Da Pelè a Ronaldinho, storia di ex campioni tornati (o solo annunciati)
La notizia del ritorno in campo di Ronaldo de Assis Moreira, in arte Ronaldinho, annunciata ieri sera dal presidente del Ravenna Ignazio Cipriani, ha mandato in fibrillazione le redazioni sportive di mezzo mondo. Lanciata dalla Gazzetta dello Sport con le parole di Cipriani e dello stesso brasiliano, la news è stata ripresa dai media di mezzo mondo, da Marca e As in Spagna a O Globo in Brasile, passando per The Sun e Sky Sport Uk. La parziale smentita di Ariedo Braida ha messo in evidenza un cortocircuito nella gestione interna della comunicazione del club, ma non ha smorzato l'entusiasmo per un possibile ritorno (fosse anche per una sola partita evento) dell'ex Pallone d'oro. Ronaldinho si è ritirato ufficialmente nel 2018, ma non gioca una partita ufficiale di campionato dal 26 settembre 2015, sostituito all'intervallo in un Fluminense-Goiás 2-0 valida per il Campeonato Brasileiro Série A. In questi undici anni non si è lasciato tentare dalle suggestioni indiane o cinesi, è apparso nell'improbabile Kickboxer: Retaliation al fianco di Jean-Claude Van Damme e Mike Tyson e, in Italia, lo vediamo quotidianamente in tv in uno spot di scarpe antinfortunistiche.
Se anche la trasferta in Romagna dovesse ridursi, come pare più probabile, a una passerella promozionale, il caso Ronaldinho avrebbe comunque il merito di riportare d'attualità un tema ricorrente nella storia del calcio: quello del campione che, dopo aver chiuso (o quasi chiuso) la carriera, sente ancora il richiamo del campo.
Non sarebbe la prima volta che un Pallone d'Oro o un Campione del Mondo decide di rimettersi gli scarpini a distanza di anni. Il filone più simile a quello del Gaucho è probabilmente quello dei brasiliani: Pelè annunciò l'addio nel 1974 ma nel 1975 fu annunciato dai New York Cosmos con l'obiettivo di promuovere il nascente calcio a stelle e strisce. Discorso simile, ma in Giappone, per Zico, che nel 1989 giocò la sua ultima gara con il Flamengo e nel 1991 si trasferì al Sumitomo Metals, oggi Kashima Antlers. Più recenti i casi di Romario, stella del Brasile che trionfò ad Usa '94, dopo il ritiro definitivo del 2009 è tornato in campo nell'aprile 2024, a 58 anni, per giocare accanto al figlio Romarinho nell'América-RJ di cui è presidente. Un copione che ricalca, con quindici anni di distanza in più, quello di Rivaldo, che nel 2015 tornò al Mogi Mirim — il club di cui era presidente — per condividere il campo col figlio Rivaldinho. Compagno di nazionale di entrambi, anche Roberto Carlos nel 2015 accettò la doppia veste di allenatore-giocatore del Delhi Dynamos tre anni dopo il primo annuncio di ritiro.
Andando più indietro nel tempo, il precedente più celebre resta forse quello di Johan Cruijff: l'olandese annunciò il ritiro a soli 31 anni alla fine della stagione 1977-78, salvo tornare quasi subito in attività — prima negli Stati Uniti con i Los Angeles Aztecs, poi in Europa con Levante, Ajax e Feyenoord — spinto non dalla nostalgia ma da problemi finanziari che lo costrinsero a rimettersi in gioco fino al 1984. Diverso il caso di Roger Milla: il camerunese aveva annunciato il ritiro nel 1989 ed era andato a vivere sull'isola di Réunion per giocare con i dilettanti del JS Saint-Pierroise, prima di essere richiamato in patria dal presidente Paul Biya e tornare in nazionale nell'estate 1990, in tempo per disputare un altro paio di mondiali. Sulla falsariga dei ritorni "per affetto", più che per necessità economica, si muove anche Juan Sebastián Verón, che nel 2006 tornò in patria all'Estudiantes — la squadra in cui era cresciuto — annunciando il ritiro per ben tre volte prima di fermarsi davvero, nel 2017, a 42 anni. In Inghilterra, Paul Scholes appese gli scarpini al chiodo al termine della stagione 2010-11, salvo poi tornare a metà di quella successiva su esplicita richiesta di Alex Ferguson. Un caso limite e più recente, infine, è quello di John Arne Riise. Anche il norvegese si ritirò tre volte: nel 2016, ci ripensò pochi mesi dopo raggiungendo Marco Materazzi in India al Chennaiyin FC, salutò di nuovo e tornò ancora una volta, scendendo addirittura in quarta divisione norvegese con la maglia del Rollon. Cinque anni dopo il secondo addio, nel 2023, tornò in campo nella quinta divisione norvegese con l'Avaldsnes, mettendo a referto una rete nell'unica presenza.
Sul piano della suggestione mediatica e del "ritorno annunciato e poi sgonfiato", il parallelo più calzante in casa nostra resta però quello di Francesco Totti, che dal 2017 a oggi ha più volte lasciato intendere una possibile riapparizione in Serie A — l'ultima volta nell'autunno 2024, parlando di una "squadra interessata" mai realmente svelata — senza che nulla si sia mai concretizzato. Allargando lo sguardo oltre il calcio, il fenomeno del "ritorno dopo il ritiro" attraversa tutto lo sport mondiale, spesso con numeri ancora più clamorosi. Il caso limite resta quello di George Foreman, che si ritirò dalla boxe nel 1977 a 28 anni per fare il predicatore e tornò sul ring dieci anni dopo, nel 1987, fino a riconquistare il titolo mondiale dei massimi a 45 anni. Nel basket, il riferimento è naturalmente Michael Jordan, che dopo il secondo ritiro del gennaio 1999 tornò in campo con i Washington Wizards nel settembre 2001. Nella Formula 1, Michael Schumacher lasciò la Ferrari nel 2006 per poi rimettersi al volante con la Mercedes nel 2010, tre anni e mezzo più tardi.
Se il ritorno di Ronaldinho si concretizzerà o meno, se sarà solo per un singolo evento di marketing o per una partita di Serie C, lo scopriremo solo il prossimo 23 giugno. Fino ad allora, non ci resta che prendere una posizione, tra chi guarda con occhio estremamente critico le "operazioni nostalgia" che ben poco aggiungono ad un campionato e chi sogna di ritornare agli anni 2000 anche solo per una sera.
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