ESCLUSIVA TLP - Pigolotti: "A Mantova grande amore della proprietà: altri avrebbero già mollato. La Lega Pro dovrebbe essere come lo champagne, basta con l'assistenzialismo"
Una Lega Pro unita e non più "assistita", che possa finalmente produrre ricavi e diventare un polo d'eccellenza del nostro calcio senza dover continuare a tagliare il numero delle proprie squadre. La pensa così Stefano Pigolotti, socio-fondatore della SDL, società proprietaria del Mantova. TuttoLegaPro.com ha intervistato l'imprenditore, attualmente all'interno del Castiglione, club dal recente passato in Lega Pro, e ispiratore di In The Box, azienda che all'inizio del mese si è meritata un posto nelle cronache per l'aiuto dato alla Maceratese in seguito al sisma che ha colpito il Centro Italia.
Iniziamo dal fatto di cronaca più recente: come è nata idea, a inizio mese, di ospitare la Maceratese a Castiglione?
"Nel calcio le collaborazioni a volte si traducono in amicizia. Conoscevamo il direttore sportivo della Maceratese, Gianluca Stambazzi e dovevamo fare qualcosa vista la loro situazione di disagio: i ragazzi erano veramente scossi, facevano fatica a dormire, avevano paura a stare nelle proprie case a causa delle continue scosse. Dal momento che dovevamo giocare dalle nostre parti, sul campo della Feralpisalò, come In The Box abbiam deciso di dare a loro disposizione il campo del Castiglione, nostro partner, aiutandoli anche a trovare un albergo in zona che li ha ospitati a un prezzo di favore".
La società che ha fondato, la SDL, negli ultimi due anni è alla guida del Mantova. A gestire il club è il co-fondatore dell'azienda, Serafino Di Loreto. In questo momento i virgiliani non vivono affatto un bel momento, trovandosi in fondo alla classifica del Girone B. Pur da esterno, è innegabile che questa situazione l'abbia coinvolta...
"L'esperienza di SDL nel Mantova è arrivata in un momento particolare per il club virgiliano, con una situazione difficile da districare a causa di un susseguirsi di eventi negativi negli ultimi anni. Il tutto in una grande piazza che in precedenza aveva respirato l'aria del grande calcio, sfiorando anche la Serie A. Rilevare una società calcistica in una situazione del genere è stato un fardello molto importante da gestire. Di Loreto, mio socio e Musso, mio amico, hanno fatto il massimo per salvare il club. Se avessero pensato a loro stessi e non al bene del Mantova, avrebbero ceduto la società dopo 6 mesi, viste le grandi difficoltà.
Posso testimoniare che ci sono state diverse scelte sofferte da parte loro e posso testimoniare la grande passione con cui sono state fatte determinate attività, con l'unica volontà di far crescere la squadra. Ma non sempre l'obiettivo è stato raggiunto, perché l'aspetto economico è stato messo totalmente al servizio della passionalità. Credo che un maggior cinismo e una maggiore oculatezza in alcune scelte magari non sarebbero state condivise dalla piazza e avrebbero fatto mugugnare più di un tifoso ma sarebbero state apprezzate nel lungo periodo.
La matassa, nel momento in cui SDL ha rilevato il club, era veramente ingarbugliata: solo un atto d'amore poteva riuscire a districarla. La matassa, a onor del vero, continua a essere intricata ma sicuramente lo è meno di prima. Inoltre adesso la proprietà ha una maggiore esperienza delle dinamiche di questo mondo e questo è fondamentale, visto che il calcio è spietato e non perdona. Serafino ha una grande forza, Musso è un ottimo mediatore: le loro capacità insieme, porteranno a importanti risultati. Ma solo con la giusta tranquillità. E' vero che la piazza è impaziente ma la logica programmatica deve essere messa al primo posto, soprattutto in una situazione difficile di classifica come quella attuale".
Nella provincia mantovana ha sede anche il Castiglione, club che un anno fa ha rinunciato a disputare la Lega Pro. Lei, tramite In The Box, è all'interno della società aloisiana da pochi mesi: pensa che i rossoblù potranno ritornare tra i professionisti?
“A Castiglione credo che sia meglio lavorare solamente sul settore giovanile: dover disputare un campionato ad alti livelli porta via numerose energie al settore giovanile. Se ci pensate è semplice: al centro del progetto non ci sono più i ragazzini e i bambini ma i calciatori professionisti. E non è il nostro obiettivo: per noi un aspirante calciatore se da 0 a 100 vale 80, deve salutare questa società valendo 80. Non a caso quest'anno, con la prima squadra in 3^ categoria, il numero dei ragazzi nella scuola calcio è più alto rispetto all'anno in cui arrivò la promozione in Lega Pro. Anche perché noi non siamo alla ricerca spasmodica di campioni: il nostro obiettivo è di aiutare i ragazzi a crescere dentro e fuori dal campo, ognuno a seconda delle proprie capacità ma con le stesse attenzioni verso tutti. Mentre aspettiamo il campione, cresciamo gli uomini del futuro. E se troveremo il campione non avremo problemi: in zona vi sono un gran numero di club professionisti ai quali possiamo girare i nostri migliori prospetti.
