Cesare Di Cintio: Clientelismo calcistico e sponsorizzazioni. Attenzione!
Prima di tutto debbo ringraziare per le numerose mail giunte a seguito del mio primo editoriale su TuttoLegaPro.com dove molti hanno condiviso i miei pensieri sul calcio attuale e sulle nuove strategie da intraprendere per tentare di poter uscire dalla crisi nera in cui versa tutto l’ambiente.
Tra le numerose situazioni segnalatemi vi sono quelle di alcuni allenatori e dirigenti che hanno portato alla mia attenzione il fenomeno del “clientelismo calcistico".
Pur vivendo il mondo del calcio da oltre 20 anni, nonostante i miei 37, prima come arbitro sino alla ex serie C (con diverse presenze in B come IV ufficiale di gara) e poi come dirigente, non mi sarei mai aspettato di assistere a determinate situazioni, ma sopratutto di leggere determinate mail di denuncia.
Chi mi ha scritto si è lamentato del fatto che, a suo parere, oggi per entrare in modo attivo nel mondo che tutti amiamo, sia necessario esser supportati da almeno uno sponsor che possa “favorire” l’accesso alla “giostra” del calcio professionistico.
Chiaro che questa situazione sia sotto gli occhi di tutti ed è altrettanto chiaro come debba essere analizzata criticamente.
Ovviamente il “clientelismo calcistico” è favorito dalla grave crisi economica in cui versano le società professionistiche che, per reagire al disagio attuale, cercano di curare la “malattia” con l’automedicazione della sponsorizzazione presentata da un soggetto, cui intento primario in realtà è solo quello di entrare nella società. Palese che chi ne beneficia sia solo chi porta lo sponsor e non certamente la società o lo sponsor stesso.
Non dimentichiamo, infatti, che la finalità del contratto di sponsorizzazione è quello di promuovere un marchio in un determinato territorio e, nello specifico, nella città che la squadra rappresenta.
Tale modus operandi potrebbe aver come conseguenza che la sponsorizzazione rischierebbe di rimanere fine a se stessa, poiché chi investe denaro non avrebbe il risultato sperato ovvero quello di promuovere il proprio business.
Solo apparenti invece sarebbero i benefici della società calcistica che, con l’emissione della fattura, avrebbe un sollievo economico solo nell’immediato posticipando il problema della sofferenza bancaria in un tempo, per altro, immediatamente successivo.
Inoltre, sempre la nostra ipotetica società calcistica, rischierebbe di annoverare tra tecnici o dirigenti soggetti non qualificati o non professionalmente competenti, con l’ulteriore danno economico di dover corrispondere uno stipendio non adeguato alle capacità del soggetto tesserato.
È evidente che per curare una “malattia” sia necessario, nei casi gravi, rivolgersi ad un medico competente, poiché l’“automedicazione”, come l’ho definita, può alleviare un dolore e non certo curare un grave malanno.
Il problema, invece, dovrebbe esser risolto alla fonte, poiché il male proviene dalla società e la cura o strategia da adottare deve esser intrapresa per una guarigione completa del malato che possa consentire sicura sopravvivenza.
Ed allora risulta evidente che il fenomeno del “clientelismo” sia un autogol per la società di calcio.
A parere di chi scrive, invece, sarebbe molto più efficace valorizzare i concetti di professionalità e di sponsorizzazione in relazione al loro significato originario.
Quanto alle sponsorizzazioni (concetto diverso ovviamente da quello di pubblicità, anche fiscalmente), debbo dire con rammarico e moderato stupore di aver letto di Presidenti che si lamentavano del progressivo allontanamento dei soggetti commerciali e delle istituzioni dalle società calcistiche quasi come fosse un obbligo, per comune e sponsor, supportare economicamente la compagine rappresentativa del territorio.
A questo punto la domanda mi nasceva spontanea: ma cosa fanno oggi le società di calcio per gli sponsor e per il comune?
Non bisogna dimenticare che per attirare gli investitori bisogna offrire business e chi elargisce una sponsorizzazione vorrebbe un ritorno di immagine per incrementare la presenza del proprio marchio del territorio.
È ovvio che se l’unico vantaggio che si offre è quello fiscale (oggi ulteriormente limitato dalla nuova finanziaria che ha introdotto regole più stringenti per i prelievi in denaro contante, quindi ATTENZIONE!), sempre maggiori aziende si allontaneranno dal calcio.
Allora bisogna cambiare strategia ovvero mutare il piano di marketing.
Fino a ieri l’ufficio marketing della società promuoveva il marchio della compagine stessa, da oggi dovrà promuovere sul territorio il marchio del soggetto che sponsorizza la squadra, poiché soltanto un incremento delle vendite dello sponsor porterà lo sponsor stesso a rinnovare il contratto sottoscritto ed altri a proporsi.
Solo la prospettiva di incrementare fatturati può avvicinare nuovi soggetti al calcio allo stato attuale, ma è necessario per fare questo avere figure professionali in seno alla società in grado di farlo.
Quanto al comune è chiaro che anche le istituzioni debbono aver un tornaconto dall’avvicinamento alla compagine cittadina, ed ecco che allora la società calcistica dovrà porsi nell’ottica di fare qualcosa di effettivo per il comune ed, in tal senso, l’impegno sociale potrebbe esser una soluzione.
Conseguentemente chi opera in società, essendo svincolato da bisogni impellenti di ordine economico, non dovrà più cedere alle lusinghe di chi “porta soldi” di sponsorizzazioni e sarà libero di scegliere i professionisti solo per l’effettiva preparazione tecnica e non in base ad altri principi.
È chiaro che il percorso di crescita e il cambiamento strutturale del calcio sarà lento, ma è altrettanto chiaro che l’attuale strategia impiegata ha prodotto solo sofferenza economica e risultati fallimentari (salvo qualche isola felice) che sono sotto gli occhi di tutti.
È vero che sbagliare è umano ma perseverare è diabolico. Si impone pertanto un netto cambio di strategia aziendale.
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 7/2017 del 29/11/2017
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