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Lerda: "Tanti giovani non sono pronti ma alla fine paga sempre l'allenatore"

Lerda: "Tanti giovani non sono pronti ma alla fine paga sempre l'allenatore"TMW/TuttoC.com
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di Matteo Ferri

Il tecnico dell'Imperia Franco Lerda è intervenuto ai microfoni di 'A Tutta C', trasmissione in onda su TMW Radio, tornando a parlare del suo ritorno in panchina dopo oltre due anni di stop e affrontando diversi temi legati al calcio italiano, dalla sostenibilità economica alla gestione dei giovani, passando per la mancanza di pazienza da parte delle società. L'allenatore ha spiegato anche cosa gli ha lasciato l'esperienza in Albania e ricordato le ultime parentesi a Potenza e Crotone.

Mister, cosa l'ha convinta ad accettare la nuova avventura all'Imperia e a ripartire dalla Serie D?
"Prima di tutto, dopo due anni e più che ero fermo, avevo voglia di rimettermi totalmente in gioco. Non avevo più voglia di aspettare. Questa è stata una cosa importante. La seconda è stata che questa nuova proprietà, questa nuova società vuole fare le cose per bene, ha ambizione. È stata l'altra cosa fondamentale che mi ha spinto ad accettare questa sfida".

Dopo oltre due anni di stop, qual è stata la cosa che le è mancata maggiormente e con cui ha avuto il maggiore impatto tornando in campo?
"Quando sei sul campo ad allenare, le categorie non c'entrano più. Quando hai a che fare con ragazzi, gruppo, squadra, giocatori e regole che devi tornare ad assaporare, il lavoro è sempre lo stesso. Mi mancava il campo, mi mancava la partita, mi mancavano le sensazioni che si hanno quando sei dentro. Quando sei fuori guardi gli altri, guardi le partite, ti documenti, studi, guardi, però quello che ti dà il campo da fuori non lo puoi avere. Avevo bisogno di rientrare".

Quanto è cambiato negli ultimi anni il ruolo dell'allenatore?
"Il ruolo dell'allenatore cambia come cambia il mondo. La comunicazione ha preso un'importanza fondamentale rispetto ad anni fa. Una volta l'allenatore dopo le partite o durante la settimana in conferenza aveva uno spazio che poteva determinare il suo percorso in una certa maniera. Oggi diventa quasi più importante saper comunicare con l'esterno che non con i propri giocatori. Questo è un dato di fatto, non so se sia un bene o un male, però è la realtà. Poi, con la tecnologia che c'è, diventa meno difficile e più facile vedere partite, vedere come si allena, capire ed evolversi sulle varie problematiche inerenti al calcio giocato. Si parla di tattica e quindi si è evoluto molto. Oggi si sa quasi tutto di tutto e quindi diventa più complesso. Emergere è sempre più difficile".

In Serie C la parola d'ordine è sostenibilità economica. Quanto si complica il lavoro dell'allenatore?
"La cosa fondamentale è avere le idee chiare quando si parte. Quando si parte tutti vogliono vincere. Se si ha una squadra buona uno vuole vincere, se si ha una squadra sufficiente ti devi salvare facile. In mezzo ci sono le difficoltà economiche, ci sono tanti giovani che non sono pronti, perché poi è facile dire che gli allenatori non li fanno giocare. Purtroppo ci sono tanti giovani che non sono pronti, che sono dettati non solo dalle regole, ma anche dai comportamenti dei genitori, dal sistema che li spinge a fare questo lavoro qui o a provare a farlo. Non è obbligatorio giocare a calcio. Siamo in mano a un sistema che purtroppo è malaticcio. L'anello debole è l'allenatore, perché poi l'allenatore fa due partite senza risultati, tre partite in Serie A e viene esonerato. Ormai non ci si può più stupire di niente, non solo a livelli inferiori come può essere la Serie D, ma anche in Serie A non si ha più tempo. Ormai tutti vogliono vincere, c'è fretta in tutto. Purtroppo però ne vince una sola. Poi sono casi e casi, ci sono varie problematiche, però la priorità sono i risultati. Oggi si parte da analizzare il comportamento di un allenatore dal risultato e poi viene tutto il resto. Invece il risultato è figlio di tutto il resto".

Ha parlato di giovani non pronti e di un sistema che dovrebbe cambiare. Da dove bisognerebbe partire?
"L'obbligo è una parola che non deve esistere, perché se uno è obbligato a far giocare una persona parti già male: vuol dire che, se lo obblighi, lo fai solo perché c'è una regola. Invece bisogna far giocare quelli che meritano, non obbligare quelli che non meritano. Questo è sbagliato come concetto, è un discorso molto più ampio. La politica deve intervenire. Noi non abbiamo strutture, le società sono alla canna del gas, perché oggi nei settori giovanili devono esserci istruttori che insegnano calcio, non che vogliono fare carriera. Ci sono tantissimi argomenti. Poi arrivano i calciatori spinti dai genitori, che li vedono tutti come fenomeni e pensano di giocare, ma il calcio poi, quando vai a sbattere la faccia con la realtà, ti presenta un impatto totalmente diverso con giovani che non sono pronti né dal punto di vista tecnico, né atletico, ma soprattutto mentale. Dal punto di vista mentale hanno una famiglia dietro che purtroppo non li educa nella maniera corretta. È un discorso molto ampio e ci vorranno molti anni. Non è un caso che la Nazionale sia stata fuori dal Mondiale per tre anni. Non avviene per caso. Per tutto ci sono delle motivazioni alle spalle".

