Lambrughi: "Pergo, ho trovato la forza di superare le difficoltà. La C di oggi è più spensierata"
C'è chi a 39 anni appende gli scarpini al chiodo e chi, invece, sceglie di rimettersi in gioco oltre confine. Alessandro Lambrughi non ha mai smesso di divertirsi, anche dopo vent'anni di professionismo. Il suo è un viaggio lungo e vario: la Serie A conquistata con il Livorno, la fascia da capitano a Trieste, cinque stagioni intense alla Pergolettese tra salvezze sofferte e rimonte insperate. Dopo un'estate da svincolato, il difensore classe 1987 è ripartito dalla Svizzera, dal Bellinzona, in Promotion League. Ai microfoni di TuttoC.com racconta il nuovo inizio, il legame con le piazze che lo hanno accolto e il calcio che è cambiato sotto i suoi occhi.
Alessandro, come ti stai trovando in questa nuova esperienza in Svizzera, arrivata a stagione in corso?
"Dal punto di vista ambientale mi sta andando molto bene, sia a livello calcistico sia a livello umano. Ho trovato un ambiente familiare e mi trovo davvero bene. Ho avuto la sfortuna di lussarmi la spalla dopo una settimana, ma adesso la stiamo recuperando".
Vieni da cinque anni alla Pergolettese, con salvezze a volte insperate. Cosa ti ha lasciato quella maglia?
"Sono stati cinque anni densi, con stagioni più o meno difficili. Quello che mi resta sono soprattutto i rapporti che ho creato: anche lì ho trovato un grande ambiente familiare, persone che porterò con me per tutta la vita. Dal punto di vista calcistico, con i miei compagni ho trovato la forza di superare le difficoltà: anche nelle annate in cui tutto sembrava buio, siamo sempre riusciti a raggiungere l'obiettivo".
Nella tua carriera colpisce la continuità. A cosa la attribuisci? Ha inciso vivere le ultime stagioni in un ambiente più tranquillo?
"Sinceramente non saprei spiegarlo. Devo ritenermi fortunato, perché ho cambiato poche piazze e sono rimasto tanti anni nelle stesse città e nelle stesse squadre: oggi è una fortuna. Non so dare una spiegazione tecnica, posso solo ringraziare le persone che mi hanno dato l'opportunità di restare a lungo nelle stesse società. Non so dire se Crema fosse un ambiente più tranquillo rispetto alle altre piazze in cui ho giocato, ma è un posto dove c'è tutto per lavorare bene e fare calcio. Anche i tifosi sono sempre stati positivi: è una piazza dove si può fare bene e dove si sta bene".
Negli ultimi anni la Serie C ha vissuto situazioni poco felici: penso alla Triestina, che hai conosciuto da vicino. Quanto pesa questa incertezza su un calciatore, soprattutto sui più giovani?
"Fortunatamente negli ultimi anni non ho più vissuto situazioni del genere, ma mi ci sono trovato dentro anch'io da giovane. Finché non lo provi, da fuori non ti rendi davvero conto di quello che succede. Ti destabilizza durante la stagione, perché non pensi solo al campo: c'è il continuo disturbo di società, pagamenti, tifosi. Capisco chi ci si trova dentro. Credo però che la direzione sia quella giusta: si sta lavorando per ridurre al minimo questi fallimenti e queste annate, tra virgolette, altalenanti dal punto di vista societario, anche se negli ultimi anni ne sono ancora successi".
Si parla anche di un livello che si sarebbe abbassato, complici le regole sul minutaggio degli under. Che differenze hai notato rispetto a quando ti affacciavi al professionismo?
"Di differenze ce ne sono. I miei primi tre anni dopo la Primavera li ho fatti in C1 alla Pro Sesto, e rispetto agli ultimi alla Pergolettese l'età media è cambiata completamente: quando ho iniziato io eravamo tre, quattro, cinque giovani in una rosa di 25-26 giocatori, adesso è il contrario. Merito anche delle regole che incentivano, giustamente, a far giocare i giovani in una Serie C che è il serbatoio del calcio italiano. Sul livello rispetto a vent'anni fa non so dare un giudizio. Di sicuro oggi il calcio è più giovane, più istintivo, si gioca con più spensieratezza. Prima secondo me era più duro, soprattutto dal punto di vista caratteriale, perché giocare in mezzo agli adulti è più difficile. Poi, se uno merita, l'età non conta: puoi avere 16 anni come 35".
Non è la tua prima esperienza all'estero: nel 2017 sei stato a Miami. La rifaresti? E come ti spieghi di essere uno dei pochi, sotto la Serie A e la Serie B, ad aver scelto una strada diversa?
"Sicuramente la rifarei. Sono stati sei mesi che mi sono serviti sia come esperienza di vita sia come esperienza di calcio. Mi sono trovato benissimo e non sono rimasto a Miami solo per alcune dinamiche e alcuni cambiamenti. Anche adesso, forse è una casualità, sono pochi gli italiani che giocano all'estero nelle serie minori, ma non saprei darti una spiegazione. Mi ritengo solamente fortunato: sia a Miami sia ora ho la fortuna di fare esperienze del genere".
Un'ultima domanda sul passato: Livorno, forse l'apice della tua carriera. Oggi la piazza è tornata a sorridere, seppur in Serie C, con i fratelli Lucarelli. Cosa serve per riaccenderla come nel 2013?
"Livorno è la squadra in cui ho giocato più a lungo, quindi è stata una pagina, se non la pagina più importante della mia carriera. Spero che continui a migliorare come sta facendo negli ultimi anni. A Livorno basta poco per riaccendersi: una società seria che lavori in un certo modo e che si affidi a persone in cui la gente si identifica, come i fratelli Lucarelli o come prima Igor Protti. Per i livornesi basta davvero poco, e poi è una piazza che, come si sa, è di un'altra categoria".
Hai detto di voler giocare ancora un anno. La domanda è classica: dopo, in che ruolo ti rivedremo?
"Adesso voglio giocare. Poi non lo so: sicuramente mi piacerebbe provare ad allenare, ma oggi sono concentrato sul giocare ancora, se ce la faccio. Al resto ci penseremo".
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