La decisione che scontenta tutti: bisogna punire, a porte chiuse il calcio muore

25.03.2024 00:00 di Ivan Cardia Twitter:    vedi letture
La decisione che scontenta tutti: bisogna punire, a porte chiuse il calcio muore

I più contenti, non essendo tifosi veri, saranno stati quel centinaio di delinquenti che hanno macchiato Padova-Catania. Riassumiamo brevemente: la finale di ritorno di Coppa Italia di Serie C, in programma il prossimo 2 aprile al Massimino, si giocherà a porte chiuse. La decisione è arrivata dopo gli scontri registrati durante l’intervallo della gara di andata, quando un gruppo di “sostenitori” degli etnei, da 60 a 150 secondo le versioni, hanno dato vita a scene di vera e propria guerriglia urbana. Mentre sale il computo di arresti e daspo, nessun tifoso sarà ammesso sugli spalti dell’impianto etneo per il ritorno.

La decisione ha scontentato un po’ tutti. Le società, per una lunga serie di ragioni. Entrambe, intanto, perdono l’incasso: fatti i conti alla buona, 80 mila euro a club fastidio non ne danno mai. Il Catania, già multato e vittima di quel perverso meccanismo della responsabilità oggettiva che tiene le squadre sotto il costante ricatto di autentici criminali, giocherà il ritorno senza la parte buona del suo pubblico. Il Padova viaggia nel paradosso: i suoi tifosi non hanno fatto praticamente nulla e non potranno andare in Sicilia. La Lega Pro vivrà uno dei fiori all’occhiello della sua stagione in uno stadio deserto. Tutti scontenti, appunto.

È un andazzo generale, quello delle porte chiuse, che va avanti da tempo. In questo caso ha deciso il giudice sportivo; nella quasi totalità dei precedenti le autorità di pubblica sicurezza: in alcuni casi, sfiorando l’assurdo del vietare partite che si potevano definire a rischio solo con una dose di premura ai confini del paranoico. Come detto in passato, a mio modesto avviso giocare a porte chiuse è sempre e comunque una sconfitta di e per tutti. Nel caso di Catania-Padova si può anche capire, per ragioni di opportunità, ma troppo spesso no e - è appena il caso di chiarirlo - la Lega Pro non c’entra nulla. La soluzione? Difficile e costosa, il problema è questo, ma serve punire chi sbaglia e non impedire agli altri di vivere il calcio.