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Petrone: "Brescia non pensi che il Girone A è più facile. In Italia manca progettualità"

Petrone: "Brescia non pensi che il Girone A è più facile. In Italia manca progettualità"TMW/TuttoC.com
Mario Petrone
Oggi alle 11:00Altre news
di Valeria Debbia

Ospite di 'A Tutta C', sulle frequenze di TMW Radio e iL61, il tecnico Mario Petrone è tornato sulla recente finale playoff tra Ascoli e Union Brescia, evidenziando la meritata promozione dei bianconeri. Petrone ha discusso delle dinamiche delle due squadre, sottolineando l'importanza della preparazione fisica e della strategia di gioco. Ha anche affrontato le sfide del prossimo campionato di Serie C, analizzando le retrocessioni e le squadre in competizione, e ha offerto una riflessione sul mercato estivo.

Ci eravamo sentiti prima della finale playoff tra Ascoli e Union Brescia. Lei aveva indicato l’Ascoli come favorita, e alla fine ci ha visto giusto. Che doppio confronto è stato?
"Sono state due partite giocate bene da entrambe le squadre. Va riconosciuto il lavoro dell’Ascoli, che ha offerto due ottime prestazioni sia all’andata sia al ritorno. Parliamo di una squadra in salute, con idee chiare e codificate, e con il vantaggio di giocare la gara decisiva in casa davanti a 14-15 mila tifosi. Pareggiare fuori e poi giocare il ritorno al Del Duca è un vantaggio enorme. Detto questo, il Brescia ha tutto per riprovarci: lo vedo un po’ come il Vicenza degli ultimi anni, una squadra che lavora per due o tre stagioni per poi tentare il salto".

Il Brescia riparte dal riscatto di Crespi, che è stato determinante. Quanto pesa questo?

"Tantissimo. Avere Crespi dall’inizio è un vantaggio enorme: ha trascinato la squadra fino alla finale, segnando gol pesanti e anche molto belli - penso alla rovesciata all’Arechi contro la Salernitana".

E la composizione del girone? Sulla carta il Girone A sembra più abbordabile.

"Io spero che il Brescia non guardi a questo. È un errore pensare che un girone sia più semplice: contro una squadra come il Brescia tutti vogliono fare bella figura. Devono prepararsi a 38 battaglie. E poi nel girone A ci sono realtà solide come il Cittadella: società seria, allenatore competente. Non è mai facile vincere, lo abbiamo visto anche quest’anno con squadre come Salernitana, Brescia, Cosenza, Crotone, tutte con un passato recente in Serie B".

L’Ascoli è salito meritatamente. Con Tomei in panchina, quanto va rinforzata la rosa per essere competitiva in B?

"Io toccherei pochissimo. Forse un difensore o un centrocampista per aggiungere un po’ di fisicità, perché la B è un campionato molto fisico. Ma l’Ascoli ha geometrie, identità, e davanti ha sei-sette giocatori - anche otto, considerando Galluppini e Corazza - che sono stati determinanti nei playoff. Qualche innesto ci sta, ma non rivoluzionerei nulla".

Gli altri due gironi, B e C, sembrano molto più duri.

"Sì, ma secondo me una tra Spezia e Reggiana finirà nel Girone A. In passato hanno anche fatto gironi longitudinali, come quando il Trapani giocò a San Marino. Il punto è che la Serie C avrà squadre troppo blasonate: Pescara, Perugia, Spezia, Catania, Bari… È un peccato vederle in C, ma il campo ha deciso così. Sarà una C bellissima e difficilissima".

Dalla B retrocedono in quattro, ma poi ne risale solo una direttamente. Tornare su è complicatissimo.

"È vero. E dipende anche da quanto una retrocessa riesce a mantenere l’organico della B. Tra le retrocesse, forse lo Spezia è quella con più possibilità di risalire subito. Ma la C non è la B: contributi minimi, stipendi diversi, e molte squadre devono rivoluzionare tutto perché certi giocatori non restano. Il rischio è rimanere impantanati in C per anni".

Che mercato dobbiamo aspettarci in C?

"In C bisogna aspettare. Tutto dipende da ciò che succede in A e in B: esuberi, prestiti, giovani che le squadre di A mandano in ritiro e poi smistano. Il Mondiale incide poco, perché l’Italia non partecipa. Io però cambierei qualcosa nei regolamenti: in B giocano troppi stranieri e questo limita il futuro del nostro calcio. I talenti italiani ci sono - le giovanili vincono sempre - ma manca lo step successivo: farli giocare".

È un problema culturale?

"Sì. In Italia manca progettualità. Le società non costruiscono percorsi tecnici veri. Io ho sempre cercato di valorizzare i giovani - Orsolini ad Ascoli, altri a Rimini - ma se un allenatore è sulla graticola dopo cinque partite, è normale che punti sugli esperti. Se invece parti con un progetto chiaro, età media 24-25 anni, e dai fiducia allo staff, puoi superare i momenti difficili. In Germania l’età media è 25 anni. Da noi no. E poi ci stupiamo se non andiamo ai Mondiali".