Le società di Serie A non hanno abbastanza giocatori italiani. È il de profundis delle seconde squadre. Chissà se la riforma (ma quale?) cambierà le carte in tavola

17.06.2022 00:00 di Tommaso Maschio   vedi letture
Le società di Serie A non hanno abbastanza giocatori italiani. È il de profundis delle seconde squadre. Chissà se la riforma (ma quale?) cambierà le carte in tavola
TMW/TuttoC.com

“Per fare le seconde squadre servono calciatori italiani e le società di Serie A hanno l’80% di calciatori stranieri nelle loro rose”. Con queste parole il presidente della Lega Pro Francesco Ghirelli ha spiegato come mai non ci siano altri club, oltre la Juventus, che al momento hanno approfittato della possibilità di creare una seconda squadra in cui far crescere i propri giovani in un campionato competitivo e performante come la Serie C. Diverse società nell’ultimo periodo ci hanno davvero pensato, ma di fronte ai regolamenti si sono arrese. Troppi stranieri nelle loro rose, comprese quelle della Primavera, per potersi iscrivere in Serie C senza dover ricorrere al mercato per costruire una base di italiani.

Non mancanza di volontà dunque, o meglio non solo quella, ma soprattutto mancanza di materia prima. E questo è un problema che nell’ultimo periodo è stato reso più evidente dal momento negativo dell’Italia, seppur campione d’Europa meno di un anno fa, che si trova da un lato aggrappata a giocatori sempre più in là con gli anni e dall’altra fatica a trovare ricambi all’altezza che giochino ad alti livelli finendo così per schierare da titolari nelle ultime uscite calciatori che la Serie A non l’hanno ancora vista o l’hanno appena accarezzata. Si parla spesso di mancanza di coraggio nel puntare sui giovani di talento, come invece accade all’estero, della necessità di puntare sulle seconde squadre per rendere meno arduo il salto nelle prime, ma qui siamo di fronte alla mancanza di giocatori italiani Under 23 nelle rose delle società di Serie A. Una mancanza tale da impedire anche a chi volesse seguire l’esempio della Juve di costruire una squadra per la Serie C con una base autoctona importante.

Una crisi non solo di talento, ma anche di numeri dunque su cui la Federcalcio dovrebbe riflettere in maniera approfondita per trovare una soluzione adeguata. Parole che suonano come una pietra tombale su un progetto che fin da subito non ha convinto, per le modalità in cui è stato istituito, che si scontro con le peculiarità italiane e il campionato dei cento/mille campanili e fin da subito ha trovato forte resistenza non solo fra i tifosi, ma anche fra gli addetti ai lavori. E ora chissà se nel progetto di riforma - ma quale? Visto che se ne parla ormai da un paio d'anni senza che si conoscano i dettagli - e rinnovamento della formula del campionato (con i playoff che restano il punto di forza) non sia previsto anche un ripensamento su questo punto visto che la realtà mette spalle al muro anche i più entusiastici sostenitori delle seconde squadre.