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D’Aniello: "C rischia scomparsa senza sistema sostenibile. Salary Cup fondamentale"

D’Aniello: "C rischia scomparsa senza sistema sostenibile. Salary Cup fondamentale"TMW/TuttoC.com
Giuseppe D'Aniello
Oggi alle 11:20Primo piano
di Valeria Debbia

Giuseppe D'Aniello, ex direttore sportivo della Ternana ed attualmente alla Triestina, è stato ospite di 'A Tutta C', trasmissione in onda su TMW Radio iL61, offrendo una panoramica approfondita sulla situazione attuale del calcio in Serie C.

Direttore, partiamo subito da Terni. Dopo quanto accaduto, crede che un esito diverso fosse possibile?

«Non dico che altro esito non potesse esserci, perché sarei bugiardo. Però sono convinto – e so che tutto il territorio ternano, dalle istituzioni alla politica fino all’imprenditoria – ha fatto di tutto per salvare quantomeno la categoria. Ho vissuto gli ultimi due anni di Ternana e, nei miei 26 anni di carriera, non ho mai visto una città così completamente presa dalla squadra di calcio. Si è avuta anche la possibilità di trasformare la liquidazione volontaria in liquidazione giudiziale in poche ore, quindi c’era tutta la volontà. Presumo che qualcosa di diverso potesse essere fatto per cambiare l’epilogo finale. Purtroppo la realtà dei fatti ha dimostrato che c’è stata una concomitanza di fattori che ha fatto sì che la Ternana sparisse, tra l’altro nell’anno del suo anniversario: credo che cosa peggiore non potesse esserci per la piazza. Speriamo in una pronta risalita nel calcio professionistico, al di là di chi ci sarà al timone, anche perché ora si parla della possibilità che si creino due squadre: una legata al sindaco Bandecchi e una a una cordata di imprenditori locali».

Parliamo di Serie C e futuro. Con l’elezione di Malagò alla FIGC, cosa serve davvero alla terza serie?

«C’è bisogno di un sistema sostenibile: è questo che serve alla terza serie. Tra Serie B e Serie C c’è purtroppo un abisso da un punto di vista economico e contributivo. La sostenibilità dei club è fortemente compromessa. Il pareggio di bilancio deve sempre prevalere nella mente di un manager, ma in piazze come Terni o Trieste, quando non ci sono ricavi di mutualità adeguati al blasone e alla storia della città, ci saranno sempre grandi difficoltà. Quello che si chiede a Malagò – che è un uomo di sport ma anche un imprenditore e manager di primissimo livello – è di creare prima di tutto un sistema sostenibile. Prima ancora dei progetti sportivi, bisogna concentrarsi su questi aspetti: altrimenti la Serie C rischia davvero di scomparire. Con questi ricavi, sarebbe quasi opportuno accorparla al dilettantismo puro, perché la differenza con la Serie B è troppo grande».

Dal 1° luglio entra a regime il Salary Cup. È uno strumento utile o rischia di essere isolato rispetto alle altre leghe?

«Io faccio due considerazioni. Purtroppo, da italiani, abbiamo bisogno di regole ben definite: se ci lasciano spazio, ognuno fa come vuole. Ho già vissuto questa fase circa 13 anni fa in Serie B, quando ero al Varese, con il presidente Abodi e il dg Bedin: si introdusse il salary cap individuale e collettivo. Quello strumento funzionò tantissimo. Aiutava noi direttori nelle trattative con calciatori e agenti: potevamo dire “anche se volessi, non posso garantire uno stipendio fuori portata”. È uno strumento che aiuta a calmierare i costi, perché spesso la componente emotiva delle proprietà o dei direttori che vogliono vincere un campionato porta a scelte fuori logica. Quindi sì, è molto utile. In Serie C colmerà anche il divario tra società che possono permettersi certe spese e altre che non hanno disponibilità. Adottato così, darà grandi risultati».

Le big retrocesse dalla B (Bari, Spezia, Reggiana, Pescara) avranno impatti economici enormi. Il salary cap può aiutarle? Quanto è difficile passare dalla B alla C?

«La ringrazio per la domanda, perché con la mia esperienza a Terni ho vissuto proprio questo. Il primo anno di Ternana in B, con una gestione economica molto alta, siamo riusciti a ribassare di quasi 10 milioni un budget di 25. Poi, purtroppo, la retrocessione ha portato il club in grandissima difficoltà. Allora non c’erano misure protettive per chi retrocedeva. I contratti prevedono opzioni per le diverse categorie, ma spesso – per scaramanzia, fretta o emotività – non si inseriscono le cifre giuste. In Italia non bisogna dare libertà, ma imposizioni ben definite. Retrocedendo, la Ternana ha iniziato il declino economico-finanziario: l’anno successivo si è rilanciato ancora di più, è andata male, poi un altro anno orribile… Quindi sì: salary cap e riduzione forzata degli ingaggi in caso di retrocessione saranno interventi fondamentali».

Se potessimo introdurre una sola riforma nella Serie C, quale sceglierebbe?

«Ridurre il numero delle squadre professionistiche. I tre gironi sono troppo ampi. Il calcio professionistico è retto da criteri economico-finanziari, infrastrutturali e organizzativi: bisogna avere disponibilità, strutture adeguate e figure manageriali formate. Riducendo il numero delle squadre, si darebbe anche alle televisioni una fetta di torta più grande da ripartire, aumentando i ricavi. Non è possibile che tra Serie B e Serie C ci siano zeri in meno così pesanti: 6-7 milioni per la B, 700 mila euro per la C. È un divario enorme. Piazze come Padova, Vicenza, Triestina o Ternana hanno costi non rapportati ai ricavi generati: così non si può andare avanti».