Basta un solo “set” a De Zerbi per sconfiggere la violenza. Format a 60 squadre? Play out rimodulati. Licenze nazionali nuovo corso. Al bando i “mezzucci”…

Basta un solo “set” a De Zerbi per sconfiggere la violenza. Format a 60 squadre? Play out rimodulati. Licenze nazionali nuovo corso. Al bando i “mezzucci”…TMW/TuttoC.com
© foto di Luigi Gasia/TuttoNocerina.com
giovedì 10 marzo 2016, 08:30Il Punto
di Vittorio Galigani

A Robertino De Zerbi ed alla sua “truppa” è bastato un solo set per sconfiggere la “violenza”. Il sei a uno rifilato al malcapitato Siena, nella semifinale di Coppa Italia, ha allontanato tutte le nubi che alcuni avevano addensato sulla panchina rossonera e sulle concrete capacità della squadra di giocare per la promozione.

I media, ad inizio settimana, hanno dato grande risalto alla contestazione con la quale, il pullman del Foggia, era stato accolto al rientro in città. Dopo la sonora sconfitta di Andria. 

Senza dubbio da condannare il gesto sconsiderato di pochi scapestrati. Non per questo, però, si deve fare di tutta l’erba un fascio. La passione messa in campo dalla tifoseria dauna e l’entusiasmo che quella sa trasmettere alla squadra, vanno ben oltre il comportamento violento di pochi scalmanati. Della manifestazione oltraggiosa di un gruppuscolo di esagitati. 

Giocare con quella maglia comporta delle responsabilità notevoli. Lo sanno i calciatori e lo sa Robertino De Zerbi (che io portai a Foggia da calciatore). Lo sanno tutti quelli che accettano la chiamata di quella piazza. Conoscono i pro, come conoscono i contro. Tutti. Sanno anche che la scarica di adrenalina che riesce a trasmettere lo Zaccheria, quando esci dal tunnel degli spogliatoi, è ineguagliabile. Sanno quanto sia determinante la carica nervosa che trasmette l’incitamento, incessante e caloroso, di quella curva.

Questo quando i risultati ti sono a favore. 

Esiste, però, anche il rovescio della medaglia. La contestazione. A Foggia aspra e rumorosa. Magari più che da altre parti. Ne so qualcosa personalmente. Lo sa anche Zeman che l’ha subita. Eppure il boemo, nella Daunia, insegnò il calcio più bello e spumeggiante che si sia mai visto da quelle parti. 

Nella realtà, esiste sempre una minoranza più esagitata. Il branco dei più scalmanati. A tutte le latitudini. Non solo a Foggia. E’ il fenomeno, sconveniente, del calcio attuale. Quella minoranza che rifiuta sempre la sconfitta. Quella che ti vomita addosso frasi offensive ed inimmaginabili. Quella esasperata che paragona la sconfitta ad un tradimento. Quella che la maglia non è mai sudata. Quella che ritiene sia giusto dare la sveglia a quel modo. Quella che, pur sapendo di sbagliare, decide di farsi giustizia sommaria. Se necessario anche alzando le mai. 

Un fenomeno del calcio moderno, appunto. Che va debellato. Affrontato e risolto con decisione. Esplicito, al proposito, il segnale inviato dai vertici della Lega Pro. La decisione di Gravina, di ritardare l’inizio delle gare, non deve essere minimizzata. Dover ricorrere all’applicazione di provvedimenti più drastici, sarebbe come dare uno schiaffo al sistema.

I play out. I ricorsi al Tar. Le speranze di salvezza. La tutela degli interessi di tutti. Le norme, in proposito, sono chiare. Con l’organico a 54 squadre, una retrocessione diretta per ogni girone. Altre sei, complessivamente, stabilite dall’esito degli spareggi. Non così sperano le Società che hanno presentato ricorso al Tar del Lazio.

Pro Piacenza e altri puntano tutto sul provvedimento di ripristino del format a 60 squadre e conseguente blocco della disputa dei play out. Sarebbe, questa, una decisione quantomeno estemporanea. Anche perché assunta a campionato in corso. 

Castigando soltanto le ultime in classifica non ci sarebbe equità nell’applicazione delle regole. 

Più facile, a quel punto, rideterminare la formula nel suo complesso. Ottima la decisione per le 60 squadre. Nessuna retrocessione dovrà essere però diretta. Sarà più corretto e ragionevole concedere alle ultime cinque di ogni girone la possibilità di giocarsi la salvezza ai play out. Due per la permanenza. Tre per la serie D.

Con buona pace di tutti.

Indipendentemente dal format il sistema pretende, per l’immediato futuro, una Lega Pro finanziariamente solida ed autonoma. Determinanti, per il rilascio delle licenze nazionali, alcune innovazioni. Riguardano il rispetto del rapporto PA ed il pagamento delle retribuzioni e dei relativi oneri. Maggio entro la data di iscrizione al campionato, uniformandosi alla serie B, soltanto giugno al 16 di settembre successivo.

Un programma, già distribuito per lo studio alle Società, prevede l’applicazione di nuove regole create su scaglioni dei costi del lavoro. Per un budget di un milione è previsto il deposito una fidejussione bancaria pari al 200 mila euro.  Così a scalare, in avanti, ogni 500mila euro. Gradualmente. Chi dovesse superare i 3 milioni di budget sarà chiamato a garantirne totalmente l’eccedenza. Diversamente non saranno ratificati i contratti. Un sistema che servirà, necessariamente, da calmiere. 

I presidenti sono al lavoro. Coinvolti nelle attività programmatiche. Come desiderava Gabriele Gravina. Dovranno esprimere pareri e fornire consigli. Il tutto per giungere alla stesura di progetto finale. Quello che il presidente di Lega Pro dovrà poi sottoporre al Consiglio Federale, per l’approvazione definitiva.

Ratificato il quale, il futuro della categoria sarà totalmente nelle mani e nelle azioni dei presidenti, dei calciatori e dei loro agenti. Adottare i soliti “mezzucci”, per eludere le regole, nuocerà soltanto al sistema. Renderà vano qualsiasi tentativo di ristrutturazione. E’ certamente auspicabile che eventuali contratti pluriennali, indicanti nel primo anno il minimo federale ed in quelli successivi cifre a 5 zeri,  vengano finalmente rigettati. Tutti.

Parlare di ripescaggi è ancora prematuro. Ove fosse necessario ricorrerci, gli attuali aliti di corridoio, escluderebbero la richiesta del tanto vituperato fondo perduto. Si parla, in sua sostituzione, del deposito di una ulteriore fidejussione bancaria. Tempo al tempo.