Miceli: "Novara mi ha voluto davvero. Voglio essere un riferimento"
Mirko Miceli, nuovo difensore del Novara, si è presentato in conferenza stampa.
Cosa ti ha convinto a scegliere Novara?
«Innanzitutto buon pomeriggio a tutti. Ci tenevo a ringraziare il direttore e la sua famiglia perché mi hanno cercato e mi hanno voluto. Anche alla mia età, un po’ avanzata, fa sempre piacere sentire interesse e stima. Ho fatto questa scelta proprio per questo: sentirsi importante, per un calciatore, è la cosa principale. Catania è stato un punto d’arrivo bello e importante della mia carriera, l’ho vissuto alla grande perché ho iniziato lì nelle giovanili. Poi nel calcio le cose cambiano da un giorno all’altro: ha inciso anche il fatto che il mister Toscano e il direttore sportivo Pastore siano andati via, e si fanno valutazioni diverse. Ma li ringrazio per come mi hanno trattato».
Hai sentito mister Toscano prima di venire qui? Ti ha detto qualcosa sulla piazza?
«L’ho sentito dopo essere arrivato, sia lui che mister Napoli. Con entrambi ho un bellissimo rapporto: siamo della stessa zona, ci sentiamo spesso. So che ha parlato bene di me soprattutto come persona, e questo fa più piacere degli aspetti tecnici. Mi ha parlato molto bene della piazza, della gente, dell’ambiente: sereno, tranquillo, ideale anche per le famiglie. Mi ha detto che è una città che vive di calcio, e questo è importante».
Come descriveresti la tua crescita rispetto ai tempi della Primavera del Varese?
«Sono partito dalla Primavera del Varese, dove facemmo un grande campionato sfiorando lo scudetto. Da lì mi sono un po’ perso per alcune dinamiche che nel calcio esistono ancora oggi. La Serie D mi ha aiutato molto: ero rimasto senza squadra, mi sono dovuto reinventare. Mi ha aiutato anche dal punto di vista umano: non mi ha regalato niente nessuno e la cima me la sono ripresa da solo, con sacrificio. Poi ho fatto una discreta carriera in Serie C».
Si parla spesso di età: ti senti un “vecchio” del gruppo?
«Ho parlato di età perché ormai si parla sempre di under e di giovani, e i giocatori della mia età vengono etichettati come vecchi. Io non mi sento tale: basta guardare il percorso di un calciatore per capire che non è così. Siamo etichettati come “over”, ma io voglio giocare ancora per molto tempo, finché ne avrò».
Conoscevi già Lorenzini? Avete parlato prima del tuo arrivo?
«Sì, Pippo lo conosco: siamo stati insieme a Carrara. Io ero in prima squadra, lui era più giovane e giocava nella Berretti. Ci conoscevamo già da allora. Poi abbiamo giocato diverse volte contro quando lui era alla Turris. Qui abbiamo avuto modo di parlare, ma nel calcio ci si conosce un po’ tutti. Il mio procuratore, Felice, conosce bene Novara e la famiglia Boveri: chi meglio di lui poteva parlarmi della società? A questa età, con una famiglia alle spalle, devi ponderare le scelte. Volevo uscire dalla mia comfort zone: il girone C lo facevo da sette anni. Rifare un girone nuovo, vivere un’esperienza nuova anche a livello familiare, era una motivazione».
Come ti ha accolto la squadra? Cosa ti aspetti dalla stagione?
«La squadra mi ha accolto benissimo sin da subito, mi ha fatto sentire importante. È un gruppo giovane al punto giusto, con qualche giocatore di esperienza che già conoscevo. Mi sembrano tutti ragazzi per bene, puliti: un aspetto fondamentale. Spero di fare un campionato di livello, quello che una piazza come Novara merita e si aspetta. La società ha prospettato un’ambizione diversa rispetto all’ultimo anno, ma tra parole e fatti c’è il campo: il prato verde è il giudice supremo. Nessuno ti regala niente: sono il lavoro e gli allenamenti quotidiani che ti riporti in partita».
Ti senti pronto a essere un riferimento difensivo?
«Promesse non ne so fare. Ma è il mio compito garantire qualcosa in più, perché la società ha fatto uno sforzo per portarmi qui. Quando prendi un giocatore esperto, allenatore e squadra si aspettano sempre qualcosa in più. Io darò il massimo impegno e il lavoro quotidiano che poi ti garantisce di fare ottime prestazioni».
Che tipo di carattere hai in campo? Sei uno che si fa sentire?
«Sì, è una mia caratteristica: parlo molto in campo. Ovviamente ci sono tempi e modi. Oggi non sei molto tutelato: gli arbitri spesso non ti danno modo di parlare. Ma sì, sono uno che si fa sentire».
E nello spogliatoio? La società cercava leadership: è una qualità che senti tua?
«La leadership o ce l’hai o non ce l’hai. Non devi andarla a cercare: è il modo in cui ti poni con i ragazzi e con le persone. In uno spogliatoio ci sono equilibri e situazioni da rispettare, soprattutto quando arrivi da “grande”. Ma sì, è una qualità che fa parte del mio modo di essere».
Qual è il tuo ruolo naturale? Centrale o braccetto?
«Nella difesa a tre ho sempre fatto il centrale. Mi sono adattato qualche volta da braccetto, ma il mio ruolo naturale è il centrale. Poi, sembra una frase fatta, ma dove dirà il mister di giocare, giocherò: l’importante è essere utile alla squadra».
Ti piace impostare da dietro?
«Sì, mi piace giocare da dietro. Il concetto del centrale che imposta è nato con Conte e Bonucci alla Juventus. Ma dipende sempre dalle richieste del mister e da come vorrà giocare».
Come stai fisicamente? Domenica sarai disponibile?
«Sì, sto facendo tutto con il gruppo. Il prof ci sta facendo correre, ma è giusto: questo è il periodo in cui un calciatore deve fare fatica. La prima partita l’ho vista dalla tribuna perché venivo da dodici ore di macchina: era meglio così. Domenica mi vedranno in campo».
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