Ha ragione Mourinho, anche se non lo sa: Serie A e C due sport diversi, con le stesse regole
È stata la settimana in cui José Mourinho e la Serie C sono diventati argomento da prima pagina insieme. Chi se lo aspettava. Tutto merito dello Special One, un po’ meno speciale alla Roma, che per motivare i suoi ragazzi si è reso protagonista di uno sfogo privato inevitabilmente divenuto di dominio pubblico. Chi non ha le palle deve andare a giocare in Serie C. Ecco, Mou ha ragione. E per motivi molto più complessi della frase che ha detto.
Partiamo dalle reazioni: chi si è scandalizzato, chi ha fatto notare che non voleva offendere nessuno, chi si è sentito offeso. Non entriamo nel merito, certo la caduta di stile c’è stata ma a livello comunicativo il calcio italiano non ha ritrovato il formidabile comunicatore di un decennio fa. Gli anni passano per tutti. Ha ragione Mourinho, anzitutto, perché a chi non ha le palle converrebbe farsi un bel salto in Serie C: non perché non servano, ma perché è con ottime probabilità il campionato più formativo dell’intero panorama calcistico italiano.
Il che solleva un primo ordine di argomentazioni. La nostra Serie A è piena di giocatori di valore normalissimo che non hanno fatto neanche un abbozzo di gavetta. Per esempio, molti stranieri arrivati qui perché più conveniente. E intendiamoci: qui nessuno ha nulla contro gli stranieri, anzi più ce ne sono meglio è. Se però sono di livello inferiore a colleghi che giocano categorie inferiori, allora abbiamo un problema. O ancora, ragazzi venuti su dai settori giovanili dei club e buttati nel mischione senza essere pronti per starci, perché oggi come oggi il campionato Primavera non è quello che dovrebbe essere e non forma a sufficienza. Dato che in C, come ci ha probabilmente ricordato il buon Mou, ci si fanno le palle, la problematica potrebbe essere risolta pescando con attenzione in basso, cosa che non sempre accade. Stesso discorso, per la cronaca, vale per gli allenatori.
L’altra questione, più seria e quindi anche più noiosa, è che involontariamente Mourinho ci ha ricordato una cosa fondamentale. La A e la C si vedono e si vivono come se fossero due universi distinti e soprattutto distanti. Il che è normale, nella vita e nelle carriere ci sono dei livelli come disse qualcun altro. Il punto è che però, a oggi, hanno in buona sostanza le stesse regole. Se non l’avete capito, torniamo a parlare della benedetta riforma che non si vede nemmeno all'orizzonte e che i battibecchi di via Rossellini non aiutano certo a far arrivare. In questo momento - lo si è visto anche con la pandemia, con i suoi protocolli e soprattutto con i suoi costi - non ha più senso che formalmente non vi sia molta differenza tra un club, un giocatore, un allenatore, di A o di C. Se le regole sono le stesse, i contratti sono gli stessi, gli oneri sono gli stessi (a grosse linee, è ovvio che delle differenze vi sono), ma una ha una dimensione economica tale da rendersi un altro sport rispetto all’altra, c’è qualcosa che non va. Mourinho non lo sa, ma dato che siamo fermi a un mondo che non c’è più a livello di sistema, forse dovrebbe saperlo chi deve prendere delle scelte per guidarci nel futuro.
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