Dalla Turchia all'Italia passando per la Grecia, la violenza fa nuovamente capolino. Non chiamatela eccezione, è endemica - a ogni livello - in questo sport

Dalla Turchia all'Italia passando per la Grecia, la violenza fa nuovamente capolino. Non chiamatela eccezione, è endemica - a ogni livello - in questo sportTMW/TuttoC.com
mercoledì 13 dicembre 2023, 00:00Il Punto
di Tommaso Maschio

Turchia, Grecia, Italia. Nell’ultimo fine settimana la violenza dentro e fuori il terreno di gioco ha fatto capolino in maniera fragorosa con le prime due nazioni che hanno deciso di prendere provvedimento molto duri per arginare il fenomeno. La Federcalcio Turca infatti ha annunciato la sospensione del campionato a tempo indeterminato dopo che il presidente dell’Anlaragucu Faruk Koca ha aggredito l’arbitro colpendolo con un pugno per poi essere preso a calcio da altri due uomini. Il governo greco invece ha deciso che fino al 12 febbraio tutte le gare di campionato si giocheranno a porte chiuse a seguito del ferimento di un poliziotto nel corso di una gara di pallavolo per gli scontri generati da alcuni ultras legati alle squadre di calcio ateniesi.

Provvedimenti duri che però non trovano riscontro in Italia nonostante nell’ultimo turno, in Serie C, sia andata in scena una situazione simile a quanto accaduto in Turchia: il dirigente del Crotone Raffaele Vrenna, come si può leggere nel comunicato del Giudice sportivo, nel finale del primo tempo della sfida contro la Juve Stabia ha infatti aggredito il preparatore dei portieri avversari, Amedeo Petrazzuolo, colpendolo con un pugno al volto. Una situazione che ha rischiato di degenera al rientro negli spogliatoi con il tecnico calabrese Lamberto Zauli che spingeva lo stesso Petrazzuolo e quest’ultimo che colpiva un tesserato avversario, Antonio Zizzo, prima dell’intervento di steward e agenti della Digos. Un episodio che ha portato a inibizioni e squalifiche dei diretti interessati, ma che non ha suscitato nessuna reazione forte da parte né della Lega Pro né della Federcalcio -come è normale che sia - a differenza di quanto accaduto nei paesi sopraccitati.

Una violenza che spesso viene etichettata con una frase fatta, e vuota, come “questo non è calcio” quando invece è pienamente calcio. Perché la violenza nei campi di calcio (e più in generale nella vita), dai vertici fino alla base, esiste e può essere considerata endemica, declassarla a eccezione non fa bene al movimento calcistico e forse produce più danni di quelli che si possa pensare. Una violenza normalizzata che né il pugno duro né le decisioni di un Giudice Sportivo possono arginare o frenare visto che è ormai talmente radicata che solo una rivoluzione culturale – che nessuno vuole veramente – potrebbe sradicare con tempi certamente non brevi, anzi piuttosto lunghi. Nel frattempo si potrà decidere di fare come in Turchia o Grecia, l’esatto opposto o una via di mezzo, ma senza andare a colpire il problema alla radice - o almeno provarci - ogni soluzione lascia il tempo che trova.