IL CALCIO CHIUDE FINO AD APRILE, FORSE. E LA COLPA È DI TUTTI PER AVER SOTTOVALUTATO IL CORONAVIRUS. ORA HA DA PASSÀ 'A NUTTATA. SPERANDO NON SIA TROPPO LUNGA E NERA

11.03.2020 00:00 di Tommaso Maschio   Vedi letture
IL CALCIO CHIUDE FINO AD APRILE, FORSE. E LA COLPA È DI TUTTI PER AVER SOTTOVALUTATO IL CORONAVIRUS. ORA HA DA PASSÀ 'A NUTTATA. SPERANDO NON SIA TROPPO LUNGA E NERA

Il calcio chiude, tranne quello europeo al momento, fino al primo weekend di Aprile. Una scelta inevitabile dopo le decisioni prese lunedì dal CONI prima e dal Governo poi a cui la FIGC non ha potuto far altro che adeguarsi a causa dell'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Coronavirus nel nostro Paese. Un problema a lungo sottovalutato, a volte anche deriso per non dire peggio, che non è stato adeguatamente arginato sia per una linea non proprio decisa da parte delle istituzioni (che hanno litigato a lungo scaricandosi addosso le responsabilità), sia per l'atteggiamento di molti nostri connazionali – fra cui mi metto anche io avendo sottovalutato la portata di questo virus - che prima non hanno rispettato le indicazioni per contenere il contagio fuggendo dalle cosiddette zone rosse verso le seconde case o le località di villeggiatura, o continuando ad affollare locali in nome di una movida che sembra irrinunciabile e che ha portato il Governo a norme sempre più stringenti: prima solo in alcune zone del Paese – la Lombardia e 14 province del nord Italia – con la conseguente fuga nottetempo di quanti al nord lavorano, ma hanno radici altrove, e in un momento di follia collettiva hanno deciso di tornare a casa senza pensare di poter essere veicolo del contagio. Una fuga dettata dalla paura, dalla mancanza di lucidità, da un individualismo sfrenato e dalla totale mancanza di senso di comunità.
 

Un caos che ha costretto il Governo a decidere per il pugno duro: l'allargamento della zona rossa a tutta l'Italia e  norme severissime per costringerci a restare a casa il più a lungo possibile. Norme che qualcuno ha già provato ad aggirare per l'incapacità di pensare al bene comune e metterlo davanti al proprio tornaconto personale (e sorvolo su chi ha provato ad arricchirsi vendendo sotto banco mascherine e disinfettanti, o su chi ha preso d'assalto i supermercati come neanche ai tempi della guerra). Una situazione che non abbiamo mai vissuto e probabilmente non avremmo mai immaginato di vivere.

Parlare di calcio in questo momento, senza neanche sapere se fra tre settimane la situazione sarà rientrata nella normalità come tutti speriamo o andrà prolungato il periodo emergenziale, mi sembra superfluo. Così come ragionare su quello che potrà essere coi campionati che rischiano di interrompersi anticipatamente senza poter dare verdetti o dandoli solo parzialmente rischiando di scontentare tutti e provocare un caos tale che le scorse estati, compresa quella che portò la Serie B a 24 squadre (anno 2003-04), ci sembreranno pacifiche e tranquille. Ci sarà tempo per discuterne, ma ora non è il momento. Bisogna farsi forza, resistere e aspettare che passi confidando nei medici e negli scienziati che lavorano senza sosta per trovare un vaccino a quella che non è “poco più di una semplice influenza” e che sta mettendo in grave difficoltà un sistema sanitario come il nostro a cui negli ultimi decenni sono stati sottratti troppi fondi (spesso al grido di “privato è meglio”) e che ora – assieme ad altri settori fondamentali per uno Stato degno di questo nome – dovrebbe essere rimesso al centro delle politiche economiche. Intanto come recitava Eduardo De Filippo in Napoli Millionaria "ha da passà 'a nuttata". Sperando che non sia troppo nera e troppo lunga.