Il dato è tratto - Vietato andare in trasferta, giocare in casa invece non è obbligatorio
C'è un modo molto semplice per misurare quanto un calcio sia davvero vicino alla propria gente: contare quanti tifosi possono raggiungere lo stadio della loro squadra del cuore senza doversi sobbarcare un viaggio della speranza. Sembra una provocazione, ma non lo è. Perché dopo aver parlato di trasferte vietate, di settori ospiti chiusi e di un calcio nel quale andare a vedere la propria squadra fuori casa sta diventando un esercizio sempre più complicato, c'è un altro problema che riguarda direttamente anche le partite casalinghe: quante squadre possono davvero giocare in casa propria? La risposta, guardando alla Serie C 2026/27, è meno scontata di quanto dovrebbe essere.
Su 60 squadre al via, sono almeno nove quelle costrette a disputare le proprie partite lontano dalla città di appartenenza: l'Alcione Milano a Seregno, il Desenzano a Ospitaletto, la Folgore Caratese a Zanica, il Renate a Meda, il Vado a Sestri Levante, il Cosenza a Crotone, il Savoia a Giugliano, la Scafatese ad Agropoli e il Sorrento a Picerno. Il dato percentuale è già significativo: il 15% delle squadre di Serie C non gioca nella propria città. E diventerebbe ancora più alto, arrivando al 20%, se si considerassero anche le tre seconde squadre: Inter U23 a Sesto San Giovanni, Juventus Next Gen ad Alessandria e Atalanta U23 a Caravaggio.
Ma è soprattutto la distanza a fare impressione. Perché non stiamo parlando sempre di comuni confinanti o di un impianto distante pochi minuti d'auto. i tifosi dell'Alcione devono viaggiare per 25 chilometri, quelli del Renate per 18. Ma poi arrivano i 43 chilometri del Desenzano, i 57 della Folgore Caratese, gli 86 della Scafatese, i 100 del Vado, i 110 del Cosenza e, soprattutto, i 145 chilometri che separano Sorrento da Picerno, sempre avanzando l'ipotesi facilmente smentibile che nessuno seguirebbe le seconde squadre, anche se queste giocassero a Torino, Milano e Bergamo. Non è soltanto un problema italiano, ma da noi pesa di più
Per capire quanto sia normale o anomalo il fenomeno, abbiamo provato a fare lo stesso conto nei principali campionati europei di terza serie. In Germania la 3. Liga conta 20 squadre. Il TSV Havelse gioca ad Hannover, a circa 11 chilometri, mentre lo Stoccarda II è ad Aspach, a circa 42 chilometri. Fortuna Colonia e Viktoria Colonia, invece, hanno due stadi differenti ma entrambi nella stessa città dove, peraltro, gioca anche l'FC Colonia, in Bundesliga, nel principale impianto cittadino.
In Spagna, la Primera Federación conta 40 squadre. Anche qui esistono casi di squadre che giocano fuori dalla propria città: l'Atlético Madrileño ad Alcalá de Henares, a circa 31 chilometri da Madrid, e il Bilbao Athletic a Lezama, 15 chilometri da Bilbao. Ma c'è un particolare non secondario: si tratta di seconde squadre che giocano in strutture di proprietà del rispettivo club. A Barcellona, poi, Club Esportiu Europa e Sant Andreu hanno due stadi diversi ma giocano entrambe nel capoluogo della Catalogna, dove gioca anche il Barcellona Atlètic (la seconda squadra dei blaugrana), in un piccolo gioiellino da 6.000 posti classificato Uefa 3 .
In Francia, la Ligue 3 presenta tre casi: Rouen a Le Petit-Quevilly, appena 5 chilometri; Fleury 91 a Bondoufle, altri 5 chilometri; FC Versailles a Saint-Germain-en-Laye, circa 16. E poi c'è l'Inghilterra. Nella League One, 24 squadre e, nei dati presi in esame, zero costrette a emigrare in un'altra città. Anche le tre formazioni londinesi giocano nella propria area di riferimento, ciascuna nel proprio impianto, in una città che ospita altre dieci squadre nelle due serie superiori, ciascuna con il suo stadio di proprietà.
La fotografia, dunque, è abbastanza chiara. Non è che negli altri Paesi gli stadi siano sempre perfetti, né che non esistano società costrette a utilizzare impianti alternativi. Il punto è un altro: la distanza fra la squadra e la sua città, in Italia, tende ad essere molto più grande e soprattutto molto più strutturale. Se, infatti, per alcune società la problematica dovrebbe (ma il condizionale è assolutamente d'obbligo) essere solo temporanea, per altre la situazione si è talmente incancrenita da non lasciar filtrare spiragli positivi. È il caso del Sorrento, che dopo l'esilio a Potenza, quest'anno si è spostato di qualche chilometro per trovare casa a Picerno e resta in attesa di ritrovare lo stadio Italia, i cui lavori hanno subito rallentamenti colossali all'indomani del commissariamento dell'amministrazione comunale.
Il problema strutturale resta sempre lo stesso: finché lo stadio resterà di proprietà del Comune, le società si ritroveranno a dover rincorrere le stringenti regole sulle infrastrutture imposte dalla Lega con il passo pachidermico della burocrazia. Il risultato è che il tifoso che vuole seguire la propria squadra si deve barcamenare tra trasferte vietate e viaggi fuori provincia anche quando, teoricamente, dovrebbe giocare in casa. Lo stadio, da asset economicamente centrale e fulcro fondante per la costruzione dell'identità, diventa solo ed esclusivamente un problema da risolvere.
L'editoriale del direttore di ieri ricordava come, a campionati appena iniziati, siano già state oltre 40 le partite delle leghe professionistiche senza tifosi ospiti. Un numero definito giustamente agghiacciante e che fotografa un calcio nel quale la soluzione più semplice sembra essere sempre quella di impedire a qualcuno di andare allo stadio. Ma se mettiamo insieme i due fenomeni, il quadro diventa ancora più paradossale. Da una parte diciamo al tifoso: non puoi andare in trasferta. Dall'altra, a una parte dei club diciamo: non puoi giocare nella tua città. E alla fine il risultato è sempre lo stesso: allontanare il pubblico dalla partita.
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 7/2017 del 29/11/2017
Partita IVA 01488100510 - Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore Responsabile: Ivan Cardia
© 2026 tuttoc.com - Tutti i diritti riservati
