Il fatto della settimana - Un Catania mai così indietro, ma gli etnei ribadiscono fiducia a Longo
Quando una squadra costruita per comandare esce dalla Coppa Italia di Serie C contro una neopromossa, in casa, davanti a settemila persone che alla fine fischiano, l'unica cosa da non fare è cercare alibi. Non bisogna essere figli del risultato. Non bisogna nemmeno essere disfattisti. Ma la storia, il dato, il campo: dicono tutti la stessa cosa. Questo Catania è in difficoltà. E lo dice, per primo, il suo allenatore.
Partiamo dai numeri
Cinque gare ufficiali. Una sola qualificazione, a Vicenza, l'8 agosto, e per giunta ai rigori dopo l'1 1. Poi quattro sconfitte consecutive: 0 2 a Parma, 1 2 in casa con l'Inter U23, 0 2 col Monopoli al "San Nicola", 0 3 col Savoia al Massimino. Due gol segnati in tutto: il rigore di Cicerelli in Veneto e l'incornata di Flavio Russo alla prima di campionato. Dieci subiti. In campionato zero punti, un gol fatto, quattro incassati, penultimo posto davanti al solo Crotone, che però parte da meno sei di penalizzazione.
C'è un dato che vale più degli altri, e non è il punteggio: il Catania non è mai stato in vantaggio in questa stagione. Mai. Non un minuto, in cinque partite ufficiali. Ha sempre inseguito, e ha sempre cominciato a inseguire presto: il primo gol subito arriva al 19' col Parma, al 39' con l'Inter, al 18' col Monopoli, all'11' col Savoia. Sempre dentro la prima mezz'ora abbondante, sempre nella fase in cui la squadra, a detta di tutti, gioca anche bene.
Ed è il paradosso che rende questa crisi più fastidiosa di una crisi normale. Perché il Catania la palla ce l'ha. Col Savoia ha chiuso con tredici conclusioni e un 9 2 nei calci d'angolo, e ha perso di tre. Col Monopoli ha avuto il primo quarto d'ora migliore. Con l'Inter U23 ha comandato la prima mezz'ora. Poi, ogni volta, la stessa scena: un errore in impostazione, una palla persa, una linea che si allunga, e il gol arriva. Dal 65' della prima giornata, la testa di Russo su punizione di Cicerelli, sono passati più di duecento minuti senza che i rossazzurri trovassero la porta.
E qui va detta la cosa che fa più male, all'ombra dell'Etna. L'anno scorso il Catania di Toscano era secondo nel girone C, arrivava in semifinale playoff e per larghi tratti aveva la miglior difesa del lotto: sette gol subiti in dodici giornate. Non era una squadra spettacolare, era una squadra che non si spaccava. Oggi la difesa è diventata il reparto più esposto: due gol a partita di media, quasi tutti nati da un errore proprio, non da una giocata avversaria. Il cambiamento voluto da Longo, più coraggio, più palleggio, più baricentro alto, è arrivato nelle intenzioni. Non nei risultati. E soprattutto ha smontato l'unica certezza che c'era, senza ancora costruirne un'altra.
Longo, va riconosciuto, non si nasconde dietro un dito. Dopo Monopoli ha detto che questa squadra «non rispecchia la mia cultura calcistica», che «non vedo progressi», che «serve più fame». Ha chiesto scusa alla piazza per un avvio che nessuno aveva messo in preventivo. Dopo il Savoia si è preso di nuovo tutto: ha rivendicato i tredici tiri, ha ricordato di essere stato in carriera secondo miglior attacco di un campionato, ma ha chiuso con una frase che pesa più delle statistiche: «non ci sto dormendo». È il vocabolario di un allenatore lucido. È anche, però, il vocabolario di un allenatore che ammette di non aver ancora trovato la chiave.
La società, in settimana, ha fatto la sua mossa. Nota ufficiale, massima fiducia a Longo ribadita da Grella e Varrà a tecnico, staff e squadra, e una postilla che è il vero cuore del comunicato: serve «una decisa e immediata sterzata». Tradotto: la panchina non si tocca, ma il tempo non è infinito. È una fiducia con la data di scadenza scritta a matita.
