Il calcio della poca qualità e dei tanti debiti. I motivi del calo spettatori. La legge 81 compie 33 anni: è vecchia e va riformata, per il bene delle Società e per la salute di tutto l’ambiente
Ho letto in settimana che il calcio italiano - tutto il calcio italiano - si regge sui diritti televisivi e sui … debiti. Troppo elevato il costo del lavoro. Troppe squadra in serie A, eccessivo il numero dei partecipanti alla serie B, meglio non parlare delle nefandezze della serie D. Soltanto la Lega Pro sta cercando di darsi una identità più razionale. In definitiva l’ unica categoria dove esiste un vero progetto riformistico. Anche e nonostante le molteplici difficoltà. Intendo economiche e di stadi obsoleti e strutturalmente carenti.
In tale ottica, Macalli ed i suoi collaboratori, stanno stringendo sempre più la forbice. Sono stati piantati dei paletti in prospettiva di difficile superamento per diverse Società. L’intento è quello di eliminare le scorie per dare autonomia e continuità al progetto. Le “battaglie” sul piano economico per la ripartizione dei proventi hanno uno scopo ben definito.
Esiste però una certezza. Ove le regole fossero applicate alla lettera mai sarebbe possibile arrivare all’ iscrizione delle 60 Società che prevede la riforma dei campionati. Sarà necessario ricorrere ad altri tagli in futuro non molto lontano?
Abolita la seconda divisione. Abbreviato il distacco per il salto tra i professionisti. Sarebbe opportuna una regolamentazione diversa al dilettantismo, presunto, della serie D.
Capitolo primo. L’ iscrizione al campionato corredata da una garanzia fideiussoria di importo più corposo faciliterebbe notevolmente la selezione. Evitando il ripetersi di radiazioni e abbandoni. Situazioni, ridicolmente incresciose, verificatesi nella stagione che sta per concludersi.
E poi, surrogare quel “contrattino” di rimborso spese con un documento più impegnativo per Società e Tesserati. Smettendola di chiudere gli occhi dinanzi a situazioni retributive che tutti conoscono e sulle quali tutti fanno finta. Non giova a nessuno, tantomeno allo Stato.
Una soluzione va trovata ed applicata. Costasse anche la riduzione parziale degli organici. Ne va della credibilità della categoria ed ancor più del “Palazzo”. Se poi Tavecchio deve rimanere al suo posto solo per gestire annualmente quel “tesoretto” di 8 milioni di euro frutto di tasse di iscrizione e fidejussioni sarà bene venirne a conoscenza.
Ci rassegneremo ad un calcio mediocre fatto di Società incapaci di portare a termine il campionato. Del ripetersi di ripescaggi tanto inutili quanto dannosi. Di giovani tecnicamente immaturi e senza futuro, imposti in campo da una regola assurda.
Nella sostanza di un calcio “dilettantistico” (diciamo) senza futuro.
Gli Stadi. Un problema annoso ed irrisolvibile. Si parla da tempo immemorabile degli impianti sportivi di proprietà e di una legge che non riesce mai a decollare. Il tutto nella inutilità più assoluta.
Il degrado generale delle strutture sportive allontana lo spettatore dagli spalti. E’ palese. Lo stato di abbandono dei servizi igienici. In taluni casi anche la trascuratezza dell’ igiene. Lo poca qualità dei punti di ristoro. La mediocrità dell’ accoglienza. Le amministrazioni comunali oberate dai debiti di gestione e le società di calcio alla ricerca di contributi economici. Una diatriba perenne sulle convenzioni per l’ utilizzo degli stadi. Un contenzioso mai definito che conduce solo ad una manutenzione carente degli impianti. Alle volte viene trascurato anche il manto erboso.
Nei casi più esasperati alcune Società hanno già in animo di chiedere l’ utilizzo di impianti limitrofi al proprio territorio, ma adeguati alla normativa vigente, per la disputa delle gare casalinghe.
Ha un senso futuribile e costruttivo tutto questo?
Il professionismo, oneroso, della terza serie. Il dilettantismo, con il trucco, della serie D. Temi di discussione, sul tavolo, ce ne sono tanti. Problemi da affrontare e risolvere alla radice. Principalmente quelli legati alla gestione finanziaria.
Non sarebbe negativo se ci mettesse le mani il legislatore coadiuvato dal Coni. Il calciatore non va più identificato come dipendente, ma da libero professionista. Lo si dice da sempre.
Sono passati 33 anni. Una modifica a quella vecchia legge 91/81 si rende indispensabile. Risolverebbe tutte le situazioni.
Certamente non è utopia.
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