Intervista TC

Hellemons: "Alla Pro Vercelli serve un’unica visione, dai piccoli alla prima squadra"

Hellemons: "Alla Pro Vercelli serve un’unica visione, dai piccoli alla prima squadra"
Oggi alle 19:20Primo piano
di Laerte Salvini

Un club che non assomiglia a nessun altro in Italia, e un progetto che vuole mettere tutti sulla stessa linea. A raccontarlo è Eric Hellemons, dirigente sportivo e allenatore olandese classe 1971, oggi Technic Manager & Head of methodology della F.C. Pro Vercelli 1892. Arrivato nel 2026 per fare da raccordo tra settore giovanile e prima squadra, cura metodologia e crescita dei giovani talenti. Prima di approdare in Italia è stato responsabile del vivaio del Willem II e vice-allenatore del Beveren. Ai microfoni di TuttoC.com un occasione per poter parlare di metodo, recruitment, dati e della sfida più grande che attende il club.

Direttore, partiamo dal progetto. Come intende svilupparlo, in un club che non è come gli altri in Italia?

"Io sono una persona normale e umile, e voglio lavorare duro. Il primo obiettivo è far dialogare tutti, perché ognuno nel club deve sapere cosa fa. Io sono responsabile dell’area calcio, dai più piccoli fino alla prima squadra. Il calcio è difficile e va detto con chiarezza ai ragazzi e ai giocatori, in modo didattico e pedagogico. I tecnici devono ricordare che davanti a loro c’è prima una persona e poi un giocatore che sogna di diventare professionista. Poi c’è l’identità di gioco, unita all’intensità degli allenamenti, già cresciuta nel settore giovanile. Il calcio è avere palla, non averla e riprenderla: servono condizione fisica e buon posizionamento. Bisogna sapere dove sono gli spazi, dove sono le minacce e dove nascono le occasioni. Se nel primo anno, soprattutto con l’Academy, riusciremo a portare tutti sulla stessa lunghezza d’onda, avremo già fatto un grande passo".

Chi decide sul mercato e sul reclutamento?

"Non credo nell’uomo solo al comando. Ogni giorno sono in contatto con i nostri giocatori e con Daniele Bonera, perché sono sempre allo stadio, tra sessioni di allenamento e partite. Ogni settimana mi confronto con i miei colleghi in Olanda per dare loro un feedback. Ogni mese abbiamo una riunione con il gruppo BFG: ne discutiamo con tutti e saranno loro a decidere il passo successivo. È così che si costruisce una struttura solida. A volte le cose vanno veloci, altre meno, e va accettato: serve tempo per fare le cose giuste al momento giusto. Il secondo passo è pensare meglio al recruitment, e non solo per la prima squadra. In campo devono andare i migliori e, tra questi, per primi i ragazzi del nostro vivaio, perché questa è l’idea della Pro Vercelli. Per me non esistono Pro Vercelli, BFG e area tecnica: siamo una cosa sola".

Quanto conta un allenatore della prima squadra come Bonera nel creare un legame con Under 17 e Primavera?

"È una figura fondamentale. La settimana scorsa siamo andati insieme a vedere la Primavera: c’erano Bonera, gli altri allenatori, gli scout e il responsabile dell’Academy. Quel collegamento esiste già. Bonera è sempre disponibile a dare una risposta su calcio e cultura sportiva. Ha un profilo basso, non si atteggia a grande capo: lo si può avvicinare e parlarci di tutto. Essendo l’allenatore della prima squadra, manda un segnale a tutto l’ambiente. Lavoriamo anche perché, quando emerge un giovane di talento, lo conoscano tutti: se è un Under 16, lo sanno i tecnici di Under 15, Under 17, Under 18 e Primavera, oltre a Bonera. Per me è normale che sia così".

Oggi si parla molto di dati. Cosa possono portare alla Pro Vercelli, sia nel lavoro quotidiano sia nello scouting?

"I dati contano molto più di quando giocavo io, soprattutto per scouting e recruitment. Esistono tante piattaforme, come Sci Sports, Wyscout, Impect e GamePlan, e i nostri scout lavorano già con questi strumenti. Speriamo di avere nel giro di un paio di settimane un programma condiviso, per scambiarci informazioni. Come in ogni azienda, il punto è la comunicazione: se condividi video, dati, prestazioni e statistiche delle partite, tutto diventa più semplice. Da lì si prepara la partita successiva, o la prossima seduta, e si fanno le valutazioni".

