INTERVISTA TC - Panfili: "Il calcio italiano è malato, bisogna cambiare"

INTERVISTA TC - Panfili: "Il calcio italiano è malato, bisogna cambiare"
domenica 25 dicembre 2022, 15:30Interviste TC
di Giacomo Principato

Dopo un percorso di oltre dieci anni da professionista tra serie B e serie C con proficue esperienze tra le altre con Gubbio, Arezzo, San Benedetto, Imolese e Perugia lo scout e direttore sportivo Francesco Panfili torna a parlare di calcio e lo fa ai microfoni di TuttoC.com.

Come sta? Come sta andando la sua avventura all'estero?
“Bene, devo dire che è un percorso significativo pieno di occasioni per migliorare ed apprendere. Il confronto con nuove metodologie, una nuova lingua e una differente cultura è davvero importante. Per la propria crescita professionale è obbligatorio fare questa scelta, compiendo un passo che forse avrei dovuto fare prima”.

Oggi quindi sta seguendo quali tornei?
“Diciamo che sto seguendo e monitorando un po’ tutti i principali campionati. Una sorta di consulenza e supervisione della parte tecnica. Lo scouting è la mia passione, avevo voglia di questo. Volevo viaggiare e testare da vicino altre culture. In un certo senso ritrovarmi. Collaborare con un importante fondo è stimolante e sicuramente estremamente formativo”.

Come vede il calcio italiano da fuori?
“Come un malato nella fase acuta della malattia, purtroppo. Molta improvvisazione, poca meritocrazia, troppa politica e mancanza di programmazione. Tutti scelgono calciatori tramite rapporti, non c’è cultura e qualità nel lavoro. C’è paura e sudditanza, chi prova a fare il direttore sportivo viene spesso eliminato da un sistema lobotomizzante”.

Cosa intende?
“Diciamoci la verità: quanti oggi hanno potere nei club per svolgere questo ruolo? In maniera decisionale intendo. Oggi è una figura che sta andando a scomparir. Può essere giusto? Non lo so. Oggi il calcio può aver bisogno di manager con specifiche competenze amministrative e una visione a 360 gradi, concordo, ma non credo che la soluzione per individuare i talenti sia la mediazione degli agenti sportivi. I presidenti si affidano sempre più a loro e sempre meno a professionisti. Ecco, io ripartirei investendo su figure qualificate scelte con criterio. Il talento esiste eccome in Italia. Servono le aree scouting. Non scordiamoci che parliamo sempre di calcio, individuare calciatori è la centralità di ogni club. Deve essere così, questo non può cambiare, in campo vanno gli atleti”.



Allora perché fatichiamo tanto a livello internazionale se il talento esiste ancora in Italia?
“Perché non sappiamo gestire e tutelarlo. Non è solo una questione di strutture, noi da ragazzi giocavamo nei campi in terra e i Totti e De Rossi hanno vinto i Mondiali. Il problema è che è scadente chi ha potere di scegliere per i club. Personaggi spesso raccomandati, amici di amici. Oggi non c’è personalità per tutelare i ragazzi. Faccio un esempio?”.

Prego.
“Sbagli una partita da 2003 in Italia e sei out. Non è così che deve funzionare. Un dirigente ha obbligo di intervenire. Ma come può farlo se due anni prima gestiva condomini o se non ha fatto percorsi calcistici? Che credibilità può avere con un allenatore? Le società sono piene di queste figure. Smettiamo di puntare il dito verso i giovani e iniziamo a difenderli!”.

Tornerebbe a lavorare in Italia?
“Certo, sempre, ma alle mie condizioni. Lo scorso anno grazie a Martone e Fontana abbiamo valorizzato in un piccolo club storico come l’Imolese giovani interessanti come Benedetti, Lombardi, Angeli, La Vardera e Torrasi. Il mio calcio è questo, io non faccio scouting di trentenni. In Italia manca coraggio”.

Cosa intende per coraggio?
“Coraggio di rompere lo schema, il silenzio. Faccio un ultima considerazione”.

Dica pure.
“Com'è possibile che dopo essere retrocesso da dirigente, l'anno dopo lavori per vincere il campionato? E dopo che arrivi secondo a San Benedetto del Tronto a 36 anni i presidenti non si informino su di te? Io non ho mai lavorato per gli agenti, mi hanno insegnato a farlo per le proprietà. Ma questo in Italia non è un vanto, è un limite. E come me ce ne sono tanti di ragazzi che lavorano in maniera etica e sono fuori dal giro, tutti sono terrorizzati ad obbedire”.

Quale dovrebbe essere il punto ripartenza allora?
“Servirebbe un corso a Coverciano per i presidenti. Fargli capire come e su chi investire. Dovremmo ripartire da lì: dalla coscienza e conoscenza. La parola meritocrazia, purtroppo, è molto poco utilizzata nel calcio italiano”.