ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente : Michele Zanutta

ESCLUSIVA TLP -  Mi ritorni in mente : Michele ZanuttaTMW/TuttoC.com
© foto di Tommaso Sabino/TuttoLegaPro.com
domenica 4 gennaio 2015, 22:30Interviste TC
di Daniele MOSCONI
74^ appuntamento

Su un noto social network la sua foto lo ritrae con gli occhiali da sole impartire ordini ai suoi ragazzi, ma nel passato di Michele Zanutta c'è stata la carriera da giocatore, in particolar modo con la maglia della Reggiana. Destino comune a tutti: nel cuore dei tifosi l'uomo non invecchia mai e il calciatore che è stato rimane giovane correre sui campi di calcio. La forza delle immagini fa si che il ragazzo non possa mai percorrere il destino naturale degli anni, come se rimanesse un eterno Dorian Gray.

Michele Zanutta è il protagonista di questo 74° appuntamento con "Mi ritorni in mente", l'angolo del passato, ci piace anche chiamarlo vintage, firmato TuttoLegaPro.com dove da ormai tre anni ridiamo lustro a quei giocatori o allenatori che hanno lasciato un ricordo importante nelle città dove sono stati e attualmente militanti in Lega Pro. Questo per la rubrica sarà il terzo anno e come per tutte le cose belle ci sarà anche una fine: gennaio 2016 con il centesimo appuntamento. Prima di allora sarà bello sfiorare la margherita con i nomi di ex importanti che con le loro storie ci danno un'immagine diversa e romantica del calcio che è stato. 

Difensore, scuola Sampdoria, Michele arriva in prima squadra sotto la guida di Vujadin Boskov. In quegli anni - intorno a fine '80 - il pacchetto arretrato blucerchiato annovera gente tipo Luca Pellegrini, Pietro Vierchowod e Moreno Mannini: spazio per Zanutta ce n'è poco, così il Ds Borea (che lo volle nella Samp) lo dirottò a Reggio Emilia, in una Reggiana che stava iniziando a studiare da grande. Con Pippo Marchioro come allenatore, Michele Zanutta impara a diventare una bandiera granata divenendo attualmente il decimo giocatore con più presenze nella storia del club emiliano. 

In questa intervista esclusiva concessa ai nostri microfoni si è parlato del calcio a tutto tondo, non dimenticando la sua esperienza con la Reggiana. 

Troppi stranieri ed i settori giovanili stentano a tirar fuori giovani di talento. E' questo uno dei motivi a detta di molti per la scarsità di ragazzi di prospettiva.

"Se ben ti ricordi, negli anni '80 c'erano solo due stranieri per squadra e lo spazio per noi italiani era maggiore. Fin dagli Allievi sono tanti i giocatori esteri che militano nelle rose dei club e questo alla lunga lo paghi come risultati".

Pensi quindi che l'impoverimento a livello tecnico del nostro calcio è dipeso da questo fattore?

"Penso che sia una causa non piccola. Mi sembra strano che non riusciamo più a produrre giocatori di un certo livello".

Se un tempo fare il calciatore era una missione, adesso le cose si sono ribaltate: il giovane vede nella carriera da professionista un modo per arricchirsi, perdendosi l'aspetto ludico di questo sport.

"Mancando l'aspetto ludico penso che venga a mancare anche la cosidetta fame. La differenza che noto tra i nostri giovani e gli stranieri sta proprio in questo: loro hanno fame e corrono più di noi, mentre i nostri si fermano al compitino, non rendendosi conto che è la costanza e la voglia di arrivare che può portarli lontano".

Facciamo un passo indietro: ricordi il bambino che sei stato?

"Calcisticamente ho iniziato a crederci a 13-14 anni. Dovevo andare a Bologna, ma l'allora Ds dei felsinei Paolo Borea andò alla Sampdoria e mi portò con sé. Avevo tanta voglia di arrivare e negli allenamenti cercavo di dare tutto me stesso".

