TuttoLegaPro.com ... in rosa: Valeria Lolli (addetta stampa Ascoli)

TuttoLegaPro.com ... in rosa: Valeria Lolli (addetta stampa Ascoli)
Valeria Lolli
© foto di Ascoli Calcio
domenica 4 maggio 2014, 08:00Interviste TC
di Redazione TLP
Da un'idea di Sebastian Donzella e Valeria Debbia

Come la fenice: rinascere dalle proprie ceneri. Si può riassumere così la storia recente dell'Ascoli. Il glorioso club bianconero, infatti, sembra esser tornato a vita nuova, paradossalmente, proprio nella stagione del fallimento. Complice la mancanza di retrocessioni e un cambio societario auspicato da tempo dalla piazza marchigiana. Non è stato un compito facile, quindi, dirigere la comunicazione del Picchio in questa tribolata annata. A farlo ci ha pensato Valeria Lolli, ex arbitro e attuale (e storica) addetta stampa dell'Ascoli. TuttoLegaPro.com l'ha intervistata in esclusiva per i suoi lettori, nel consueto appuntamento settimanale dedicato alle donne nella Lega Pro.

E' stato un anno particolare per voi...

"Molto complicato non solo per la società, ma per tutta la città. Abbiamo avuto la fortuna di incappare in un anno molto particolare per la Lega Pro, senza retrocessioni dalla 1^ Divisione: per questo e per una serie di circostanze il fallimento non è stato visto come la fine ma l'inizio di qualcosa di migliore".

Si è scritto che ci sono stati momenti in cui la società era rappresentata praticamente da lei e pochi altri dipendenti. Possiamo considerarla l'ultimo baluardo dell'Ascoli di quel periodo?

"Sono stati momenti difficili per tutti. La situazione economica era ridotta ai minimi termini, ma ora che abbiamo voltato pagina è soltanto un ricordo. In questo momento c'è un entusiasmo palpabile: non solo ad Ascoli città, ma in tutte le zone limitrofe. E il presidente Francesco Bellini è una figura molto positiva e propositiva. E' molto impegnato nel sociale, non solo lui ma anche la moglie, la signora Marisa.Sono due figure molto apprezzate da tutto il territorio marchigiano.
Hanno ricompattato la piazza: noi siamo nei bassifondi della classifica, quest'anno è stato complicatissimo e nonostante questo i tifosi fanno festa ad ogni partita. Abbiamo recentemente perso 3-0 col Benevento in casa e fuori dal piazzale dello stadio c'è stata una festa con palco e musica fino a tarda notte. C'è un entusiasmo indescrivibile che per uno che non lo vive dall'interno forse è poco comprensibile. A Gubbio ci hanno seguito più di 600 persone.
Questo perché la gente sa che davanti ci aspetta un futuro ambizioso. Il presidente ha come obiettivo di tornare in Serie B nel giro di massimo tre anni. E poi riportare la società anche in massima serie. Le ambizioni ci sono e sono palesi".

Riavvolgiamo il nastro: come è cominciata la sua esperienza all'interno dell'ufficio stampa dell'Ascoli?

"Io sono arrivata nella stagione 2005/06: allora disputavamo la Serie A e io avevo appena finito gli studi, anzi la tesi del master la discussi proprio nel gennaio 2006. Iniziai con uno stage nell'area comunicazione, che a ben vedere è l'ambito che mi ha sempre interessata. E poi piano piano ottenni il mio primo contratto: si può dire che è una vita che lavoro per l'Ascoli, visto che è stata la mia unica società. All'inizio collaboravo con l'allora addetto stampa, ruolo che dopo due anni di gavetta venne affidato a me. Successivamente infine responsabile della comunicazione, ruolo che ricopro tuttora".

Ha quindi vissuto tutte le categorie: dalla Serie A alla Lega Pro. Quali le differenze a livello lavorativo?

