ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente: Egidio Notaristefano

26° appuntamento
03.03.2013 22:30 di Daniele MOSCONI  articolo letto 4875 volte
Egidio Notaristefano
© foto di Francesco Scopece/TuttoLegaPro.com
Egidio Notaristefano

L'ultima volta che lo abbiamo visto seduto su una panchina, era il 10 giugno 2012 allo stadio "Braglia" di Modena. Il Carpi veniva sconfitto in casa per 3-1 dalla Pro Vercelli nella finale play off (all'andata era finita 0-0), facendo svanire in un istante il sogno della piccola realtà biancorossa di salire per la prima volta in Serie B.

Tra quelli che pagarono lo scotto maggiore ci fu proprio il tecnico, Egidio Notaristefano. Sarà proprio lui il protagonista di questo 26° appuntamento con "Mi ritorni in mente" dedicato ad un giocatore che ha fatto la storia del Como. Nella realtà lariana non è solo cresciuto calcisticamente, ma anche come uomo, al punto da confessarci: "Non posso negare che Como ad un certo punto era la mia vita".

Attualmente senza squadra, con lui abbiamo impostato la nostra intervista in maniera diversa. L'album dei ricordi viene sfogliato cercando di soffermarci molto sull'aspetto prettamente formativo di questo sport. Non sempre viene dato spazio a quanto sia importante il sacrificio per arrivare dove si è attualmente. 

Lo abbiamo fatto in particolar modo poiché parlando con gli addetti ai lavori, siamo giunti spesso alla conclusione che nel calcio non c'è logica. Ma è pur vero che se neanche un campionato di vertice e i risultati ottenuti negli anni precedenti, riescono a farti sedere su una panchina, c'è poco da girarci intorno: qualcosa non torna. La meritocrazia ormai non paga più, lasciando spazio a logiche che hanno poco a che fare con ciò che riguarda il merito. Perché dovrebbe essere sempre il campo a dare i suoi verdetti e di conseguenza tutto dovrebbe venire da sé.

Sul tema Notaristefano ha le idee molto chiare: "Ci penso anche io a questa cosa. Ho fatto un campionato di vertice con il Carpi, sono arrivato in finale play off, ma il problema è un altro, nel merito non è sbagliato ciò che poni, ma si rischia di entrare in un terreno scivoloso e alla fine ti rassegni - in un certo senso -, arrivando a pensare che in categorie come queste devi saper mandar giù anche questi bocconi amari. Pena la decisione di cambiar mestiere".

Nato a Milano, Egidio Notaristefano cresce calcisticamente nelle fila del Como. Nella città famosa nel mondo per l'ambientazione con cui il Manzoni scrisse "I promessi sposi", ha vissuto gli anni più belli della società lariana, quando si disputavano campionati di Serie A e le squadre ospiti erano Milan, Juve, Inter. Solo per un infortunio al ginocchio (autentica tortura della sua vita dietro ad un pallone) non si è avverato il suo trasferimento alla Juventus. Rino Marchesi che lo aveva avuto con sé nel club lombardo, nel 1986 lo voleva con sé in bianconero. Non era un fulmine di guerra sul terreno di gioco, ma il suo piede sinistro sapeva far sognare le folle e deliziare i palati più fini.

Mister, in questi giorni si era parlato di un interesse del Foligno, ce lo confermi?

"No no, non è assolutamente vero. A parte il mio amico Avallone - direttore sportivo del Sorrento - non mi ha cercato nessuno".

Eppure i risultati li ha raccolti. Se lo è spiegato il perché?

"Entriamo in un campo minato e dovrei fare tanti cattivi pensieri, ma come dici bene tu, se neanche i risultati ti fanno lavorare, non so cosa pensare".

Non dimentichiamo che sei stato quello che ha dato il là all'esplosione del miracolo Novara, preparando il terreno ad Attilio Tesser che poi fece la doppia promozione dalla Prima Divisione alla A in due anni.

"Verissimo, ma purtroppo nel calcio attuale la meritocrazia ha poco spazio ed è un peccato. Se mi permetti, anche a Ferrara con la Spal ho fatto ottimi risultati, ma poi la società era in difficoltà enormi tanto che alla fine sono falliti. Un vero peccato, perché avevo seminato bene".

Ezio Capuano, parlando del suo esonero a Fondi, ebbe a dire: "Non c'è riconoscenza nel calcio di oggi". Sei d'accordo?