Inoltre ci interessa molto il rapporto con i genitori: inutile focalizzarsi solamente sul ragazzo di 14 anni, bisogna occuparsi anche di chi sta intorno a loro e li guida nella crescita. A volte l'apporto di mamma e papà è ottimale, a volte invece è eccessivo: le cronache sportive sono piene di genitori che sulle tribune ne combinano di tutti i colori pensando di avere dei figli pronti per la Serie A. Per questo, come In The Box, aiutiamo anche loro con specifici corsi perché è inutile lavorare sulla componente fisica dell'atleta se alla fine intorno a lui ci sono persone che creano problemi pensando, al contrario, di fare del bene".
Il Castiglione non è stata l'unica squadra a rinunciare al professionismo in questi anni: l'elenco dei club falliti o che hanno preferito ripartire dalla Serie D è veramente lungo. Forse il sistema calcio italiano non riesce più a reggere 60 club in Lega Pro?
"Io credo, invece, nell'unione che fa la forza, nel compattarsi per creare un'identità forte e un obiettivo comune. E non nella diminuzione continua di squadre per spartirsi le sempre minori risorse. In questo la penso come il presidente della terza serie, Gabriele Gravina, ma le società devono avere il coraggio di rinnovarsi. In tutti questi anni, è inutile girarci intorno, la Lega è stata mantenuta in piedi dall'assistenzialismo: senza i contributi della Legge Melandri e dei diritti TV tantissimi club andrebbero in crisi. Non è possibile che in questa categoria gli imprenditori debbano pensare a non perdere troppi soldi piuttosto che cercare di guadagnarli, come accade in tutte le aziende normali.
E il rinnovarsi dovrebbe essere fatto tutti insieme: una regione in Francia, la Champagne, dà il nome al celebre spumante. Al suo interno vi sono numerose cantine che lo producono, ognuno con il proprio marchio. Ma se chiedi uno champagne in giro per il mondo, tutte le enoteche e i bar sanno cosa servirti, a prescindere dai marchi. E la stessa cosa dovrebbe essere fatta dalla Lega Pro: generare elementi distintivi sia a livello nazionale che europeo. Naturalmente mantenendo all'interno le peculiarità di ogni squadra, dal Sudtirol all'Akragas, che poi sono il sale del calcio.
Tutto questo servirebbe ad attrarre le altre leghe, gli sponsor e gli imprenditori verso la Lega Pro, da vedere come un campionato nel quale investire in vista di un guadagno. Perché se l'unica risorsa restano gli spiccioli che la Serie A gira alla terza serie e chi investe in club di Lega Pro sa di farlo a fondo perduto, allora il futuro sarà sempre più nero. Non si può pensare di vivere sempre di mutualità. Questo il presidente della terza serie, Gabriele Gravina, lo sa bene e non dubito che riuscirà a cambiare questo mondo. Così come vorrebbe cambiarlo anche In The Box".
In che modo vorrebbe riuscirci?
"La nostra è una società di servizi sportivi rivolti ad atleti, società e figure sportive, dai diesse agli allenatori. Cerchiamo di dar loro servizi specifici che servono ad aumentare le proprie competenze, potenziare le proprie caratteristiche e aiutare a mantenere concentrato l'atleta o la squadra. Commettiamo spesso l'errore di pensare che il giocatore, a livello professionale, debba solamente scendere in campo ed allenarsi. Invece un'attività calcistica comporta numerosi elementi extra: l'aspetto mentale è fondamentale e per questo pensiamo che mental coach e psicologi siano figure importanti per un atleta che vuole emergere. Ma pensiamo, meno prosaicamente, anche a tutti quei servizi collegati alla professione che distraggono l'atleta, come la gestione fiscale ed economica o la ricerca di una casa, ad esempio. Noi tuteliamo l'atleta da questo punto di vista, in modo che possa rimanere concentrato sull'obiettivo calcistico. Lavoriamo già con alcuni procuratori che offrono questo servizio ai propri assistiti.
Inoltre, tra le varie innovazioni che servirebbero sia in Lega Pro che nel nostro calcio, vi sarebbe anche la gestione fisico-atletica del ragazzo. Noi pensiamo al fatto che un preparatore atletico, per forza di cose, non può preparare 25 o 26 programmi personalizzati, uno per calciatore. Un difensore centrale di 2 metri e un'ala di 1 metro e 60 hanno bisogno di allenamenti diversi a causa della loro diversa fisicità e del loro diverso ruolo in campo. Sembra fantascienza ma accade così nell'NBA, uno dei campionati più seguiti al mondo. Crediamo, quindi, che l'allenamento in gruppo dovrebbe essere più tattico e meno fisico, perché quest'ultimo elemento dovrebbe essere curato soprattutto singolarmente. Tutto sempre in accordo con le società, sono loro ad avere l'ultima parola. Questo è il futuro, il calcio e lo sport estero ce lo insegnano. Anche se la Lega Pro è restia ad abbandonare certi canoni tradizionali".
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