Un benvenuto che fa male al cuore: nella retrocessione del Bari c’è tutto il male del calcio italiano

Un benvenuto che fa male al cuore: nella retrocessione del Bari c’è tutto il male del calcio italianoTMW/TuttoC.com
Oggi alle 00:00Il Punto
di Ivan Cardia

A livello editoriale, chi dirige la principale testata giornalistica sulla Serie C dovrebbe essere contento di avere il Bari in categoria. Una delle più grandi città italiane, con un popolo ancora innamorato della sua squadra nonostante tutto: sai quanti lettori in più. E invece, al di là del dolore di vedere retrocedere la squadra della propria città, a chi scrive dare il benvenuto ai Galletti fa male al cuore, per ragioni che vanno ben oltre.

Nella retrocessione del Bari c’è tutto quello che non funziona nel calcio italiano. Tanto per cominciare, e per chiudere subito il capitolo di ciò che non riguarda i biancorossi, ci sono stati dei playout e dei playoff giocati fino quasi all’ultimo con un’enorme incognita - la Juve Stabia -, poi risolta (?) per fortuna del popolo stabiese, ma che certifica un dato: alla faccia dei problemi che ci sono in Serie C. E poi c’è, dall’inizio alla fine, una storia di incredibile pressappochismo.

Quello di chi, per esempio, ha avallato la cessione del Bari alla famiglia De Laurentiis: tra i tanti dossier sul tavolo del sindaco Decaro, all’epoca, c’era quello di Djarum. Cioè Hartono. Cioè quella che è oggi, a Como e non a Bari, la proprietà più ricca del calcio italiano. E più ricca nel senso che da sola vale più di mezza Serie A. Ora, il tifoso all’epoca poteva anche ignorare chi fossero questi soggetti: si veniva da alcune esperienze straniere non esaltanti, De Laurentiis (o Lotito, l’unico altro preso semiseriamente in considerazione dall’amministrazione comunale) sembrava un nome più solido. Chi invece è stato investito della responsabilità di guidare e rappresentare la città, di cui nell’era contemporanea la squadra di calcio è uno dei principali simboli, non può permettersi il lusso di uno sguardo superficiale, di non studiare ogni possibilità. È una colpa gravissima, il peccato originale.

Poi c’è la questione delle multiproprietà. A Lotito - che non è certo amico da queste parti - è stata imposta forzosamente e in quattro e quattr’otto la cessione della Salernitana, con tutto quello che ne è derivato in termini di svalutazione del club. Si era detto: basta multiproprietà. Poi è arrivata la proroga, la solita deroga all’italiana, l’ennesima. E allora bisogna intendersi: o sono vietate o sono permesse. Questo limbo in cui uno può sì controllare due club, persino di due grandi città, ma uno dei due deve essere per regolamento costretto alla mediocrità, fa male a tutti.

Infine, ci sono i De Laurentiis. Tanto bravi a Napoli, tanto pessimi a Bari. Una gestione scellerata da qualsiasi punto di vista, dalle scelte sportive a quelle di immagine, fino alla questione infrastrutturale. Un presidente che è tale solo perché figlio, dirigenti e allenatori mangiati come se nulla fosse, in qualche caso persino esplicitamente subalterni alla casa madre (il Napoli). E poi quelle dichiarazioni che non possono essere dimenticate, che hanno ferito una città inizialmente convinta di poter esser grande nel calcio - questa, sì, è una colpa di Bari e di tante altre grandi piazze, un’ingiustificata hybris - solo perché lo è nella realtà. Ecco, questo mix di superficialità, sciatteria, disinteresse, superbia, deroghe regolamentari: è stato questo a condannare il Bari, non due partite giocate in maniera indecente. Se vogliamo sistemare il calcio italiano iniziamo a mettere a posto tutto questo, ed è difficile perché si sta parlando di una battaglia culturale - quindi la sfida massima o aria fritta, a seconda di come la si affronta -, e poi parliamo di tutto il resto.