua gli avversari tendono a chiudersi e tu, che hai un passato in categorie importanti, ti sbilanci per vincere e puoi finire per essere colpito in contropiede. Questa può essere una chiave di lettura. Fuori casa, invece, l'avversario ti concede degli spazi che può sfruttare al meglio”.
Il destino del raggruppamento è tutto nelle mani del Monza?
“Credo che Berlusconi e Galliani abbiano fatto un organico stratosferico, ma se i giocatori non si calano nella parte puoi andare incontro a delle sorprese. Ciò è successo anche a Bari e Catania. I calciatori di altra categoria contano, ma solo se ti metti a livello degli altri come livello di sofferenza e sacrificio. Se scendi in campo con presunzione rischi in qualunque campionato e contro qualunque squadra”.
Esiste una ricetta per vincere la Serie C?
“L'ho vinta a Salerno e oltre alle qualità tecniche servono quelle morali. Serve sentire il piacere di soffrire per un compagno non in condizione o sottotono e trascinarli. Ci vuole un grande gruppo coeso, ma un conto è dirlo a parole e l'altro farlo. La mia Reggiana nei playoff dopo le vittorie cantava sul pullman, era una banda. Il nostro inno era “La mia banda suona il rock”. Sono state emozioni veramente straordinarie”.
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