Malagò va bene a (quasi) tutti, ma se i presupposti sono questi altro che riforma: il rischio di un nuovo immobilismo è dietro l’angolo
Ore febbrili per il calcio italiano. Di dichiarazioni discutibili e contatti sotto traccia, al lavoro ci sono architetti e ingegneri della politica sportiva del pallone. Di contenuti si parla poco, con qualche eccezione, il tema sono i nomi. Quello di Giovanni Malagò è sulla bocca di tutti come successore di Gabriele Gravina al vertice della Federcalcio: nelle prossime ore potrebbe avere l’investitura della Serie A (altrimenti sarà bruciato) e a quel punto il percorso verso via Allegri sarà in discesa. Con una carriera di primissimo piano - ci mancherebbe -, ma senza un programma.
Si parte dai nomi, s’arriva (se tutto va bene) ai contenuti. Funziona così. Altro che riforma: qui rischiamo almeno altri due anni di pieno immobilismo. È l’obiettivo di chi manovra pro e contro, di chi solo dopo il ko di Zenica si è accorto che sbagliava a tifare contro, perché sarebbe stato meglio arrivare al 2028, data delle prossime elezioni federali. Il commissario è una sconfitta per il calcio, ma dietro l’eventuale elezione di Malagò ci sembrano essere presupposti non molto auguranti.
Per esempio: se la Serie A lo voterà in massa, sarà per un compromesso interno sulla riduzione a 18, rimandata a data da destinarsi. E via scendendo: Gravina ha fatto anche cose buone, ma il vero peccato - che ha ragione nel criticare la politica, ma torto perché è stato presidente federale per otto anni - è stato non fare troppo per non scontentare nessuno, vivere di equilibri. L’ampio consenso potrebbe essere ancora una volta il punto di arrivo, e non quello di partenza. Il vero problema ci pare quello, non andare ai Mondiali è solo la punta dell’iceberg.
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