TuttoLegaPro.com ... in rosa: Alessandra Borgonovo (capitano quote rosa Lega Pro)

TuttoLegaPro.com ... in rosa: Alessandra Borgonovo (capitano quote rosa Lega Pro)TMW/TuttoC.com
Alessandra Borgonovo
© foto di Federico De Luca
domenica 5 gennaio 2014, 08:00Interviste TC
di Redazione TLP
Da un'idea di Sebastian Donzella e Valeria Debbia

"Capitani Coraggiosi" non è solo il titolo di un famoso romanzo di fine '800. Per qualcuno è più che letteratura: è realtà. Per qualcuno, anzi, qualcuna, è uno stile di vita, un modo di essere. Perché capitani non si nasce, ci si diventa. Come Alessandra Borgonovo, figlia dell'indimenticato Stefano, presidente della Fondazione intestata al padre e capitano delle quote rosa in Lega Pro. TuttoLegaPro.com ha voluto intervistarla nella prima intervista dell'anno dedicata alla parte femminile della nostra Lega.

Capitano di circa 250 donne. Un bell'onore e un bell'onere...

"Quando mesi fa mi è stato detto che sarei stata io il capitano della squadra femminile di Lega Pro ho accettato subito: mi è sembrato un vero e proprio regalo, un onore per me, dal momento che sono una persona molto giovane senza esperienze concrete a livello calcistico. La Lega Pro mi ha offerto veramente tanto".

In cosa consiste questa collaborazione?

"In qualità di capitano accompagno le donne della Lega Pro nelle varie iniziative benefiche: recentemente siamo state all'Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia con il Comitato per la vita Daniele Chianelli e abbiamo portato maglie e gadget della Lega Pro ai bambini ricoverati. Poi siamo state all'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. Questo è il nostro compito: portare un sorriso ai ragazzini ricoverati, magari con lunga degenza. Ci tengo a ringraziare per l'impegno profuso sia la Lega che le tante donne che si impegnano in iniziative di solidarietà. Mi ha piacevolmente sorpreso la genuinità di queste ragazze e la loro gioia nel portare il sorriso. C'è un impegno e una volontà di fondo encomiabili: la malattia su un adulto dà un impatto diverso rispetto a quando la si vede sul viso di un bambino. Nonostante tutto ci sono sempre stati sorrisi e ad ogni richiesta c'è sempre stata tanta partecipazione e molto dispiacere quando qualcuna è stata impossibilitata a venire. Dimostra quanto ci tengano e quanto sia sincero questo interesse".

Ci avete mai pensato a far diventare questa collaborazione calcistica a tutti gli effetti, organizzando una partita tra di voi?

"(ride, ndr). Credo sia stata veicolata la proposta dall'instancabile addetta stampa della Lega, Gaia Simonetti. Da molte, però, è arrivato un secco no perché non si è capaci nemmeno di tenere la palla in campo. Onestamente non so come potrebbe finire, anche se io giocherei volentieri. Potrebbe essere anche un modo per conoscere meglio tutte loro, dal momento che ancora abbiamo avuto poche occasioni, purtroppo, per frequentarci. Sono state comunque gentilissime a inserirmi al loro interno, facendomi sentire a mio agio. Io, però, mi sento ancora in imbarazzo soprattutto perché non sono così immersa nell'ambiente calcistico come loro. Sono entrata a contatto con il mondo del pallone perché mio padre era un calciatore, ma non ho la loro disinvoltura e sto imparando a poco a poco come muovermi".

Che rapporto ha col calcio?

"Devo ammettere che l'amore per il calcio c'è sempre stato: quando ero bambina volevo addirittura giocarci, ma mia madre me l'ha impedito e le cose sono andate diversamente (ride, ndr). Era un riflesso fortissimo di ciò che era mio padre: mi piaceva sinceramente il calcio, ma andando avanti con gli anni e intraprendendo altre attività c'è stato un allontanamento. Quando ha smesso di giocare, mio padre era comunque talmente fissato che ci ha portato tutti all'estremo, provocandoci un rigetto. In casa si respirava calcio 24 ore su 24, una cosa quasi "da malati" (ride, ndr)".

L'idea delle quote rosa è presente anche nella Fondazione Borgonovo, di cui lei è presidentessa.

"Sì, infatti mia madre Chantal è segretario generale e io ne sono presidentessa da qualche anno. Possiamo dire che è una fondazione a conduzione familiare e da quando mio padre non c'è più è praticamente votata al femminile. E' una cosa che ci accomuna molto alla Lega Pro".

Come procede l'impegno con la Fondazione?

"Abbiamo avuto qualche mese di stop, durante i quali ci siamo riorganizzate ma soprattutto riprese dopo quanto successo. Col nuovo anno abbiamo intenzione di ripartire con più slancio di quanto fatto finora, di cercare sempre più fondi. Abbiamo in programma una ricerca in collaborazione con l'Istituto neurologico Besta di Milano, ma il tutto è ancora in fase embrionale".

Siete riusciti a trasformare in messaggio di speranza una situazione totalmente negativa come quella vissuta da suo padre...

