Alberto De Rossi: "Per l'Ostiamare funzione sociale: formiamo cittadini"

Alberto De Rossi: "Per l'Ostiamare funzione sociale: formiamo cittadini"TMW/TuttoC.com
Alberto De Rossi
Oggi alle 08:40Girone B
di Valeria Debbia

L’intervista raccolta dal Corriere dello Sport restituisce un Alberto De Rossi finalmente disposto a raccontarsi. L’Ostiamare, la società che oggi guida da presidente, gli ha fatto “(ri)trovare la parola” dopo una vita passata un passo indietro, per carattere e per lasciare spazio al figlio Daniele. Ora i loro destini si incrociano, ma su piani diversi e complementari.

Un presidente che resta uomo di campo

Il nodo identitario è chiarissimo: «Alberto, ma anche mister. Sono un uomo di campo». Nonostante la pensione formale, De Rossi non ha alcuna intenzione di staccare: «Lo sono, pensionato. Magari mia moglie un po’ meno (ride, ndr), ma questa è la mia vita».

Da poco più di un mese è presidente dell’Ostiamare, ma il ruolo non cancella la sua natura tecnica: segue la prima squadra, coordina il settore giovanile, vive il club quotidianamente.

Famiglia, confronto e nessuna ingerenza

Il rapporto con Daniele, proprietario del club, è definito con nettezza: «No, mai» alla domanda sulle discussioni tra presidente e proprietà. «Però ci confrontiamo, come con tutto il gruppo di lavoro. Siamo colleghi, amici e famiglia. C’è anche mia figlia qui con noi».

La dimensione familiare è parte del progetto, ma non lo esaurisce. E quando si parla di ingerenze dei genitori nel settore giovanile, De Rossi è categorico: «Su questo siamo inflessibili. Qui sono tutti uguali».

La funzione sociale del club

La prima vittoria in Serie C, arrivata a Pesaro, è stata una liberazione: «Siamo tutti molto felici, non vedevamo l’ora che arrivassero questi benedetti tre punti». Ma il punto centrale è un altro: «Non vogliamo solo creare qualcosa di importante a livello sportivo. Vogliamo formare cittadini, non solo calciatori. Abbiamo ben chiara la nostra funzione sociale».

Qui entra in gioco il concetto che De Rossi ripete più volte: l’Ostiamare deve essere la continuazione della scuola. «Vorrei che i bambini si sentissero come a casa, è proprio quello che provavo io da piccolo».

Ostia come radice e responsabilità

Il legame con il territorio è totale: «Questa società è sempre stata dentro di noi. Ci giocavo da piccolo». E ricorda la prima volta di Daniele all’Ostiamare: «Era il 1988, aveva appena compiuto cinque anni».

Quando le istituzioni hanno chiesto alla famiglia De Rossi di salvare il club, la risposta è stata immediata: «Hanno colpito me, Daniele e tutta la nostra famiglia nel cuore. Non potevamo dire di no». Ma non bastava il sentimento: «Dovevamo metterci anche professionalità e investimenti. Stiamo facendo le cose seriamente, lo dovevamo a Ostia: non ci siamo solo nati, questo mare ci ha cresciuto».

Il quartiere, dice, è con loro: «La gente è totalmente dalla nostra parte».

Il modello: identità, organizzazione, professionalità

Il progetto Ostiamare guarda lontano: mantenere la categoria, crescere strutturalmente, costruire un club che sia identità del territorio. «Qualità del lavoro e qualità dei rapporti umani sono imprescindibili». E sull’invidia che il connubio Ostiamare–De Rossi può aver generato: «Qui no. Fuori può essere, non ci riguarda».

Lo Stella Polare e l’Anco Marzio: infrastrutture da rifondare

L’esordio casalingo allo Stella Polare è stato emozionante e complesso: «E forse un po’ l’abbiamo pagata l’emozione». Ma il lavoro fatto in tempi record è stato enorme: «Grazie al contributo e alla disponibilità di tanti soggetti, in primis Roma Capitale e la NEA Rugby, siamo riusciti a mettere insieme un progetto ambizioso».

Il modello è quello delle grandi città europee: club identitari che giocano nel quartiere che rappresentano.

Sul nuovo Anco Marzio: «L’iter sta andando avanti, l’auspicio è che si possa completare per poter dare inizio ai lavori già all’inizio del prossimo anno».

La Serie C come casa

De Rossi conosce la categoria come pochi: «È il mio (campionato, ndr)». Ricorda gli anni da giocatore, anche con Allegri a Livorno: «Giocavamo insieme, ci divertivamo». E ama la C per la sua autenticità: «Quando vedo le persone affacciate ai terrazzi che guardano le partite, è il calcio che piace a me».

Seconda squadre e patentini: una visione chiara

Favorevole da sempre alle seconde squadre: «Capisco che per alcune società siano un costo, ma i top club dovrebbero averle per far crescere i ragazzi». Sul tema dei patentini, in linea con quanto sostiene Daniele: «Non ci dovrebbe essere questa differenza abissale tra chi ha giocato ad alti livelli e chi no».

La Roma e il ritorno a casa

Il capitolo Roma si chiude con eleganza: «Dopo oltre trent’anni si è concluso un percorso umano e professionale che mi ha regalato esperienze, soddisfazioni e relazioni che porterò sempre con me». Ma il ritorno alle origini ha un peso diverso: «Ero e resto un tifoso».