"Per un addetto stampa non ci sono grossissime differenze tra le varie categorie, se non per la frequenza delle interviste. Io tratto i giocatori alla stessa maniera: per me sono tutti uguali, dal primo titolare all'ultimo panchinaro. Cambia comunque l'attenzione e i riflettori che ci sono intorno alla partita e a quello che fanno i giocatori al di fuori del campo. I progetti di comunicazione si fanno sia in Serie A, sia in Serie B, sia in Lega Pro: è chiaro che la rilevanza è diversa, però in tutte le categorie abbiamo avuto le nostre soddisfazioni.
Ricordo il premio che abbiamo vinto quando militavamo in Serie B riguardante l'Up and Down band all'interno del progetto "Diversamente Ascoli": era un progetto musicale tra calciatori e ragazzi Down che costò un anno intero di prove. Insomma ci siamo tolti tante soddisfazioni extracalcistiche. Ricordo anche la rappresentazione teatrale dello scorso anno, coi giocatori nelle vesti di attori".

Ha introdotto l'argomento legato al rapporto che ha instaurato coi calciatori: da donna come lo sta vivendo? Ha trovato difficoltà nelle relazioni che sta instaurando?

"E' molto semplice: non ho mai avuto difficoltà. C'è sempre stato un rapporto professionale: io non sono il tipo che diventa amica dei giocatori. Mantengo sempre una certa distanza, anche se sono molto aperta e nel momento delle difficoltà mi faccio in quattro, così come accade nella mia vita privata. Però sempre nel limite del rapporto addetto stampa-giocatore".

Non ci sono mai stati invece episodi di discriminazione legati al suo essere donna in un mondo prettamente maschile?

"Io sinceramente non ho mai né notato né percepito diffidenza nei miei confronti. A livello di squadra e di società non mi è mai capitato. Forse hanno fatto l'abitudine alla mia presenza. Di certo non aspettatevi persone che in ritiro mi aprono la portiera dell'auto piuttosto che dirmi "Prego, passi prima lei": questo di certo non accade. Ma sono una di loro e per me è un obiettivo importante raggiunto: non c'è differenza tra l'essere uomo o l'essere donna".

Tornando al discorso riguardante le iniziative sociali bisogna sottolineare come vi siate trovati sulla stessa lunghezza d'onda della Lega Pro.

"Gaia (Simonetti, ndr) e Nadia (Giannetti, ndr) sono molto impegnate nel sociale e coinvolgono tutte le addette stampa: sono veramente in gamba e con loro mi sono trovata sin da subito molto bene, nonostante per me sia solo il primo anno di Lega Pro. Io penso che tutto ciò che riguarda il volontariato e il sociale è molto importante: io vi sono impegnata anche a livello personale, in quanto ho un fratello con la sindrome di Down e sento il problema diversità in maniera diretta. Anche io, appena ho un attimo di tempo, sono in associazione a fare volontariato".

Questa presenza massiccia di figure femminili in Lega Pro l'ha notata anche nelle sue precedenti esperienze nelle altre categorie o trova sia una peculiarità esclusiva appunto della Terza Serie?

"L'ho notata solo qui. In Serie B ci contavamo sulle dita di una mano e quando ci incontravamo sottolineavamo questo nostro essere una sparuta presenza che ci portava anche ad avere maggiore complicità. In Lega Pro invece c'è una presenza massiccia che non mi aspettavo".

Le tante donne in Lega Pro si occupano prevalentemente di mansioni legate alla comunicazione o alla segreteria. Vede in un futuro la possibilità che le donne possano ricoprire anche ruoli di tipo tecnico, come il direttore sportivo o generale?