"Sì, sono sicuramente orgogliosa di quanto fatto da noi e anche di quello che mio padre è riuscito a fare nonostante le difficoltà. Mi rende orgogliosa sapere che grazie a lui si è arrivati a parlare di SLA. Prima questa malattia era ai più sconosciuta: quando lui ha deciso di mostrarsi ha innescato una reazione a catena. Nonostante il dolore sono contenta di questi risvolti positivi, del sostegno che riusciamo a portare alla gente: siamo oramai un punto di riferimento. E' un fatto che ci ha aiutato a crescere anche come famiglia: noi ragazzi siamo cresciuti prima del dovuto. Io e mio fratello infatti eravamo adolescenti, mentre le mie sorelle più piccoline capivano meno bene la situazione. Lo porteremo sempre come esempio di vita. Devo ammettere, però, che se avessi potuto scegliere non avrei voluto nulla di tutto questo. 
Riguardo alla SLA e al calcio penso che ci vorrebbe più onestà con se stessi. Le cose tenute per sé non si risolvono, se invece ci si riesce a dare una mano tutti - e il mondo del pallone in questo senso l'ha comunque data - sarebbe molto meglio. Mi riferisco alla ricerca: se ci fosse maggiore collaborazione, si riuscirebbero anche ad avere dati più certi che permetterebbero di aiutare più concretamente la stessa ricerca. Certo, sono consapevole che non posso parlare di trovare una cura a breve termine, ma il calcio potrebbe darci maggiore sprint. Ripeto: se fosse un ambiente più onesto con se stesso sotto alcuni punti di vista si potrebbero fare altri passi avanti".


Spesso, pensando a suo padre, si ricordano le partite di beneficenza Fiorentina-Milan e Genoa-Sampdoria, ma pochi rammentano che tanta parte ha avuto anche la Lega Pro: suo padre era molto legato al Como da giocatore prima e da allenatore delle giovanili poi. E proprio i lariani, primi fra tutti, organizzarono contro la Canavese una gara di beneficenza in suo onore...

"Anche la Lega Pro ha fatto il suo, anche se ammetto che di quel periodo non ricordo molto perché mia madre cercava di tenermi un po' più a distanza e preferiva gestire lei le iniziative in prima persona. Il calcio ci è sempre stato vicino e la Lega Pro non ha fatto eccezione, organizzando un gran numero di iniziative.
Quando la Serie A decide di dare il proprio supporto ad un evento sarà una cosa in grande ma è "una". La Lega Pro riesce ad essere più partecipativa e ad imporsi più spesso, magari anche solo con eventi minori. A volte oltre la qualità conta anche la quantità".


Che percezione sta avendo del suo essere donna all'interno di questo mondo prettamente maschile? Anche lei sente che sta diventando un fatto normale che le donne possano vivere in tranquillità nell'ambiente calcistico senza dover essere viste come aliene?

"In effetti è vero: il calcio è un mondo molto maschilista. Gli stessi giocatori tendono a parlarne poco in famiglia: questa è l'esperienza che ho avuto io e che ho riscontrato parlando con altre persone. Nell'ultimo periodo mi sento però meno a disagio nell'essere immersa in un mondo come questo. Non posso parlare di familiarità perché non credo che mai mi ci abituerò, ma la sensazione comincia ad essere diversa: inizio a percepire la normalità di cui si parlava nella domanda. Spero che da sensazione diventi una realtà concreta e che il calcio annetta dentro di sé anche la realtà femminile".

In una trasmissione televisiva nazionale era stata intervistata come "donna coraggio". Si sente questa etichetta?

"Io non riesco a vedermi come una persona coraggiosa. Io ho fatto ciò che mi sentivo di fare: in verità mi sarei potuta anche rifiutare. L'ho fatto perché quello doveva essere fatto, quella era la situazione in cui ero immersa e non si poteva scappare, sarebbe stata solo una scelta stupida. Saremmo comunque finiti lì, dove siamo arrivati. Tanto valeva rimboccarsi le maniche ed iniziare da subito. Ci sono tante persone più coraggiose di me, ma mi fa piacere che mi si definisca così: è bello sapere di essere un esempio".

Sempre per quanto riguarda quell'intervista lei dichiarò: "Per me essere donna vuol dire crescere accanto ai propri affetti senza mai arrendersi"...

"Se mi chiedessero ancora cosa significa per me essere donna, ripeterei le stesse cose. Questa è stata la mia esperienza: ci è arrivata addosso come un colpo di maglio e mi ha fatto scoprire tante cose. Non è dato per scontato che la famiglia e gli affetti in generale ci aiutino in questi momenti di difficoltà. Il fatto di venire a conoscenza di persone che hanno rifiutato di vivere queste situazioni non deve indurci a puntare il dito e a colpevolizzare: sono situazioni insostenibili infatti. Ma chi ci è stato vicino, mi ha aiutato anche a poter dare una definizione concreta di cosa significhi essere donna nel mio piccolo. D'altronde ero e sono ancora giovane: questa è comunque l'idea maturata negli ultimi otto anni".

Siamo a inizio anno: cosa si augura per questo 2014?

"Come presidente della Fondazione e da parte della mia famiglia spero che il 2014 porti a tutti qualcosa in più, sia nell'ambito della ricerca sulla SLA sia per quanto riguarda le iniziative della Lega Pro. L'idea sarebbe quella di poter portare avanti con la Lega Pro un'adozione a distanza, per portare un sorriso a più persone possibili. Nel massimo delle mie possibilità darò il mio pieno supporto come Capitano (la C maiuscola la inseriamo noi NdR)".

© foto di Federico De Luca
© foto di Federico De Luca
© foto di Federico De Luca