LA CREMONESE E UN SOGNO CHIAMATO BRAIDA. W CASSANO E VACCA: QUANDO LE INTERVISTE NON SONO BANALI. QUEL DIRETTORE CHE LAVORA PER DUE CLUB...
Clima pesante in casa Cremonese dove non si riscontra armonia nello spogliatoio. La panchina di mister Mario Montorfano è decisamente traballante: l'eliminazione in settimana in Coppa Italia Lega Pro, per mano del Renate, rappresenta la classica goccia che fa traboccare il vaso. Domani la sfida contro l'Unione Venezia allo Zini ha le sembianze di un'ultima spiaggia per la truppa grigiorossa. Sinora il presidente Gigi Simoni ha, costantemente, difeso il proprio tecnico, nonostante la sfiducia palesata da alcuni elementi di spicco della rosa nei confronti del tecnico. D'altronde l'ex trainer di Inter e Napoli ha scelto personalmente Montorfano, reduce da risultati tutt'altro che trascendentali nel settore giovanile lombardo. Un azzardo che non ha pagato e rischia di costare caro. La Cremo è in zona Playout, sta vivendo un'annata deludente e al di sotto delle aspettative. L'ultimo biennio targato Zocchi (risultato massimo ottenuto una semifinale Playoff ndr) in confronto è stato trionfale, il che è tutto dire. La pazienza del Cavalier Arvedi vacilla e le persone vicine all'imprenditore rivelano come non siano esclusi ribaltoni all'orizzonte. Per la panchine le due idee principali rispondono al nome di Alberto Bollini e Ninni Corda. Favorito l'ex vice di Edy Reja alla Lazio. Un nome caldeggiato anche da Claudio Lotito, che vanta buoni rapporti con il diesse Giammarioli. Già in estate c'erano stati dei contatti, ma all'epoca Bollini preferì declinare la proposta grigiorossa. Il sogno di Arvedi per ristrutturare il club a livello dirigenziale si chiama Ariedo Braida. Lo storico diesse del Milan era ripartito in estate dalla Sampdoria prima dell'avvento dello tsunami Ferrero. Convivenza impossibile fra i due e addio ai blucerchiati materializzatosi nello spazio di qualche settimane. Il mancato deposito del contratto con i liguri permette a Braida di firmare per un club professionistico anche in questa stagione. L'ad del Sassuolo, Giovanni Carnevali, aveva pensato a lui per permettere agli emiliani di compiere il definitivo salto di qualità, tuttavia l'apparato dirigenziale neroverde appare decisamente affollato in virtù delle presenze di Giovanni Rossi e Nereo Bonato. Per questo, quella che a oggi è una semplice idea, potrebbe piano piano prendere forma e vigore. Braida pietra angolare tramite la quale edificare una nuova Cremonese: nelle prossime settimane potrebbero esserci sviluppi. Vale la pena tenere d'occhio lo scopritore di un certo Marco Van Basten...
Mi è capitato di conoscere entrambi, sia in campo che fuori dal rettangolo verde. In comune hanno la classe cristallina e un carattere non semplice da domare, oltre allo stesso nome all'anagrafe. Antonio (Cassano) e Antonio (Vacca): quando le interviste non sono banali e lontane dalle amenità che spesso, in maniera ridondante, vengono ripetute dinanzi a taccuini e microfoni. Due fantasisti in campo e nella vita, capaci di stregare gli spettatori con le loro giocate e di regalare ai cronisti titoli da prima pagina tramite le loro dichiarazioni. Il primo ancora decisivo in Serie A, il secondo leader della mediana catanzarese, tutti e due in cima alle classifiche di rendimento della rispettiva categoria. Un paio d'anni fa Cassano ad Appiano Gentile, durante la presentazione da nuovo attaccante dell'Inter, attaccò due "mostri sacri" come Galliani e Allegri: "Al Milan non ho sbagliato io, non hanno sbagliato i giocatori e nemmeno l'allenatore, ma qualcuno più in alto di lui. Qualcuno che faceva il furbo, che prometteva e non manteneva, qualcuno che faceva tanto fumo e poco arrosto. Galliani? Mi ha preso in giro. Allegri? Per lui contavo come il due di coppe con briscola a bastoni. Per lui ero la quinta, sesta, settima punta, non so nemmeno io. Mi diceva che non poteva assicurarmi niente, e allora io me ne vado". Apriti cielo e polemiche a dismisura. Il tutto perchè siamo oramai contaminati da frasi scontate e da persone pavide, che hanno paura di prendere liberamente posizione. Più facile asserire di essere contenti della prestazione e che tutto vada bene, piuttosto che esplicitare quello che realmente si pensa. Banalità come "si gioca in undici e sono a dispozione del mister" rimangono imperanti in ogni post-partita di qualunque categoria. "Che barba e che noia", viene da esclamare davanti a tali vacuità. Viva chi dice quello che pensa. Anche a costo di essere rude e controcorrente. Celebri i copyright cassaniani su Antonio Conte "Quaquaraquà" o sugli avversari scarsi ai quali rifilare tunnel perchè avevano "le gambe aperte più delle loro madri", piuttosto che sulle notti roventi a Trigoria in compagnia di due donne procaci prima di un Roma-Juventus, finito 4-0 per i giallorossi con doppietta di FantAntonio. Settimana scorsa è stato il turno, nuovamente, di Antonio Vacca finire alla gogna dei falsi moralisti. L'accusa? Aver criticato la propria squadra e gli avversari. Il regista del Catanzaro in conferenza stampa aveva accusato la propria squadra di avere pochi attributi e di essere riuscita a perdere contro una formazione di morti. Linguaggio forte, senza peli sulla lingua. Sul campo, per la cronaca, i "morti" della Vigor Lamezia hanno dimostrato di essere più che vivi, vincendo 2-1. Fatti ineludibili che valgono più di qualunque dichiarazione. Parole spesso strumentalizzate per nascondere i reali problemi, nella fattispecie a Catanzaro le contestazioni del pubblico nei confronti, in primis, di mister Moriero e poi del direttore sportivo Ortoli. In un mare di frasi e affermazioni pre-confezionate, da baci perugina, era inevitabile gridare allo scandalo. Se le società decidono di far parlare liberamente calciatori che scelgono di raccontarsi senza filtri, non devono poi meravigliarsi del clamore e dell'eco derivanti delle loro esternazioni. Viceversa far "rettificare" i propri tesserati senza il loro pieno consenso, inoltrando dichiarazioni, in realtà, più spia dei sentimenti societari che incarnanti il pensiero del calciatore, appare ancor più triste. Significa sdoganare ipocrisia e finzione. Ben vengano i Cassano e i Vacca, elementi decisivi in campo e mai scontati fuori dal rettangolo verde. Per interviste e conferenze stampa meno banali bisogna far nostro il motto di un celebre film di Totò: Vota Antonio...