"Ovviamente tra uomo e donna ci sono caratteristiche e modi di pensare completamente diversi. La donna è quindi più portata a rivestire ruoli di tipo comunicativo ed organizzativo proprio perché per il suo vissuto ha quel qualcosa in più: la donna è più stratega, lungimirante, ma anche sensibile a certe dinamiche. E proprio perché stratega potrebbe, secondo me, anche diventare direttore generale. Da un punto di vista tecnico, invece, credo che bisogna avere una conoscenza sul campo, un vissuto tale che spesso porta a far sì che questi ruoli siano rivestiti da ex giocatori. Anche se a questo punto mi si potrebbe controbattere che Mourinho non è stato un giocatore di calcio, ma ci sono le eccezioni e ben vengano. Se c'è qualche donna in gamba, che ne è capace, quindi, ben venga: io non ho preclusioni".

Trova che sia positiva proprio perché stiamo andando verso la percezione della donna come normale anche in un mondo così legato alle figure maschili?

"Io penso che finché si faranno questo tipo di domande, sul ruolo della donna nel mondo del calcio, pur capendo che è un mondo prettamente maschile, significa che ancora non ci siamo elevate. Quando smetteremo di porcele allora veramente ci troveremo di fronte alla normalità e il ruolo della donna sarà equiparato a quello dell'uomo a qualsiasi livello. All'Ascoli, ad esempio, tranne la già citata signora Marisa Bellini e un'impiegata in amministrazione, non vi sono donne. E' prevalentemente un ambiente maschile, ma io non ci faccio caso.
Io mi auguro, inoltre, che in futuro le ragazze che decidano di entrare in questo mondo, ma non solo, puntino sempre meno - se non addirittura per nulla - sul proprio aspetto fisico, ma sulla propria testa per raggiungere il proprio obiettivo. Puntare sull'aspetto fisico può far raggiungere l'obiettivo in maniera facile, ma preferirei che si puntasse sulla propria testa perché in questo modo forse ci sarebbero anche più donne nel mondo del calcio. In questo modo inoltre ci sentiremmo maggiormente apprezzate e infine otterremmo maggiore soddisfazione personale".

Come si riesce a conciliare la propria vita privata con quella professionale?

"Questo è complicato (ride, ndr). Anzi è molto complicato. Occupandomi di comunicazione non ho orari: il telefono suona a qualunque ora e chi ti sta a fianco dovrebbe capire che devi rispondere per forza. La vita privata è ridotta veramente al minimo".

D'altronde, quando c'è la passione si sopporta tutto...

"Diciamo che volevo entrare in questo mondo. Quando avevo 16 anni ho cominciato facendo l'arbitro di calcio. Ho continuato per circa 6 o 7 anni perché ero innamorata del calcio: ero una "malata" che stava sempre a vedere le partite, a leggere i giornali sportivi e non mi limitavo solo al calcio. Seguivo anche l'automobilismo, il tennis, qualunque sport.
Poi nel momento in cui ho iniziato a lavorare nell'Ascoli ho fatto il percorso inverso: è diminuita la passione a livello di tifo - infatti se mi chiedeste per quale squadra tifo, vi risponderei che non ho squadre e non seguo nulla al di là dell'Ascoli - ma è aumentata la professionalità e quindi ora vedo le cose in modo più freddo e distaccato. Questo comunque permette di riuscire a prendere decisioni lucide in situazioni complicate".

Ora che ci ha svelato di essere stata arbitro e le riproponiamo la domanda riguardante le discriminazioni, probabilmente ci risponderà in maniera diversa (ridiamo NdR)...

"Io ricordo che all'inizio, quando si arrivava al campo per fare il sopralluogo, sembrava che vedessero un alieno (ride, ndr). Poi nel momento in cui iniziava la partita ero l'arbitro e basta. Se dovevano dirmi una parolaccia, lo facevano in tutta tranquillità (ride nuovamente, ndr). Nessuno ha mai avuto freni".

Quindi non ha vissuto discriminazioni legate al sesso, ma legate al fatto di essere un arbitro?

"Io direi che c'era solo tanta incredulità. Ho arbitrato fino alla Seconda Categoria:  mi sono ritrovata a 18 anni a dover arbitrare uomini di 45/50 anni, che magari cercavano anche di intimorirmi (ride, ndr)".

