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Londrosi (UNILASP): "Lavoratori sportivi precari per eccellenza, serve riforma culturale"

Londrosi (UNILASP): "Lavoratori sportivi precari per eccellenza, serve riforma culturale"TMW/TuttoC.com
© foto di Paolo Baratto/Grigionline.com
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di Valeria Debbia

Massimo Londrosi, direttore del neonato sindacato UNILASP, il primo a tutelare i diritti di tutti i professionisti dello sport, è stato ospite di 'A Tutta C', trasmissione in onda su TMW Radio e iL61.

Da un po’ di tempo è nato questo nuovo sindacato per tutelare più in generale il mondo dello sport. È il primo sindacato di tutti i lavoratori sportivi, nato con l’entrata in vigore della riforma del lavoro sportivo e con l’esigenza di regolamentare anche profili non ancora contestualizzati nel decreto legislativo 36/2021. Nel 2026, a che punto è il lavoro del vostro sindacato?

"È un lavoro in fase di progresso. Ci stiamo organizzando per affrontare le tantissime problematiche di un mondo – quello sportivo in generale – che ha a disposizione strumenti che però fino a oggi non sono stati utilizzati. Per essere chiari: i lavoratori sportivi sono i precari per eccellenza. Non esiste un lavoratore sportivo che possa vantare tranquillità nel rapporto di lavoro, né per durata né per condizioni. Chi ha un contratto da dipendente ce l’ha a tempo determinato. Molti hanno contratti di collaborazione coordinata e continuativa che di “coordinata” hanno ben poco: in realtà pretendono un impegno da lavoratore dipendente senza però riconoscerne le tutele. Noi ci stiamo organizzando e studiando come intervenire a tutela di tutti i lavoratori sportivi, di tutti gli sport, per fornire strumenti che riconoscano la dignità del lavoro che svolgono, le giuste retribuzioni e le tutele che devono avere come tutti i lavoratori in altri settori. Ci sono molte differenze e discriminazioni che colpiscono i lavoratori sportivi: vogliamo superare queste differenze e equipararli ai lavoratori del cosiddetto “mondo normale”, non sportivo".

Tante criticità emergono anche nel mondo della Serie C, e probabilmente man mano che si scende di categoria diventano più accentuate. La Serie C del calcio spesso ha i contorni di un girone infernale: essere pagati puntualmente e godere dei diritti è un’utopia.

"La Serie C è problematica per affidabilità e continuità dei pagamenti. Ci sono proprietà che improvvisano: non hanno la capacità di reggere una gestione molto onerosa. Negli anni abbiamo sentito e letto di tutto, proposte anche un po’ fantasiose. Il problema non è tanto il numero di società professionistiche in Italia, quanto la qualità delle proprietà. Possiamo anche averne meno, ma se continuano a girare soggetti – mi rifiuto di chiamarli imprenditori – senza la forza economica per reggere, non risolviamo nulla. Bisogna ostacolare l’ingresso di chi non ha i mezzi per gestire una società, evitando che si accollino impegni che poi non onorano, lasciando debiti, buchi, lavoratori non pagati e situazioni drammatiche, come è capitato di recente in diverse piazze".

È l’aspetto più difficile da fronteggiare. Servirebbe una riforma anche a livello federale?

"Sì, ci vuole una riforma culturale. La soluzione migliore sarebbe che, alle prime avvisaglie di difficoltà, i lavoratori si fermino e denuncino immediatamente la situazione di insolvenza. Bisogna smettere di lavorare per chi non può pagare. Se nessuno ci va, queste società si trovano con il vuoto assoluto e sono costrette ad andarsene. Solo rifiutando il compromesso con queste situazioni – che spesso rasentano il fraudolento – si riuscirà a ottenere che nessuno senza le capacità reali si sogni di gestire una società di calcio".