SOGNI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE E UNA C A 40 SQUADRE

26.04.2019 00:00 di Patrick Iannarelli Twitter:    Vedi letture
© foto di Federico Gaetano
SOGNI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE E UNA C A 40 SQUADRE

Sogni di una notte di mezza estate, o di mezza primavera. Siamo ad un passo dal momento cruciale della stagione, ormai i verdetti saranno assegnati nei prossimi turni. Playoff, un posto in più per la serie B, ma anche retrocessioni e promozioni dirette. Si sta per chiudere (anche se manca ancora qualche match “interessante”) uno dei campionati di serie C più discussi degli ultimi anni. Certo, le penalizzazioni non sono affari nuovi nella terza serie, ma abbiamo assistito forse ad una delle partite più emblematiche della storia del calcio nostrano.

Pensando a quel 20 a 0 che ha fatto indignare tutta Italia, ma anche scambiando idee e ipotesi con i colleghi, tra i sogni di una notte di mezza estate c'è anche quella fantomatica riduzione che rinasce ogni anno, ma che alla fine non viene mai applicata nel concreto. Una C a 40 squadre ad esempio. Un pensiero che potrebbe dar fastidio a chi ama la categoria con i pregi, soprattutto con i tanti difetti. Ma che, in fin dei conti, potrebbe smuovere qualcosina rispetto al passato.

L'ipotesi riduzione non è di certo campata in aria, anche perché molti sport che hanno avuto il loro apice nei decenni passati, si sono ritrovati e si ritrovano a pagare un conto troppo salato. Spesso ci sopravvalutiamo, ma in fin dei conti non ci sono risorse. Non è un delirio di onnipotenza, ma la semplice realtà dei fatti (e i punti di penalizzazione). Molte squadre non possono assicurare nemmeno il salario minimo a chi viene spesso insultato per la mancanza di attaccamento alla maglia, ma che giorno dopo giorno deve subire delle vere e proprie vessazioni, lavorando in contesti pittoreschi che di professionale non hanno nulla. È vero, si gioca al pallone. Ma finché non cambieremo concezione sullo sport praticato ad alti livelli, probabilmente l'ipotesi riduzione rimarrà un sogno impolverato in un cassetto.

Il vento del cambiamento c'è e si vede, soprattutto nelle decisioni. Limitazioni dei prestiti, nuove regole, necessità di rendere un campionato più appetibile sotto tutti i punti di vista. Roma non è stata fatta in un giorno, dunque un cambiamento deve avere le sue fasi e il suo percorso di assimilazione (basti pensare alle seconde squadre). Ma forse serve una vera scossa per poter dare una notevole raddrizzata ad un movimento che continua a coinvolgere milioni di persone, che però viene spesso lasciato a sé stesso.

E le piazze storiche? Con 40 squadre tante città rimarrebbero fuori. Sì, è vero anche questo. Ma spesso dimentichiamo che non si vive di solo passato e che a volte è necessario sacrificare la propria regina. Negli scacchi, ma anche nel calcio. Purtroppo ci sono piazze che non hanno più la possibilità di portare avanti una competizione simile. Dunque è necessario far rispettare le regole subito, non a posteriori come succede praticamente sempre. 

Per non lasciare nulla al caso vogliamo anche porci un ulteriore quesito: è davvero necessario cambiare? No, non sempre il cambiamento può essere positivo. Lo possiamo sperimentare quotidianamente in ogni singolo aspetto della nostra vita. Ma quando si ripete all'infinito la stessa azione pretendendo di avere un risultato diverso, forse la rivoluzione si rende necessaria. Non per escludere qualcuno e favorire qualcun'altro. Non per poter penalizzare chi vive di passione e di serie C, per chi lotta e ama in maniera viscerale la maglia della propria città. A volte è necessario cambiare anche per poter dare un segnale positivo e per evitare goffi tentavi di rimettere tutto in ordine soltanto a fattaccio compiuto.

Certo, 40 non è un numero adatto. È semplicemente una provocazione di una notte di mezza primavera, che viste le temperature ha il sapore di quelle estive. In un momento in cui storie personali e collettive si intrecciano in terre in cui il tempo sembra essersi fermato. È bello vivere su un ricordo, su un'emozione. Forse la malinconia è uno degli stati più iconici del nostro essere umani e molto spesso italiani. Ma a volte i punti di arrivo devono essere dei punti di partenza, per migliorare e per migliorarsi. Perché altrimenti i sogni restano nei cassetti a prendere polvere. E il grigio, come colore, può renderti ancora più triste.