La farsa dei responsabili area tecnica. In barba a tutti i regolamenti. Stabilità, sostenibilità economica, laboratorio giovani: la mission del prossimo quadriennio
La cultura, il progetto, la sostenibilità economica, il laboratorio del calcio giovanile, il rispetto dei ruoli e delle categorie professionali. La sostenibilità. Queste le componenti di una mission improrogabile. Sono trascorsi otto mesi dall’elezione di Gabriele Gravina ai vertici della Lega Pro. Molti temi sono già stati affrontati e parzialmente risolti, altri fanno parte di una programmazione relativa al prossimo quadriennio. Il confronto a sistema e la comunione di intenti, tra tutte le componenti, contribuiranno alla crescita ed a migliorare l’immagine e le economie della categoria. Nel contesto non sfugge una componente indispensabile. Per raggiungere quegli obbiettivi occorrono la volontà e la collaborazione, concrete e risolutive, di tutti i presidenti. Determinanti al proposito, come mai prima. I mordi e fuggi, quelli prestati al calcio, vanno isolati, portano allo sbando tutta la categoria. Ne esportano un prodotto svilito. Allontanano i partner commerciali. Nel mondo del pallone, dove non si sa quello che non si fa, si avvertono già i primi affanni. Gli esempi, soltanto i primi di una lunga serie, li avremo già a metà mese, in occasione dei primi adempimenti finanziari. Che in alcune piazze non si riescano a rispettare alcune scadenze, perentorie, è molto più di una semplice ipotesi. Gabriele Gravina, che alla imminente tornata elettorale sarà confermato, con merito, nel suo mandato, è atteso da un compito improbo. La cultura del calcio va inculcata, principalmente ed in maniera determinante, nella mente dei suoi presidenti. Non di tutti, fortunatamente. Se esistono delle regole queste vanno rispettate. Il progetto va sostenuto nella sua complessità. Altrimenti tutti i buoni propositi se ne vanno in malora.
Oggi in Lega Pro non esiste alcun rispetto dei ruoli e delle professioni. I corsi di specializzazione indetti dal Settore Tecnico della Federcalcio sono diventati una presa in giro. Pezzi di carta inutile per una “fabbrica” di disoccupati. I primi a derogare da questo principio sono proprio i presidenti. Approfittano di una carenza del controllo a livello superiore. Un istituto dal quale non si può prescindere ed al quale, invece, si da scarsa rilevanza. Un paio di esempi su tutti. Escamotage inventati, per comodo, da taluni presidenti. Qualifica insulse. Riconosciute da nessuno a livello istituzionale. Il “responsabile” dell’area tecnica ed il “club manager”. Non esiste un albo. Non rappresentano una qualifica riconosciuta nell’organismo federale. Non si conosce quali sarebbero i compiti a loro attribuibili e con quali poteri. Quali sarebbero i titoli per entrare a farne parte. Sarebbe utile che fosse reso pubblico se e come sono stati assunti e con quale qualifica riconosciuta dai regolamenti. Accade a Padova, a Cosenza come in altre piazze. Nella confusione dei ruoli e delle mansioni ci si sono “ficcati” in tanti. Procuratori, allenatori, giocatori a fine carriera, cronisti. Anche tanti altri, intrusi, non meglio identificati. Accade, dispiace dirlo, soltanto in Lega Pro. Gravina, nelle pieghe della sua mission, ha preso l’impegno di regolamentare. Non troverà la collaborazione di tutti i suoi presidenti. L’impresa sarà improba, come detto, fino a quando non si riuscirà a cambiare il modo di agire insito in alcune teste. La Lega Pro necessità di stabilità. Non può prescindere dalla sostenibilità economica. La produzione sportiva deve arrecare reddito.
La terza serie deve diventare il laboratorio del calcio giovanile, per la sua funzione istituzionale e per le necessità economiche di tutti i club. Linee programmatiche che saranno il solco da riempire nel prossimo quadriennio di attività. Investimenti finanziari, stratosferici, registrati in alcune piazze di storico prestigio sportivo, rappresentano una eccezione alla regola e non sono sempre condivisibili. I campionati, tutti i campionati, si vincono con la programmazione. I soldi, se spesi in maniera inadeguata, possono diventare una componente negativa. Con una regola non scritta: a lungo andare ci si stanca di mettere mani al portafogli. La Lega Pro va ricondotta nell’alveo delle sue competenze e caratteristiche. Bisogna privilegiare l’attività dei giovani. Il progetto di ridurre, nell’immediato futuro, il numero degli over in lista è da elogiare. Le risorse economiche vanno trovate nell’utilizzo degli “under”. Privilegiando la produzione del territorio. Rivalutando i settori giovanili. Bisogna restituire ai “nostri” ragazzi il piacere di giocare al calcio. L’aspirazione di far carriera. La speranza di potersi affermare. Va ridotta ai minimi termini l’inflazione dei tanti comunitari (e non) che stanno invadendo i settori giovanili di tutti i club professionistici. Lavorare sulle valorizzazioni, per conto terzi, non è produttivo né, a conti fatti, remunerativo. Le Società della serie C debbono trovare, nell'affermazione del proprio prodotto tecnico, il contributo economico indispensabile al conseguimento di una corretta attività patrimoniale e di gestione.
Un semplice ritorno alle origini, in definitiva, quando erano i club di categoria superiore a “pescare” i nuovi talenti tra i ragazzi provenienti dalla terza serie. Quei ricavi contribuivano in maniera determinate nella gestione economica di chi faceva del proprio settore giovanile un sostuoso biglietto da visita. Erano i tempi di Carlo Ancelotti e di Roberto Baggio, cresciuti in C, l’uno a Parma e l’altro a Vicenza. Era il tempo in cui le squadre di club e la nazionale italiana primeggiavano a livello mondiale. Ora, con l’apertura delle frontiere e la globalizzazione, le nostre rappresentative, pur inondate da atleti naturalizzati, prendono “schiaffi” ovunque si presentano. Tanto che riusciamo ad “impaurirci” anche giocando contro Israele! Null’altro da aggiungere.
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