"Penso che non abbia tutti i torti. Di questi tempi si lavora per non premiare chi fa i risultati e alla fine ti sembra di essere dalla parte sbagliata della barricata, chiamiamola così".

C'è parecchia amarezza nelle sue parole e noi vogliamo restare in tema, spostando l'obiettivo sui giovani.

"Anche la regola degli under - a mio parere - va rivista".

Eppure i vertici della Lega Pro sembrano soddisfatti.

"Ma perché, così com'è stata studiata, ha portato solo tanti giovani a giocare sì, in un campionato professionistico, ma senza la preparazione adeguata, con la conseguenza che il calcio in Lega Pro, almeno come livello si è notevolmente abbassato. Vado in giro per i campi e posso dirti che un tempo la Serie C era tutt'altra roba".

Quindi tu pensi che questa regola possa nuocere più che giovare ai giovani?

"Sì, ne sono convinto. Perché ad un ragazzo poco più che ventenne dai l'illusione di poter fare il calciatore e dopo qualche anno, perso lo status di under rischia di trovarsi in Eccellenza o nel mondo dei dilettanti, perché non più congeniale alla società di appartenenza, che non trae più il vantaggio del contributo che elargisce la Lega Pro. In questo modo è un gatto che si morde la coda. Un ragazzo va fatto crescere, dandogli la possibilità di sbagliare e correggerlo senza fretta. Mentre così facendo lo si danneggia, olte che lo si illude. Parlando di questo mi viene in mente una frase di un grande maestro: il calcio è per tutti, ma non possono giocarci tutti. Per fortuna la prossima stagione le cose dovrebbero cambiare e si tornerà a com'era prima. Voglio precisare che io non sono contro l'utilizzo dei giovani, ma in questo modo li danneggiamo invece di dar loro delle basi solide".

Secondo te perché in Italia negli ultimi anni non riusciamo a sfornare talenti come un tempo?

"Purtroppo noi ci troviamo in un contesto culturale dove non sappiamo attendere: vogliamo tutto e subito. Di conseguenza siamo soggetti a sbagliare tanto. Noi italiani abbiamo anche la superbia di crederci infallibili e ci culliamo su ciò che è stato, ma non ci rendiamo conto che gli altri nel frattempo non dormono e ci superano. Francia, Germania e la stessa Spagna, ogni anno tirano fuori molti ragazzi che hanno le potenzialità per divenire futuri campioni, perché lì hanno la pazienza di attendere, di farli crescere, dandogli una cosa fondamentale che qui abbiamo ormai dimenticato: la formazione. Non si investe più sui settori giovanili, si tende a creare degli atleti senza contenuto e alla fine i risultati sono desolanti. Sono poche le società che investono in questo: prendiamo ad esempio il Milan. Se i rossoneri non avessero puntato decisi su El Shaarawy, a quest'ora starebbero ancora utilizzando giocatori in età avanzata. Adesso hanno un trio d'attacco che insieme non arriva a 70 anni".

Eppure un tempo le cose erano diverse.

"Certo, perché l'investimento costava poco e se tiravi fuori un ragazzo in prospettiva, il guadagno che ne ricavavi dopo averlo venduto, ti sistemava per almeno dieci anni e per una piccola società tirar fuori un giovane significava mettere il segno più sul proprio bilancio".

Prima hai parlato di formazione. Tu vieni da una scuola, quella del Como, che, come hai avuto modo di raccontarci tempo fa in un'intervista quando eri allenatore del Carpi, ti ha reso prima uomo e poi come giocatore. Ci spieghi cosa vi insegnavano?

"Era una scuola di vita prima che una struttura dove ti insegnavano a giocare a calcio. Questo significa che c'erano regole ben precise e ti veniva inculcato il rispetto per i compagni di squadra, gli avversari e per l'arbitro. La cultura predominante era quella di una disciplina etica e morale prima di tutto, poi veniva l'aspetto tecnico".

Perché oggi secondo te non si riesce più?