E nessuno le ha mai detto di tornare a casa perché non era in grado di farlo?

"Ma magari mi avessero detto solo quello... (ride, ndr). Alla fine ci fai l'abitudine: all'inizio lo noti, ma poi ci fai il callo e le parolacce non le senti più. E poi a quei livelli nessuno ha niente da perdere e quindi non incuti timore semplicemente estrando un cartellino giallo piuttosto che rosso. Quando ho iniziato io eravamo molto poche. Adesso ce ne sono molte di più e probabilmente non siamo più viste come extraterrestri".

La sua famiglia come ha vissuto queste sue passioni?

"So che non sono passioni particolarmente femminili, ma mio padre è stato arbitro a sua volta (ha arbitrato fino alla Serie D) ed è stato anche presidente a Teramo, la mia città. E' stato lui a trasmettermi questa passione. Gli altri familiari non seguono il calcio, anzi lo detestano e non parliamo di questo argomento tra di noi. Non guardiamo partite insieme: è la reazione naturale al vivere troppo calcio nella quotidianità lavorativa".

Senza Picchio cosa avrebbe fatto?

"Di sicuro non avrei continuato con l'arbitraggio, ma di sicuro avrei continuato a seguire le partite di calcio. Comunque il mio pallino è sempre stata la comunicazione sportiva: mi piace fare progetti ed utilizzare la squadra per iniziative sociali o di promozione del marchio societario. Se non lo avessi fatto all'Ascoli, magari avrei potuto farlo in un'altra società o azienda".

Per la prossima stagione avete già in cantiere qualche iniziativa particolare?

"Stiamo organizzando già la prossima stagione, approfittando di questo mese libero in cui comunque la squadra continuerà ad allenarsi. Sabato abbiamo iniziato un tour della squadra, cercando di cavalcare tutto questo entusiasmo creatosi intorno al presidente Bellini. E' un progetto dal nome "Picchio in tour" in cui la squadra andrà a giocare una serie di amichevoli in tutto il territorio marchigiano e abruzzese. In ogni paese in cui andremo verrà organizzata una festa in grande stile, coinvolgendo tutta l'amministrazione comunale.
E' un progetto ad ampio raggio che si basa sul marketing territoriale ed emozionale: dovevamo infatti recuperare i tifosi oramai disaffezionati a causa delle note vicende. Ed è anche marketing sociale, visto che porteremo a far conoscere la nuova società e il nuovo spirito che ha il nostro presidente. Poi per il prossimo anno abbiamo in cantiere un progetto sociale legato al teatro: faremo una rappresentazione teatrale con tutti i calciatori dell'Ascoli, di cui non posso anticipare nulla perché sto ancora scrivendo il copione. Una volta a settimana i giocatori proveranno in una sala prove di Ascoli".

Quindi possiamo ritenerla anche scrittrice?

"No, riadatto semplicemente delle storie sulla base delle capacità dei giocatori. Quando verrà fatta la squadra e conoscerò tutti i giocatori, capirò quali saranno adatti ad un ruolo piuttosto che ad un altro. Ricordo infine che questo progetto verrà fatto insieme all'associazione persone Down.
Dall'esperienza che ho avuto negli scorsi anni posso dire che nasce una forte empatia tra i giocatori e i ragazzi disabili. Si instaura un rapporto molto forte: i ragazzi Down sono semplici e con loro ci si parla in modo molto schietto. E' facile coinvolgerli e i calciatori rapportandosi con loro tirano fuori tutta la loro semplicità: diventano un gruppo molto unito e si frequentano anche fuori dal teatro e fuori dai progetti sociali. E' un'attività che dà molte soddisfazioni e distoglie dal pensiero fisso del campo. I ragazzi Down hanno bisogno di riferimenti maschili e trovano positività in questa attività: più di quello che si potrebbe credere dal di fuori. D'altra parte il teatro è una terapia per tutti".

© foto di Ascoli Calcio
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