Nel tuo calcio l'aspetto tecnico prevaleva su quello fisico. Attualmente è tutto il contrario.

"Si, anche allora si curava, non come oggi. E' vero: l'aspetto tecnico aveva la maggiore e la competizione era basata su temi sicuramente più consoni".

Ipotizzando che il bambino Michele Zanutta ti fermi e ti chieda un autografo. Cos'altro ti chiederebbe?

"Mi chiederebbe come è giocare in serie A. Cosa si prova a giocare davanti a ottantamila persone".

Tu cosa risponderesti?

"Sono cose impagabili. Non è solo il campo e i novanta minuti. C'è la preparazione, il ritiro".

Sapere di giocare a tanta gente crea un po di tensione e questo mi fa sorgere una domanda: come si umanizza la tensione del prepartita. Come si riconduce tutto ad una apparente normalità?

"Il sabato notte devo dirti che il pensiero non andava al pubblico - almeno non in quel momento - ma a chi dovevi marcare".

Il segreto di un campione qual è?

"Non so, ma credo che il campione dopo un paio di anni a certi livelli riconduce lo stress del prepartita a una condizione più naturale e si abitua a giocare in quel clima".

Se il grande campione riesce, come dici a normalizzare lo stress, allo stesso tempo ci sono tanti che non ci riescono e si buttano via. Con loro anche il talento. Come si può buttare il talento secondo te?

"Devi lavorare molto, non pensare mai di essere arrivato. La differenza tra un vero campione e uno che si butta via sta proprio in questo. C'è anche chi si butta via non facendo vita regolare, preferendo il contorno dimenticando il suo ruolo".

Un giocatore di talento dei tuoi tempi che si è buttato chi è stato?

"Stefano Impallomeni. Aveva fatto abbastanza bene, poteva fare di più. Mi piaceva, ma si è perso".

Come è' stato il passaggio da calciatore ad ex?

"Non è facile. Bisogna trovare la propria strada. Per fortuna ho sempre allenato, anche se in categorie inferiori. Cerco di portare la mia esperienza, facendo crescere i giovani".

Nel calcio esiste una seconda possibilità?

"Penso a Balotelli e credo che di seconde possibilità ne abbia anche molte. Alla fine il livello del tuo gioco ti porta dove meriti. Per andare a giocare in squadre di un certo livello, devi avere anche la testa sulle spalle. Per venire fuori devi avere molte qualità, non solo tecniche, ma soprattutto morali e caratteriali".

Negli anni in cui hai giocato non ce n'erano molte. Le gerarchie prestabilite difficilmente venivano messe in discussione.

"Hai ragione. C'erano poche possibilità: dovevi sfruttare il momento che avevi a disposizione. C'era sicuramente una competizione di qualità".

La formazione dei tuoi sogni da chi sarebbe composta?

"In porta metterei Buffon. In difesa Tassotti, Maldini e Baresi che hanno fatto la storia del Milan".

Prima che continui: non c'era un po' di timore reverenziale nel giocare contro giocatori simili?

"Quello no. Quando sei lì, pensi a fare il massimo per la tua squadra. Sai che son forti, ma cerchi di giocartela comunque".

Torniamo alla formazione dei tuoi sogni: a centrocampo?

"Cerezo, Pirlo, Tardelli".

In avanti?

"Messi, Ronaldo e Maradona".

Tu hai giocato contro Diego Armando Maradona.

"Era stupendo il palcoscenico del "San Paolo" quando si giocava contro di lui. Grandissima intuizione, talento, tutto. Quando stavamo per uscire dal tunnel sembrava che i muri tremassero". 

Altro stadio che ti ha fatto venire i brividi?

"Sicuramente "San Siro", poi vengono il "San Paolo" di Napoli e l'"Olimpico" di Roma". E' fantastico giocare davanti ad un palcoscenico simile".