Come tutte le favole che si rispettino non possiamo esimerci dall'iniziare con il più classico dei c'era una volta. C'era una volta appunto un direttore che lavorava contemporaneamente per due squadre. Arrivato da qualche anno nel mondo del calcio dall'isola che non c'è, si era prima fatto conoscere al Nord Italia per poi allargare i propri orizzonti. Il fallimento del club in cui lavorava l'aveva condotto in riva al mare, dove in due anni era riuscito prima a brillare e poi a steccare. Fallimenti sul campo e dietro la scrivania. Il nostro direttore era, però, dotato - come ogni eroe che si rispetti - di superpoteri. Il suo era un quaderno magico, grazie al quale poteva trovare calciatori gratis. La maggioranza dei quali addirittura disposti a pagare di tasca loro, pur di essere tesserati nelle sue squadre. Incredibile ma vero. Forte di queste doti ammaliatrici il superdirector tornava nei mesi scorsi al Nord della penisola, dove iniziava a lavorare per uno dei club più gloriosi della categoria. Le formazioni del Settore Giovanile venivano così riempite di ragazzini muniti di valigetta. Per la gioia dei loro munifici papà. In Prima Squadra grandi colpi e contratti da mille e una notte. Biennali e triennali a tutto spiano. Tutti i principali talenti sul mercato facevano così a gara per essere ingaggiati, questa volta senza pagare. E i "poveri" talenti segnati sulla sua agendina? Un peccato dilapidare il patrimonio di costoro e la loro "voglia" di giocare. Così il dirigente decide di mettere gli occhi su un club della stessa zona, che vive un momento societario non facile. Il presidente l'ha messo in vendita e non appare intenzionato ad effettuare grossi investimenti. Gli acquirenti non affondano il colpo e la fidejussione arriva last-minute. Così il nostro eroe offre le proprie consulenze e capacità e da vero pater familias porta amici, parenti, alcuni suoi ex allievi ed esuberi del nuovo team per completare l'organico di tale compagine, rimpinguandone al contempo anche le casse. Col trascorrere delle settimane qualcosa, però, dev'essere andato storto al protagonista del nostro racconto. Da uomo-copertina lodato per la bontà degli acquisti effettuati, tanto da vantarsene, tronfio, nelle riunioni con gli altri colleghi e in alcune occasioni pubbliche, si ritrovava nell'occhio del ciclone. La cassa vuota e i calciatori non pagati sul piede di guerra. Mi chiamo Wolf e risolvo problemi deve aver pensato, sotto gli effetti di qualche pellicola di Quentin Tarantino, il protagonista della nostra storia virtuale. Dichiarazioni livorose e farneticanti per negare l'evidenza e minacce nei confronti di coloro che smascheravano, umilmente, le problematiche e le incongruenze del caso. Metodi da far-west che mal si conciliano con la laboriosità del suo popolo. Qualcosa dev'essere andato storto nel nuovo progetto del nostro eroe, che ora procaccia - come un leone nella savana - possibili "vittime" per aggiustare i propri forzieri rimasti - ahilui - senza cimeli all'interno. Non tutte le favole hanno un lieto fine e per l'ennesima volta l'epilogo a giugno potrebbe essere doloroso per i club in cui sta operando. A meno che dall'agendina magica non spunti qualche nuovo benefattore-filantropo che pur di veder scendere in campo il proprio pargolo stacchi assegni a più zeri. In modo da garantire la semi-sopravvivenza della squadra. Altrimenti c'è sempre la possibilità, sguazzando in più situazioni, di vestire i panni divinatori del veggente, indovinando in anticipo i risultati di qualche partita. Si sa, i prestigiatori guadagnano bene. Mago Merlino docet. Chissà se la realtà possa superare davvero la nostra fantasia...
* ogni riferimento a nomi, persone o cose realmente accadute è puramente casuale. Se qualcuno dovesse riconoscersi in questo racconto, dovrebbe domandarsi il perchè
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