Il Consiglio Federale fa i conti senza l’oste. La Serie C deve andare avanti. La Serie C non può andare avanti

25.05.2020 00:00 di Ivan Cardia Twitter:    Vedi letture
Il Consiglio Federale fa i conti senza l’oste. La Serie C deve andare avanti. La Serie C non può andare avanti

Una premessa è d’obbligo. Decisioni giuste non ve ne sono, almeno non in assoluto. In questi tempi eccezionali, nei quali abbiamo accettato di rimettere in discussione tante certezze delle nostre vite, a chi deve fare delle scelte va dato tempo e anche comprensione perché degli errori saranno inevitabili. L’altra premessa è che qui tutti speriamo di uscirne il prima possiiibile. Tra le speranze e la realtà, però, ci sono i dati di fatto. E in quest’ottica il Consiglio Federale dell’altro giorno, che tanti e tali malumori ha generato (e sulle licenze nazionali ha, con un solo inciso, introdotto una novità potenzialmente pericolosissima per il sistema), non ha tenuto conto di alcuni elementi della realtà, almeno per la categoria che qui ci interessa di più.

La Serie C deve andare avanti. La Serie C non può andare avanti. È questa la contraddizione, se volete anche lancinante, tra il verdetto del Consiglio Federale e la realtà che poi dovrebbe applicarlo. Dire sic et simpliciter “andate avanti” non è una risposta. Come se a quell’appuntamento la Lega Pro non si fosse presentata forte di 52 voti su 59. Sui tempi con cui quei voti sono arrivati, possiamo discuterne: da queste parti siamo convinti che non vi sia stata alcuna fuga in avanti. Tant’è che in Serie D, ove invece si è atteso il consiglio, in molti hanno lamentato che lo stop sia arrivato troppo tardi. Al di là dei modi e dei tempi, quei 52 voti, che non vogliono dire unanimità ma ci assomigliano tanto, sono stati ignorati.

La FIGC, d’altra parte, non ha in mano strumenti per far sì che lo stop alla regular season non sia solo rimandato, perché è di questo che si tratta. Questione di costi, che per la categoria sono insostenibili. Di organizzazione: molte società, se vogliamo anche troppo presto (qui sì, fughe in avanti) hanno già iniziato a smobilitare. Di contratti: sono pochissimi i club realmente disposti a prolungare quelli in scadenza al 30 giugno 2020. E la FIGC, a meno di un ulteriore intervento normativo statale in materia (ma sarebbe legittimo?) non può imporre nulla sotto tal proposito. È un problema che dovrà affrontare anche la Serie A, ma lì vi sono ben altre motivazioni: di fatto, tornerà in campo perché non può fare altrimenti, leggete alla voce diritti TV. E vi sono ben altri numeri: in terza serie, la stragrande maggioranza dei contratti è di tipo annuale, se anche una sola società si rifiutasse di rinnovare i suoi la competizione sarebbe inevitabilmente falsata. E, se consentite, criticare un imprenditore che teme per il futuro della sua azienda, perché non butta altri soldi nel calcio, ci sembra un po’ fuori dal mondo.

Altro discorso è quello sui playoff, il tema di discussione più caldo del momento. Sulle pagine social, i tifosi di Bari, Carpi, Reggiana e via dicendo si attaccano, criticano Gravina o Ghirelli a seconda dei casi. Ecco, sotto questo profilo creare una forte contrapposizione politica e mediatica è l’errore più grande tra quelli arrivati l’altro giorno. Lo stop al campionato era doveroso perché la Lega Pro vi arrivava compatta, compattissima: è uno schiaffo francamente incomprensibile, a maggior ragione perché arriva da parte di chi quella categoria l'ha vissuta fino all'altro giorno. La bocciatura su altri fronti (per esempio, il blocco dei ripescaggi) era probabilmente messa in preventivo. Si potevano dare questi responsi e poi indicare nuovi criteri per la “quarta promossa” (peraltro quel riferimento ai criteri oggettivi vuol dire tutto e nulla) anziché rimettere, di fatto, tutto a un’assemblea che si è già espressa e sul punto ha già dimostrato di avere sì una maggioranza, ma neanche troppo chiara. Come andrà a finire? Intano, non è chiaro perché i voti dell'assemblea post-Consiglio Federale dovrebbero essere molto diversi da quelli dell'assemblea pre-Consiglio Federale. I playoff probabilmente si faranno, magari in versione ridotta: il format da 37 partite è impensabile. Il criterio per restringere il numero di squadre? Riteniamo che debba essere, se proprio si deve, meramente sportivo: come già scritto in altre occasioni, chi pensa che debbano andare avanti i ricchi attenta ai valori fondanti di qualsiasi sport. La soluzione migliore? Ecco, in verità ci sembra anche abbastanza semplice: tre retrocesse dalla B, tre promosse dalla C (le tre prime, a scanso di equivoci). Niente playout in cadetteria, niente playoff in terza serie. Il Decreto Rilancio dà le armi per poterlo fare. Ai tifosi del Bari, del Carpi, della Reggiana, di tutte quelle che ci sperano, in qualche modo lo si spiegherebbe, ci auguriamo. Ai rispettivi presidenti, magari anche, al netto della verve epistolare di taluni. Se proprio un “torto” la FIGC doveva commettere, forse sarebbe più giusto e comprensibile questo. C’è stata una pandemia, non è colpa di nessuno.

Poi arriverà il momento di discutere di format, di futuro, di sostenibilità. Del perché poche righe sopra si parla di buttare soldi nel calcio, perché attualmente farlo in Serie C vuol dire dilapidare un patrimonio, tranne poche (virtuose e da studiare) eccezioni. La doppia B da 40 squadre ci sembra francamente una mossa puramente politica. L’ultima proposta, che nella sostanza magari se ne differenzia poco, ma alle volte l’abito fa il monaco, è più convincente: A, B e C, coi loro nomi, professionistiche da 60 squadre, poi una sorta di C2 semiprofessionistica (ma si scrivano in maniera attenta le regole: non è semplice e per questo finora è rimasto più un’idea che altro) che faccia da cuscinetto rispetto all’ampio e variegato mondo del dilettantismo. Ne scriveva anche l’ottimo Maschio su queste pagine pochi giorni fa, può essere una soluzione. L’importante è arrivarci nel modo giusto: confrontandosi, scrivendo insieme le regole del domani, se serve del dopodomani. Abbiamo la possibilità di vivere una sorta di costituente del calcio del futuro, che faccia sintesi delle diversità e usi anche il compromesso, nella sua accezione più nobile, per arrivare a un risultato che ci tenga tutti insieme. Se anche in questi tempi non riusciamo a smettere di ragionare in termini di contrapposizione e di calcolo politico, allora stiamo perdendo una grandissima occasione. E non abbiamo imparato nulla.