Il campionato non è semplice, e retrocedere significherebbe perdere molto. Quanto pesa il risultato immediato per costruire un progetto di lungo periodo?

"È la cosa più difficile del calcio, quando parli di prima squadra: contano lo sviluppo dei giocatori, le vittorie e le sconfitte, il recruitment, è un pacchetto completo. Tutto parte dal confronto costante su come si gioca e come ci si allena, e non solo tra me e l’allenatore ma con tutto lo staff, perché insieme si sa più che da soli. Serve un’idea chiara e condivisa, per poi prendere decisioni. Il passo successivo può arrivare dopo sei o sette mesi, a fine stagione o già al primo mercato. Il settore giovanile si lega al territorio: bisogna creare rapporti con i club dilettantistici nel raggio di 30-35 chilometri da Vercelli. Bisogna andare da loro, offrire un caffè e spiegare la nostra idea di calcio e cosa possiamo fare per loro. Non è un percorso che porta subito un giocatore in prima squadra, è un investimento di lungo periodo. Però è anche una scorciatoia, perché la gente vuole sentirsi parte della Pro Vercelli. Ma non verranno da soli, siamo noi a doverli invitare. Nelle prossime settimane ci muoveremo con cinque o sei società della zona: il mio collega dell’Academy le ha già informate e incontrate".

Con quali risorse?

"Tutti vorrebbero tutto e subito. Se hai molti soldi compri molti giocatori, ma il budget va usato con intelligenza per prendere buoni giocatori. Va anche tenuta da parte una quota per il settore giovanile o per uno specialista da aggiungere allo staff. Non è una scelta mia, è una filosofia e una visione condivise da tutta la Pro Vercelli, da sinistra a destra e dall’alto al basso, insieme al gruppo BFG. Siamo un unico club. Non lavoro per me stesso, ma per i ragazzi, per gli allenatori e per BFG: il mio compito è rendere tutto un po’ più strutturato e un po’ migliore".

Qual è la sfida più grande del progetto? Se può sognare...

"Penso alla sistemazione dell’Academy, un dossier importante e non semplice. Ma la cosa più chiara che possiamo fare è portare tutti dentro la stessa visione e la stessa filosofia. Sono sicuro al 100% che tutti abbiano le giuste intenzioni per costruire un buon club e una buona squadra, non solo la prima ma il gruppo nel suo insieme. Servono comunicazione e riunioni, parlare di cultura, guardare partite e allenamenti, essere aperti, corretti e positivi. A volte bisogna restare sulla propria strada, senza farsi trascinare a destra e a sinistra. Credo che le brave persone portino qualità dentro e fuori dal campo, perché sono le persone a fare la differenza. Puoi costruire la casa più bella, ma se dentro non ci sono le persone giuste non funziona. Ogni giorno è un’occasione per far crescere i giocatori, nel rispetto totale di tutti, dagli allenamenti al recruitment, dalla preparazione fisica agli sponsor e ai tifosi".

Come si costruisce un gruppo, nella pratica?

"Lavorare con le persone è sempre complicato, perché nessuno è uguale all’altro: bisogna dedicare tempo ai colleghi, parlarci, conoscerli. Vado dai tecnici del settore giovanile tre o quattro volte a settimana, nonostante gli impegni con la prima squadra. Li guardo allenare, li saluto, chiedo come stanno: voglio conoscere la persona dietro l’allenatore, come quella dietro il giocatore. Se qualcuno bussa alla porta del mio ufficio e mi chiede se ho tempo, non importa chi sia: metto giù telefono e computer e mi siedo a parlare. È l’unico modo per risolvere i problemi e formare un bel gruppo. Così ho lavorato nei miei club precedenti. Sono una persona educata, umile e normale, ma quando serve so anche essere deciso: in riunione, se una cosa non va, lo dico. Con staff e prima squadra la comunicazione sta andando bene: serve tempo per conoscersi, ma da qualche mese il rapporto sta crescendo e sono molto soddisfatto".