Campobasso, Sarr: "Il gol al Forlì è stata emozione e liberazione. Ora vivo di rivalsa"
Arriva in silenzio, senza fare rumore. Poi però il campo inizia a parlare. È la storia di Amadou Sarr, attaccante del Campobasso, intervistato nell’ultima puntata di 'Zona Lupi'. Il suo gol contro il Forlì, quello che ha fatto crollare di entusiasmo la curva e “buttato giù” il 'Molinari', è solo l’ultimo capitolo di un percorso fatto di sacrifici, scelte di vita e tanta determinazione.
Nato in Senegal a Dakar, la punta arriva in Italia a soli 8 anni, nel marzo 2012, insieme alla famiglia, stabilendosi prima a Treviso e poi a Milano. «In Senegal c’era una scuola calcio nel quartiere – racconta –. Andavamo tutti insieme dal nostro “mister”, che per noi era come uno zio. Ci portava al campo, facevamo partite tra quartieri e così è nato tutto».
L’impatto con l’Italia non è stato facile: «Quando sono partito dal Senegal c’erano lacrime su lacrime, sia io che i miei parenti. Sapevano che qui avrei avuto più opportunità, ma all’inizio è stato pesante adattarsi. Poi però mi sono ambientato e tutto è diventato più tranquillo».
Da bambino era competitivo ma tranquillo, non creava problemi né a casa né a scuola. La figura più importante della sua crescita è stata il padre, ex calciatore che ha giocato anche nelle giovanili della nazionale senegalese. «Mio padre è stato sempre con me, sia in campo che fuori. Era abbastanza duro, mi “bastonava” (ride), ma mi ha aiutato tantissimo a maturare. È stato il condottiero della mia passione per il calcio».
Dopo il trasferimento a Milano, Sarr entra nel settore giovanile dell’Inter, dove resta per 8 anni. Un ambiente che gli ha lasciato tanto, ma anche qualche insegnamento importante: «L’Inter ti forgia a livello umano e ti dà sani principi. Però stai un po’ in una bolla: hai tutto, non ti manca niente. Quando esci e vai nelle prime squadre senti lo scontro con la realtà. La cattiveria agonistica cresce dopo».
A insegnargli quella “cattiveria” ci hanno pensato alcuni allenatori, tra cui Zauri e Lopez dell’AlbinoLeffe: «Mi hanno fatto capire che per stare tra i grandi devi dare qualcosa in più».
Fino all’anno scorso Amadou non aveva mai dubitato di sé stesso. Poi è arrivato un periodo più difficile: «In questi ultimi mesi ho dubitato un po’ di me. È stata la prima volta e non sapevo come comportarmi. Grazie ai miei compagni però sono risalito. Questi dubbi fanno parte della crescita. Ora so che arriveranno, ma ho gli strumenti per affrontarli».
Arrivato a gennaio a Campobasso, Sarr si è sentito subito a casa: «Ho trovato uno spogliatoio unico, una vera famiglia. Sono ragazzi fantastici. C’è un’ignoranza folle… ma nel senso positivo! Si ride sempre, si è sempre allegri. Ignorano i momenti grigi e li vedono sempre colorati. È un’esuberanza che ti travolge».
Sul gol che ha fatto esplodere il 'Molinari', Sarr non ha dubbi:«È stata emozione e liberazione insieme. L’urlo della curva l’avevo già sentito dalla prima partita in casa, ma dopo il gol è raddoppiato».
In campo si descrive così: «Sono un giocatore che cerca sempre di aiutare la squadra, di non deludere i compagni. Sono altruista, forse anche troppo. Fin da piccolo preferisco aiutare gli altri piuttosto che esaltarmi individualmente. Però questo si fa per la squadra. Istinto o ragionamento? Ragiono molto sulle cose da fare, ma ci sono momenti in cui prevale l’istinto. Sul gol contro il Forlì, per esempio, mi sono tuffato d’istinto».
Cosa chiede Zauri? «Mi chiede soprattutto cattiveria agonistica e di dare il massimo. Poi di essere bravo a proteggere i palloni e far salire la squadra». Mancano cinque partite, cinque finali. Contro il Guidonia Sarr si aspetta una gara tosta: «Sarà difficile. Dobbiamo essere aggressivi, vincere i duelli e le seconde palle. La nostra forza è quella. Personalmente voglio una partita con cattiveria, sangue agli occhi, insieme a tutta la squadra». Se dovesse descrivere questo momento della sua carriera con una sola parola, Sarr sceglie senza esitazione: «Rivalsa». «Un po’ di tempo fa avrei detto “altalenante”, perché non giocavo tanto. Ora invece, soprattutto dopo il gol, è rivalsa. Mi ha ridato fiducia, autostima e certezze».
E conclude con un messaggio importante: «Nel calcio la testa è fondamentale. Se la mente non funziona, puoi essere il più forte del mondo ma non vai da nessuna parte».
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