Lei ha parlato di tempo, ma nel calcio sembra non essercene più. Ha vissuto anche un'esperienza all'estero, in Albania: cosa le ha lasciato?
"Un'esperienza in un Paese che non conoscevo, vicino per certi versi al nostro, non solo a livello geografico, in un Paese dove il calcio è molto sentito. In una città come Tirana, che ha un milione di abitanti, con il Partizani che è un po' la Juventus dell'Albania. Mi sono tolto delle soddisfazioni, sono stato sei mesi. Poi, in accordo con il presidente, ci siamo lasciati in maniera più che amichevole. Abbiamo vinto la Supercoppa, abbiamo fatto due turni, un preliminare di Champions e uno di UEFA. È stata una bella soddisfazione, ho conosciuto un popolo più da vicino. Mi ha lasciato qualcosa, come tutte le cose. È sempre comunque esperienza. Sia che finiscano bene che finiscano male, ti porti dietro dei ricordi, delle persone che hai conosciuto, degli ambienti nuovi, una cultura nuova. Quindi è stato sicuramente positivo".

C'è una panchina dove crede di aver lasciato qualcosa in più rispetto a quanto le è stato riconosciuto?
"Torno al discorso di prima: viviamo di risultati. L'ultimo è stato Potenza, sono stato un mese. Non ho neanche avuto il tempo di iniziare, perché poi abbiamo avuto partite ravvicinate in una settimana. Ho fatto sei o sette partite, non mi ricordo. Ho fatto poco più di un mese, non ho avuto tempo, poi mi sono ritrovato a casa. L'anno prima a Crotone avevamo una media di 2,25 punti, eravamo secondi dietro a una squadra che ha battuto tutti i record, il Catanzaro, che ha vinto il campionato facendo un record di non so quanti punti. E poi sono tre anni che sfiora la Serie A: quest'anno l'ha persa alla fine, gli anni prima sono andati in semifinale. Quindi non mi hanno dato tempo, non ho fatto neanche i playoff. Mi hanno esonerato, avevo 60 punti in 27 partite, una media di 2,25: arrivi a 85-88 punti e vinci tutti i campionati di C. Oggi conta solo arrivare davanti a tutti, vincere, non conta nient'altro. Purtroppo è la strada sbagliata, è un percorso sbagliato. Le società, forse perché sono prese troppo dai conti, se tu spendi e non vinci non hai la forza di far perdurare questa tua cosa. Dici: provo un anno, se mi va bene va bene. Ma non è così semplice. Quindi, rispondendo alla domanda, dico che queste ultime due stagioni mie, una per un motivo e una per l'altro, sono state particolari. Una non ho neanche avuto modo di interfacciarmi, che ero già esonerato, e nell'altra, secondo me, la società ha avuto troppa fretta. Quando un allenatore è secondo in classifica, con la squadra terza, il Pescara, a 15 punti di distanza, non ha avuto neanche il tempo di finire la stagione. Ma non è stata un'eccezione, è solo la conferma di questo mondo qui, che purtroppo in quella maniera sarà sempre più difficile. Le società che hanno pazienza, e sono quelle poi che alla fine vai a vedere, sono quelle più lungimiranti, quelle che hanno i conti più in regola, quelle che progettano, quelle che hanno un settore giovanile di un certo tipo. Quasi sempre è così. Oggi i social sono diventati più importanti di qualsiasi altra cosa. Basta un clic, un pollice in su, un pollice in giù, che determina le sorti di una società di calcio, non di un allenatore. Gli allenatori vanno e vengono, ma le società di calcio, se si sommano a queste cose qui, siamo messi male".

Anche il calcio d'agosto, una volta considerato soprattutto preparatorio, oggi sembra già un esame.
"È già un esame, con tutto un risvolto. Poi, se si va a vedere, tranne quelle società che confermano in blocco le squadre e tanti giocatori, le altre sono squadre che partono da poco, devono essere rifatte. Poi con il mercato sempre aperto non finiscono mai. Oggi gli allenatori di Serie A si trovano giocatori che arrivano dopo le competizioni mondiali e quant'altro, ma si trovano un mercato aperto a campionato iniziato. Non esiste una roba del genere. Perché tu hai a che fare con calciatori che sanno di andare via, li devi utilizzare perché magari sei corto. Non esistono altri che sono lì tra l'incudine e il martello perché magari il procuratore gli dice: non ti preoccupare, non giocare, oppure gioca. Questi accavallamenti non fanno bene al calcio, non fanno bene a nessuno. È tutto un sistema che va puntellato un po'. Non va stravolto, ma va puntellato".

Qual è invece il traguardo che si è prefissato per questa sua nuova avventura all'Imperia?
"Preparare bene la settimana per cercare di andare a Tortona e fare il massimo di quello che possiamo fare, settimana per settimana".