Torniamo all'attualità: Cerci e Immobile lo scorso anno erano le stelle del nostro calcio. Vanno all'estero e stentano a giocare.

"Ho letto recentemente un'intervista ad Ancelotti e ribadiva un concetto che secondo me si trascura: si lavora poco sull'intensità e quando si va a giocare all'estero questa differenza si nota subito. Però se non si allenano questi fondamentali, la distanza tra noi e gli altri sarà sempre maggiore".

Sei ottimista per le sorti del nostro calcio?

"Si, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno".

Dal prossimo anno le rose dei club saranno composte al massimo di 25 giocatori. Pensi che sia il solito palliativo o può essere l'inizio di una nuova era?

"Non lo so se potrà essere d'aiuto, di certo è un problema di costi per i club. Ci sono rose con trenta, trentacinque giocatori. Un po' troppi direi".

In Italia c'è più paura di vincere o di perdere?

"C'è più paura di perdere. Forse la Juventus sta cercando di voler vincere a livello internazionale. Sta facendo le cose per bene e se aggiunge qualche tassello, tra qualche anno può tornare a fare la voce grossa".

Quale deve essere la qualità che deve prevalere per essere un allenatore?

"Non è un mestiere facile. Sei sotto l'occhio della critica di tutti: dal presidente al tifoso. La qualità migliore? Credo che sia in primis la coerenza, poi se riesci a far parlar bene di te anche i panchinari, vuol dire che hai lavorato bene".

Il Michele Zanutta di oggi chi si sente di ringraziare?

"Pippo Marchioro su tutti. Mi ha permesso di essere il giocatore che sono stato".

Quale il pregio maggiore dell'uomo Pippo Marchioro?

"E' un tutt'uno con il professionista: le idee chiare. Allenamenti avveniristici per i tempi, c'era voglia di fare. Sopratutto molto coerente, nello svolgimento della sua professione. Era molto rispettato. Con la Reggiana giocavamo sempre 4-3-3 contro chiunque".

Quel Pippo Marchioro che era in panchina quell'1 maggio del 1994 quando con la Reggiana vincevate 1-0 contro il Milan a "San Siro" con un gol di Massimiliano Esposito e raggiungevate la salvezza.

"L'emozione maggire fu l'alzare gli occhi al cielo e guardare il tabellone con su scritto: "Milan-Reggiana 0-1". Questo significava che eravamo salvi".

Quel giorno morì anche Ayrton Senna nel "Gp di San Marino".

"Ricordo molto bene quei momenti. Noi eravamo negli spogliatoi e stavamo preparandoci per il riscaldamento prepartita (si giocava alle 16, ndr). Rimanemmo scossi dalla notizia. Era un grande campione, ma come tutti gli eroi è morto giovane".

Chi era il tuo eroe sportivo da ragazzo?

"Paolo Rossi grazie al Mondiale dell''82 è divenuto il mio idolo. Sono emozioni difficili da rivivere".

Come quella di vedere quasi diecimila reggiani a "San Siro" contro il Milan.

"Sicuramente è stata una bella soddisfazione".

Un ricordo della tua esperienza a Reggio Emilia?

"Bella esperienza. Sette anni non sono pochi. C'è molta passione e dispiace vederla in C. E' una piazza importante che dovrebbe fare almeno la B".

Dei tuoi 4 gol con la maglia della Reggiana quale ricordi maggiormente?

"Quello su punizione a Piacenza, facemmo 1-1".

C'era un attaccante immarcabile?

"Ho trovato difficoltà con Marco Branca: fisicamente forte. C'era anche Daniel Fonseca che una volta con la maglia della Roma ci fece neri. Devastante George Weah: dovevi marcarlo ad una distanza di almeno tre metri perchè se ti scappava via era la fine".

Prossimo appuntamento con "Mi ritorni in mente": 18 gennaio 2015