"E' cambiato l'aspetto sociale del paese. I giovani di oggi stentano a capire cosa significa sacrificio e ogni giorno vengono bombardati da messaggi subliminali, dove se non sei il primo sei un fallito. Ora non giocano più a calcio il pomeriggio, ma facendo una vita sedentaria - computer e periferiche di gioco varie - perdono quel fascino che c'era nel giocare per strada fino a che non fa buio. Non per caso, i migliori vengono dai paesini più sperduti, dove ancora non si è persa questa sana abitudine. All'estero - come dicevo prima - si fanno dei veri e propri campus, dove ti viene insegnato il valore dello sport e al contempo diventi uomo. Prendiamo l'Ajax ad esempio: la mattina scuola, il pomeriggio allenamenti e ogni volta possono aprire un ciclo nuovo fondato su un investimento minimo che porta al massimo rendimento".

Chiusa questa parentesi, con Notaristefano si passa a parlare della sua esperienza a Como.

Ricordi il tuo esordio?

"Con la maglia lariana la mia prima partita è stata contro l'Arezzo in B, allenatore Tarcisio Burgnich. Ricordo come fosse ora: si volta verso noi della panchina, mi guarda e mi dice: "Giovanotto, alzati che ora tocca a te". Io in quel momento nemmeno ci credevo, infatti ero imbarazzatissimo, ma poi entrai e piano piano mi sono sbloccato".

Ed il tuo primo gol?

"Sono stato fortunato perché lo feci a "San Siro" contro l'Inter. Una gioia immensa".

Se dico che Como è stato qualcosa di importante, non credo di dire una cosa sbagliata.

"No no, anzi io ti posso dire che Como è stata la mia vita. Con quella casacca ho fatto cinque anni di settore giovanile e sette anni di prima squadra, vedi tu se in riva al Lario non potevo lasciarci una parte di me".

Notaristefano è persona molto gentile e difficilmente la sua voce ha un inflessione diversa, però quando si parla del Como, anche il tono tende a trovare quell'emozione che si libera in maniera naturale.

Dieci anni fa il Como era in A. Come mai secondo te una squadra come il Chievo o lo stesso Sassuolo riescono ad essere nei piani alti del calcio italiano, mentre una piazza storica come questa non riesce ad ambire a qualcosa di diverso?

"Il tuo ragionamento non è sbagliato, però poi bisogna fare i conti con la realtà. Il tempo in cui uno investiva i suoi soldi in un'altra città è finito, così trovi uno Squinzi (proprietario del Sassuolo) che decide di mettere i soldi per la squadra del paese. Anche a Caronno Pertusella, vicino Milano, c'è un imprenditore molto forte che ha deciso di rimanere a casa e sta puntando deciso a vincere il campionato di Serie D, ma la Caronnese non ha mai fatto i professionisti e lui vuol lasciare un segno nella storia della sua città. Certo, vedere realtà come Lecce e lo stesso Como che militano in Lega Pro, un po' ti fa rimanere perplesso. Ma ritengo sia un segno dei tempi".

Nel 1986, alla Juventus arrivò Rino Marchesi e tu eri in procinto di trasferirti lì, ma poi...

"Non se ne fece nulla perché mi ruppi il ginocchio e dovetti star fermo un anno. Quando giocavo a calcio, quando ti infortunavi ci volevano mesi e mesi, mentre oggi dopo nemmeno due settimane sei già di nuovo in campo".

L'intervista sta per chiudersi, ma prima non possiamo esimerci dal chiederti un aneddoto simpatico di quegli anni con la maglia del Como.

"Vediamo...Ci dovrei pensare un po'. Riflettendoci, mi voglio ricollegare al discorso principale di questa intervista: i giovani. Tu pensa che ci avevano insegnato un rispetto talmente forte per i più grandi che le prime volte che si entrava nello spogliatoio, lo facevi quasi in punta di piedi. Le ceste delle maglie, i palloni o le borracce con i sali minerali, venivano portate dai più giovani. Sono regole non scritte, ma che spesso vengono dimenticate da chi è alle prime armi. Guarda, te ne dico un'altra: quando ci sedevamo al tavolo per mangiare ed eravamo in ritiro, io ero uno degli ultimi a sedermi, perché magari un vecchio dello spogliatoio poteva dirmi qualcosa e c'era questo timore rispettoso".

Un'ultima domanda: cosa non ti piace del calcio attuale?

"Gli stadi vuoti sono davvero uno schiaffo enorme. Ricordo che quando giocavo io, entravi in campo e sentivi un calore enorme che ti arrivava fin dentro le vene".

Prossimo appuntamento con "Mi ritorni in mente" per domenica 17 marzo.