CALCIO A PORTE CHIUSE. PRO E CONTRO DI UNA SCELTA CHE INTACCHERÀ INEVITABILMENTE LA STABILITÀ ECONOMICA DELLA SERIE C. CASO PIANESE: QUANDO LA CACCIA ALLA NOTIZIA TRAVALICA I LIMITI

06.03.2020 00:00 di Luca Bargellini Twitter:    Vedi letture
CALCIO A PORTE CHIUSE. PRO E CONTRO DI UNA SCELTA CHE INTACCHERÀ INEVITABILMENTE LA STABILITÀ ECONOMICA DELLA SERIE C. CASO PIANESE: QUANDO LA CACCIA ALLA NOTIZIA TRAVALICA I LIMITI

Pillola rossa o pillola blu? A due giorni dalla decisione del Governo di concedere la prosecuzione dei campionati professionistici seppur a porte chiuse ci si interroga: è stata la scelta giusta? O sarebbe stato meglio per tutti fermarsi sulla falsariga di quanto accaduto in Nazioni come la Svizzera dove hanno optato per lo stop ai campionati per le prossime settimane?

Come spesso accade ognuna delle due strade ha i suoi pro e i suoi contro. Con le porte chiuse si permette la continuità ai campionati professionistici e conseguentemente anche all’industria che ruota attorno ad essi, dando un segnale di “normalità” ad un paese che in queste settimane sta vivendo uno dei periodi più complessi della sua storia recente. Al tempo stesso, però, con questa soluzione ognuno dei club, si trova costretto ad andare avanti senza poter mettere a bilancio la voce “botteghino”. Per le società di Serie A si potrà anche trattare di un dettaglio, ma per le realtà di Serie C incide in maniera determinante. Tanto che adesso le richieste di defiscalizzazione che la Lega Pro ha presentato mesi or sono al Governo sono tornate prepotentemente al centro della questione perché garantirebbero una boccata d’ossigeno alle casse di tali società sportive.

Il rovescio della medaglia, quella del blocco ai campionati, avrebbe, invece, reso più certa la salvaguardia della salute di tutti, inserendo in questo gruppo anche calciatori, dirigenti, addetti al campo e arbitri, che con il prosieguo della stagione saranno in qualche modo comune esposti ad una percentuale di rischio. Le direttive arrivate da Roma circa i controlli sanitari a carico dei club danno, infatti, poche certezze e troppo spazio alle interpretazioni. Fra le controindicazioni di tale scelta c’è invece il forte rischio di non finire la stagione o comunque renderla ancor più irregolare di quanto già sia.
Tirando le somme: non c’è un ricetta magica per affrontare questo momento, ma solo la voglia di cercare di superarlo.

In quest’ottica, però, lascia enormi dubbi il fatto che, ancora una volta, le tre leghe abbiano agito a comportamenti stagni, prendendo tre vie autonome che ad un osservatore esterno hanno dato la palese percezione di una frattura fra le parti. Una spaccatura, nei tempi, nei modi e nelle idee che ha creato solo confusione che alla fine ha inciso in maniera decisa sull’utente finale. Il tifoso.

La speranza è che questi 30 giorni di “gestione straordinaria” diano modo a tutti di trovare una linea comune che valga come traccia da seguire per il futuro. Sia dentro che fuori dal campo.

PS: Permettetemi una divagazione sul modo del giornalismo affrontando il tema della Pianese. La notizia della prima società professionistica colpita direttamente dal Coronavirus è stata di quelle ghiotte da "lavorare" per chi fa il mestiere di chi vi scrive. Nella gestione di questa situazione però, in alcuni casi, ci si è lasciati andare, a mio avviso, ad una eccessiva leggerezza del divulgare nomi e dati dei tesserati del club toscano, con l'intento di essere i primi a portare a compimento la caccia al "primo calciatore positivo". Un approccio alla professione del giornalista che, specie in un mondo patinato come quello del calcio, spesso paga, anche se a spese di qualcuno. Non è questo il luogo giusto per fare lezioni, paternali o-altro, ma è altrettanto vero che dobbiamo sempre ricordarci che ci sono persone in carne ed ossa dentro quelle maglia con nomi e numeri e che la loro vita privata va davanti a tutto. Nessuno creda che il diritto ad informare sia primario, sempre e comunque. In cima a questo particolare podio c'è solo una cosa: il rispetto.