I precedenti, che consolano poco
C'è chi in questi giorni ha tirato fuori l'archivio, e fa bene, perché la storia del Catania di partenze così ne conosce parecchie. Nel 2021/22 gli etnei persero tre delle prime quattro di campionato (3 0 a Monopoli, 1 0 a Pagani, 1 2 col Bari), pur avendo vinto l'esordio in Coppa a Vibo. Nel 2014/15 arrivò la prima vittoria in campionato solo alla sesta, 2 1 al Pescara. Nel 2013/14, in Serie A, tre sconfitte di fila e il primo successo alla sesta, 2 0 al Chievo: Maran salterà all'ottava. Nel 2009/10, sempre in A, tre ko iniziali e primo squillo all'ottava contro il Cagliari, con Atzori in panchina fino alla quindicesima. Più indietro, il 1965/66 con cinque sconfitte consecutive e la prima vittoria all'undicesima; il 1966/67; le partenze disastrose nei gironi di Coppa Italia degli anni Ottanta.
Il messaggio che se ne ricava è duplice, e conviene leggerlo per intero. Primo: non è un inedito, il Catania è già ripartito da qui. Secondo, e più scomodo: in quasi tutti quei casi qualcosa cambiò, spesso la panchina, e quasi nessuna di quelle stagioni finì bene. La storia dice che si può risalire. Non dice che si risale restando fermi.
Il girone non aspetta
Perché il contesto, quest'anno, sembra meno addomesticabile del previsto. Dopo due giornate comanda il Picerno a punteggio pieno, sei punti. Subito dietro il Barletta a quattro, con un 3 0 al Bari che è già il risultato simbolo di questo avvio. La Casertana, che molti avevano indicato tra le sorprese, in realtà è ferma a un punto: la sorpresa vera, per ora, è pugliese. E lunedì al Massimino arriva un Cosenza anche lui a quota zero, in una partita che è già uno spareggio d'ambiente più che di classifica.
Il calendario, insomma, non concede il lusso del rodaggio. E il rodaggio servirebbe: la rosa è ancora in movimento (Di Tacchio alla Casertana, Leonardi al Campobasso, Jiménez allo Spezia dopo aver giocato le prime due), è arrivato Massimo Coda a trentotto anni, mancano Di Marco, uscito al 40' col Monopoli e in attesa degli esami, Liguori e Caturano. Un centravanti d'esperienza e tre assenze pesanti non sono un progetto: sono una toppa e un problema.
La domanda
E allora arriviamo al punto, che è anche il titolo. Fino a che punto osare?
Perché Longo ha una scelta davanti, e non è la scelta comoda. Può continuare sulla strada dell'identità nuova, palleggio, aggressione alta, coraggio, sperando che i meccanismi si sblocchino e che i tredici tiri col Savoia diventino, prima o poi, due gol. Oppure può fare un passo indietro tattico: ricompattare, abbassare il baricentro, ripartire da quella solidità che al Catania ha dato cinquanta e più punti nelle ultime due stagioni, e ricostruire l'ambizione da lì.
La prima è la strada dell'allenatore. La seconda è la strada del risultato. Il comunicato della società parla di «sterzata», e una sterzata, per definizione, è un cambio di direzione, non un'accelerazione sulla stessa.
Il rischio, oggi, è di restare in mezzo: una squadra troppo coraggiosa per essere solida e troppo sterile per essere pericolosa. È esattamente ciò che si è visto in cinque partite. Nove gol subiti su errori evitabili, due gol segnati, un possesso palla che non produce, un pubblico che è passato dai quasi diciassettemila dell'esordio ai fischi di mercoledì.
Lunedì sera, contro il Cosenza, non si deciderà la stagione. Ma si capirà una cosa, e non è poco: se questo Catania ha ancora il coraggio di osare, o se ha finalmente il coraggio di ammettere che, per ripartire, prima bisogna smettere di cadere.
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