Domenico Roma rompe il silenzio su Foggia: "Il motivo più importante era stare accanto a mio papà"
Per quasi due anni non ha più parlato in pubblico. Ora Domenico Roma, direttore sportivo che ha guidato il Foggia e che nell'ultima stagione ha chiuso al quarto posto con il Cosenza, ha scelto di raccontare quello che nessuno sapeva sul suo addio ai rossoneri. Ospite di Zona Magazine, la trasmissione di Mitico Channel, il dirigente ha spiegato i motivi personali che lo hanno portato a lasciare il club, ha ripercorso le scelte tecniche della stagione e ha lanciato un messaggio a una piazza che dice di sentire ancora vicina.
Che cosa non andò a Foggia, e perché lasciò?
"Stasera faccio una grande confessione. Il problema principale di quella stagione, oltre ai risultati, è che io ero nato con Brambilla allenatore, una squadra importante per il campionato. Come sempre le cose vanno aspettate: quando non vanno benissimo devi avere il tempo di aspettare. Era una squadra che giocava bene, ma ho avuto un grossissimo problema personale. A distanza di poco da quando sono andato via da Foggia ho perso mio papà. Avevo già chiesto al presidente di poter tornare a casa, perché un mese dopo persi mio padre per un grave male e volevo stargli vicino. Per fare il mio lavoro in una piazza importante come Foggia, che merita rispetto e presenza, che merita tutto ciò che un professionista deve dare, non ero sereno. Ora, a quasi due anni di distanza, posso dirlo: è stato un periodo davvero duro. Sono andato via, se non sbaglio, il 10 novembre, e mio padre è mancato il 12 dicembre. Era una necessità che sentivo, un mio dolore che dovevo tenermi. Parlo poco: durante tutta la stagione ho parlato due volte, e da quando sono andato via questa è la prima volta che parlo in pubblico. Per questo nessuno poteva conoscere le dinamiche. Però dico una cosa: è un paradosso, ma sono tantissimo legato alla piazza di Foggia. Seguo sempre i risultati, la società e tutto quello che la circonda, perché Foggia è una piazza storica, con una tifoseria esigente. Esigente perché ha conosciuto il calcio vero, gli anni d'oro, Zeman, i fasti di un tempo, e vuole tornare a ciò che è per blasone e per storia. Forse era il caso anche di chiedere scusa, perché dopo quell'esperienza non ho mai più parlato. Oggi ho detto la pura e cruda verità: c'erano cose che non andavano, alcune scelte non erano quelle che avrei fatto io. Andato via Brambilla, il motivo più importante era stare accanto a mio papà".
Quanto fu condivisa la scelta di Capuano?
"Bisogna essere onesti: non c'è nulla da nascondere. Io arrivo a Foggia con un tipo di allenatore diverso, Brambilla, un allenatore propositivo che poi andò alla Juventus Next Gen e fece campionati importanti: era un percorso intrapreso con lui. Quando ci fu il momento di cambiare, il presidente Canonico decise di andare su Capuano, pensando che un uomo di carisma come lui potesse dare una sferzata all'ambiente. Ma questo tipo di sferzata la dai per due, tre partite, poi si torna a quello che era. La rosa era nata per un determinato modulo e per un determinato tipo di gioco, probabilmente non confacente alle necessità di un allenatore come Capuano. Bravissimo, sicuramente, ma ha bisogno di calciatori che facciano il suo modulo, il suo credo. Brambilla era un palleggiatore, uno che voleva giocare: la rosa era nata per il 4-3-3 o il 4-2-3-1, avevamo i trequartisti, gli esterni, i terzini. Capuano invece è un allenatore che gioca un altro calcio: difesa a tre, uomo su uomo, un calcio di rottura, di aggressione e riaggressione. Si passa da un calcio palleggiato a uno più aggressivo. Secondo me, in quel momento, non era quello il tipo di allenatore da prendere. Fermo restando che Brambilla non era da esonerare: andando via ha dimostrato il suo valore, sia prima sia dopo".
Quanto contano continuità e pazienza per costruire un progetto?
"Quando sento la parola progetto a volte mi viene la pelle d'oca, perché dopo due, tre, quattro partite mandano via l'allenatore, il direttore, o vogliono cambiare intere rose. La realtà è che per avere una squadra competitiva serve tempo, serve anche sbagliare e capire dove si è sbagliato per migliorare. Poi magari si scopre che c'è un deficit in una zona di campo, oppure un deficit esterno: i calciatori fanno il campo, ma ci sono dinamiche che arrivano da fuori, come la tranquillità della società o la pressione. Dare continuità a un progetto è fondamentale, ma quella tranquillità deve essere trasmessa a chi lavora, che sia l'allenatore, che siano i calciatori o il direttore. A volte serve tempo. Altre volte una scossa ha cambiato l'andamento di una stagione, ma tante scosse hanno un tempo limitato: cambi allenatore, nelle prime due o tre partite fai punti, poi si torna in difficoltà, e si cambia di nuovo, magari per riprendere il vecchio allenatore. Purtroppo il calcio è uno sport di numeri e del qui e ora: si tralascia ciò che si dice all'inizio e, quando i risultati non arrivano, si cambia. Il Catania, per esempio, nel momento difficile ha dato forza all'allenatore ed è andato avanti: ora cerca una certa stabilità. Il Foggia ha fatto quattro risultati utili consecutivi, compreso il pareggio con Luciani, un mio ex calciatore, in una situazione difficile, perché affrontava una squadra in dieci uomini, che si chiude e non è facile da battere. È stato bravo a pareggiare in extremis su un campo difficile, con una pioggia battente. Credo stia cercando la via della stabilità".
Che cosa si sente di dire a Foggia?
"Vi ringrazio per l'invito, perché mi avete dato modo di spiegare quello che la gente magari non poteva sapere. Voglio augurare al Foggia e ai tifosi il meglio. Spero che tutto vada come la gente si aspetta, perché Foggia è una città che merita, una città che vive di calcio e che soffre per il calcio".
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 7/2017 del 29/11/2017
Partita IVA 01488100510 - Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore Responsabile: Ivan Cardia
© 2026 tuttoc.com - Tutti i diritti riservati
